Teatro

La Lisistrata di Aristofane in chiave moderna

Lisistrata (Foto: Serena Serrani)

Durante lo spettacolo Lisistrata, andato in scena al LAC, nell’adattamento di Emanuele Aldrovandi, con la regia di Serena Sinigaglia e l’attrice Lella Costa, la comicità è riemersa, dando spazio al significato che Aristofane ha attribuito al sesso, vissuto come un’arma per costringere gli uomini a fare la pace e non la guerra. La comicità è un espediente per affrontare certi temi, perché spesso quando si ride lo si fa per l’imbarazzo o per nascondere la vergogna. E, in questa chiave di lettura, senza peli sulla lingua, Lella Costa rompe sin da subito la quarta parete, chiedendo perdono al pubblico per esortarlo a riflettere sul fatto che da duemila cinquecento anni ci sono state guerre, ripercorse, in un lungo elenco fino ai giorni nostri, dagli attori anziani che personificano il passare del tempo.

Lisistrata, per indurre gli uomini a non fare più la guerra, decide di radunare altre donne per iniziare lo sciopero del sesso, in una forma di protesta non violenta, minacciando così un’astinenza forzata da tutte le pratiche sessuali, siglando un giuramento. Quale altra pratica, più del sesso e delle sue innumerevoli fantasie, si presta a oscenità, a doppi sensi e a parole scurrili? Come in Aristofane, anche nella Lisistrata di Serena Sinigaglia il sesso è potere, e perciò chi non ha potere politico lo usa per fare pressione e influenzare i meccanismi di un sistema prevalentemente maschile. Essendo in linea con la critica alla guerra e al ruolo delle donne nella comunità dei tempi di Aristofane, ma anche in quelli della società odierna, governata dai social, la satira sul potere ha confermato lo spirito della commedia.

Mi ha colpita però l’insistente ed eccessiva ridicolizzazione delle donne, le quali, come nel testo antico, devono sì lottare contro le proprie debolezze e tentazioni per mantenere il giuramento, mentre in questa versione sono apparse più civettuole, più frivole, più esposte ai richiami del sesso, piuttosto che determinate nell’ottenere la pace a scapito dei piaceri della carne. In Aristofane, gli uomini venivano spesso ridicolizzati, soprattutto per la loro ossessione per il potere e per il sesso. Le donne, pur con qualche caricatura sulle loro debolezze, erano di solito raffigurate come più astute, forti, unite, e capaci di risolvere il caos creato dagli uomini. Il fatto che la regia abbia insistito eccessivamente sulla frivolezza femminile è l’interpretazione più moderna o forse anche una provocazione, alla luce dei nostri stili di vita, e della mancanza di solidarietà femminile perché spesso, in molti ambiti, sono le donne a comportarsi esattamente come gli uomini, diventando come loro. Questa Lisistrata non è l’affermazione comica più tipica del testo originale.

Insomma, si è rivelata un conciliabolo di donne che, per stipulare la pace, deve rinunciare al godimento senza una vera e propria convinzione, malgrado il pugno alzato. Portare in scena oggi Lisistrata significa inevitabilmente confrontarsi con il presente, e non sempre senza ambiguità. Sul palcoscenico si è innesca così un confronto, un battibeccare tra donne e uomini, per dire che la donna, come annota Euripide, è l’animale più spudorato del mondo, che le donne sono zecche sovversive, cagne isteriche, che non valgono a nulla; a fronte degli uomini flaccidi e rinsecchiti che inneggiano all’elogio dell’erezione perenne, come unico strumento di prevaricazione, senza il quale non servono a nulla.

Nello stesso modo con cui Aristofane ha messo in ridicolo la politica e i suoi protagonisti, mostrando quanto siano spesso guidati da orgoglio, abitudine o interesse piuttosto che da buon senso, anche la regista Sinigaglia ha richiamato le gesta ridicole dell’attuale presidente USA. Allo stesso modo, per rendere il collegamento con lo stillicidio attuale delle donne ammazzate, la regista ha parafrasato la canzone di Sabrina Salerno e di Joe Squillo per dire che siamo donne, ma oltre le botte, e non le gambe, c’è di più.

Lisistrata, il cui nome significa “colei che scioglie gli eserciti”, in questa pièce scioglie i fili ingarbugliati che pendono dal soffitto del palcoscenico, alla ricerca del filo del buon senso. Anche il collegamento con il filo d’Arianna può essere un’interpretazione che arricchisce la lettura. Perché richiama l’idea di trovare la via d’uscita da un labirinto, in questo caso, metaforicamente, dal caos della guerra o dalle dinamiche di potere. Oppure può rimandare alla tessitura di Penelope, che simboleggia un’attesa, una strategia di resistenza e di controllo del tempo, proprio come le donne di Lisistrata che, tessendo, o sciogliendo trame, cambiano il corso degli eventi. L’utilizzo dei fili sul palco, evoca queste antiche metafore del controllo e della ricerca di una via d’uscita. Alla resa dei conti, sono spesso più le donne ad avere gli attributi.

Nicoletta Barazzoni

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