Editoriale

Niente di nuovo sotto il sole, nemmeno duemila anni dopo Platone

L’avanzata dei partiti populisti in America e in Europa è un deragliamento, o deriva dall’essenza della democrazia stessa? Secondo Platone la democrazia tende all’elezione di demagoghi o addirittura di dittatori. L’ascesa di Trump, Le Pen, Farage e Putin, solo per citarne alcuni, sembra confermare che l’insegnamento dell’antico critico della democrazia sia ancora attuale a più di duemila anni di distanza.

Fonte: http://www.happierabroad.com/ebook/Page31a.htm

Sorpresa è stata la mia reazione quando ho letto un passaggio di La Repubblica di Platone (390 – 360 a.C. ca.), in cui Socrate e i suoi amici discutono sulla natura dei diversi sistemi politici, di come cambiano nel tempo e di come uno può lentamente trasformarsi in un altro. Si tratta del passaggio in cui Socrate afferma: «L’eccessiva libertà (…) non può trasformarsi che in eccessiva schiavitù (…). È naturale quindi (…) che la tirannide non si formi da altra costituzione che la democrazia (…).» (Platone, La Repubblica, libro VIII, 564a 2-7).

Le democrazie occidentali sono assediate da continue crisi economiche, umanitarie, culturali, ambientali e geopolitiche. Le istituzioni politiche esistenti sembrano non essere in grado di affrontare questi problemi. Milioni di cittadini frustrati ricorrono quindi a leader demagogici e populisti che dichiarano la politica fortemente fallita. Questi populisti mandano un triplice messaggio. In primo luogo, la società sarebbe corrotta da un’élite di impietosi imprenditori, furbi lobbisti, “esperti” partigiani, politici che si arricchiscono solo e deboli giornalisti. In secondo luogo, sarebbe eroso da gruppi sociali che parassitano il benessere delle persone che lavorano duramente. In terzo luogo, sarebbe dunque giunto il momento che il popolo nomini dei leader competenti capaci di porre fine a questo pasticcio politico.

Nel frattempo, è pieno di articoli che puntano a questo “spostamento a destra”. Questa letteratura fornisce varie spiegazioni sulla popolarità di populisti come Trump, Le Pen, Farage e Putin. Di solito questi articoli trattano dell’erosione della tradizionale classe media, del razzismo e del sessismo dilagante, dell’avversione alle élite politiche, delle tensioni etniche, dei divari crescenti tra ricchi altamente istruiti e poveri scarsamente istruiti, delle conseguenze negative della globalizzazione, e così via. Tuttavia, un’ unica possibile spiegazione non viene quasi mai menzionata.

E se la democrazia stessa tendesse all’elezione di demagoghi o addirittura di dittatori? In tal caso, i fattori citati sopra sono solo sintomi di una causa più profonda. Questo è esattamente ciò che sostiene Platone in La Repubblica. Per Platone la democrazia è un sistema politico di massima libertà e uguaglianza.

Per taluni questo sistema sarebbe utopicamente il regime più onesto possibile. Ma secondo Platone è intrinsecamente instabile. Man mano che l’autorità delle élite scompare, i valori dell’establishment si eguagliano ai valori popolari, tutte le barriere all’uguaglianza vengono rimosse e a tutti è permesso di “fare quello che vogliono”, si creerebbe una società nella quale nessuno è costretto ad obbedire ad un altro, a governare o a servire, generando paradossi come quelli nei quali «ad esempio un padre si abitua a diventare simile al figlio e a temere i propri figli, il figlio diventa simile al padre e pur di essere libero non ha né rispetto né timore dei genitori; un meteco si eguaglia a un cittadino e un cittadino a un meteco, e lo stesso vale per uno straniero.» (Platone, La Repubblica, libro VIII).

Il problema della democrazia per Platone non è la qualità della vita a cui aspira, ma che la sua stessa logica la distrugge. La libertà, abbracciata come il bene supremo, si rivela in verità essere annientatrice di se stessa. Infatti, un aspirante tiranno approfitterebbe della situazione per affermarsi, trasformando la democrazia in dittatura.

I parallelismi tra il discorso tenuto da Platone e l’avvento del populismo negli Stati Uniti e in Europa sembrano esserci. I membri dell’élite che si diffamano a vicenda, le promesse irrealistiche di montagne d’oro all’elettorato, il suggerimento della violenza come soluzione, l’accusa dei critici di essere dei ciarlatani e il biasimo di determinati gruppi sociali come causa dei problemi sono oggigiorno delle strategie di propaganda elettorale – tipicamente populiste – sempre più ricorrenti, sia in America che in Europa. I populisti dicono di parlare “in nome del popolo”, da cui deriva direttamente la loro legittimazione, generalmente attraverso le elezioni. Tuttavia, secondo il credo populista, questa legittimazione del popolo giustificherebbe la delegittimazione di altre fonti di autorità politica previste dalle costituzioni liberali: il Parlamento, le Corti, i governi locali, ecc. Infatti, il populista non accetta il sistema di pesi e contrappesi tipico delle strutture statuali liberali. Ricollegandosi a La Repubblica si potrebbe supporre che Platone aveva ragione quando constatava: «L’eccessiva libertà (…) non può trasformarsi che in eccessiva schiavitù (…).»

Sorge dunque la domanda: come si riesce a proteggere la democrazia dalle contaminazioni del populismo? I padri fondatori delle democrazie moderne avevano letto La Repubblica di Platone. Sapevano che una democrazia è vulnerabile alle ondate di populismo. È proprio per questo motivo che i sistemi politici occidentali contengono, prima di tutto, elementi fortemente antidemocratici che devono impedire ai demagoghi di ottenere tutto il potere che vogliono. Basta pensare a tribunali, senati, comitati e ministeri i cui membri sono nominati invece che eletti. In secondo luogo, le democrazie hanno (in misura maggiore o minore) meccanismi per ridistribuire la ricchezza, il che dovrebbe impedire ad una classe di governanti e ricchi di isolarsi ermeticamente dal resto della popolazione. Tuttavia, gli Stati Uniti sembrano fallire su entrambi i fronti.

I presidenti della democrazia costituzionale non hanno poteri “assoluti”. Per esempio, nel sistema americano, i presidenti operano all’interno di un sistema di pesi e contrappesi. Inoltre, la democrazia americana dipende dal principio che tutti sono responsabili nei confronti dello stato di diritto. Per cui l’operato di un presidente è limitato. Tuttavia, Trump ha dimostrato di non accettare l’idea dei limiti al potere e di privilegiare l’azione unilaterale rispetto a quella interattiva-consultiva, tipica invece di una democrazia costituzionale. Talvolta non lascia che le regole gli impediscano di fare quello che vuole, che si tratti di trarre profitto dal suo ufficio (rifiutando di rivelare le sue dichiarazioni dei redditi) o dando lavori di alto livello a familiari non qualificati. Oltre a questi esempi, è interessante considerare la discussione sul muro voluto da Trump tra Stati Uniti e Messico (in corso da oltre due anni senza mostrare alcun segno di essere risolta attraverso il compromesso). Come agli occhi di Trump è diventato chiaro che non può convincere il Congresso, a maggioranza democratica, a fornirgli i finanziamenti per la costruzione del muro, il presidente si è nuovamente saputo destreggiare dichiarando un’emergenza nazionale: cosa di cui ritiene avere “assoluto diritto di fare“. Le sue tendenze autoritarie e lo scontro con il Congresso mettono duramente alla prova le fondamenta della democrazia costituzionale. Per taluni Trump sopprimerebbe gradualmente la democrazia americana. Dal canto suo, Platone, senza dubbio, considererebbe la presidenza di Trump abbastanza matura per essere considerata una dittatura.

Sophie Blonk

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