Storie di Musetta e altri gatti

La capostipite

Codina, la capostipite

Aveva una perfetta tigratura, un fisico minuto dalle proporzioni armoniose, e una coda nervosa, sempre in movimento, estremamente intelligente, come i randagi che devono guadagnarsi la vita ogni giorno. Fu battezzata Codina. È stata la prima ad entrare nel giardino e a presentarsi alla porta della casetta appena arrivata quella nuova famiglia. Per certe cose esiste un sesto senso… Sfamata una prima volta, tornò sempre. Selvatica, non si lasciava prendere in braccio. La bambina ci provava ma era come cercare di trattenere un’anguilla. All’inizio non varcava la soglia di casa, poi a poco a poco lo fece e imparò subito a prendere la direzione della cucina. Nelle giornate fredde trovava confortevole raggomitolarsi su qualche poltrona. Entrò in confidenza con la nonna, la persona più calma e tranquilla, il chiasso e l’agitazione la spaventavano. Un giorno apparve chiaro che fosse incinta, lo restò per qualche tempo, poi sparì e quando tornò non aveva più la pancia. Mangiò in fretta e scomparve di nuovo. La madre disse che bisognava scoprire dove fossero i piccoli. La bambina con un gruppetto di amichetti decise di seguirla. Erano pronti ed eccitati per la spedizione. Ma avete mai provato a pedinare un gatto? Vi dice nulla il verbo “sgaiattolare”? Non siamo in un film. Saltano muretti, scivolano attraverso anfratti dove nessun umano riuscirebbe a passare, si acquattano tra i cespugli e certamente lei sapeva come seminare gli intrusi. Niente da fare, ogni volta scompariva. Dopo alcune settimane tornò non più sola, ma seguita, in fila indiana, da cinque micetti simili e diversi, pronti per lo svezzamento a cui naturalmente dovevano provvedere gli esseri umani secondo il logico ragionamento felino.

La casa non fu più la stessa… Si era letto qualcosa sul calore stagionale delle gatte. Due volte all’anno? Figuriamoci, quella era una gatta perennemente in fregola, appena la prole se la cavava da sola, l’ignorava, come non fossero mai stati figli suoi, ed era di nuovo sulla piazza ad attirare nugoli di maschi. Così, come spesso accadeva, si prese un altro nome e divenne “Patan”. Abbreviazione di un termine gergale ispirato da una commedia musicale a cui la madre aveva assistito e non fatemi spiegare il significato.

Si affezionava anche ai maschi umani della casa, se era per quello, riconosceva l’auto che posteggiava sulla strada, sapeva prima degli altri che stava arrivando e si piazzava dietro la porta d’entrata, in attesa. Non si fece mai prendere in braccio, ma saltava in grembo e si accoccolava soddisfatta. Non aveva mai fatto delle vere e proprie fusa. Passarono gli anni. Invecchiò e divenne più mansueta. Era molto dimagrita. La famiglia partì per una vacanza, quando tornò, Patan traballante, con le ultime sue forze, si arrampicò per raggiungere il grembo dell’ormai ragazza che non osava neppure toccarla così fragile com’era, e si addormentò per sempre. Si disse che li aveva aspettati per morire. Fu la prima e non fu mai dimenticata.

Manuela Camponovo

(2. Continua)

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