Nel giugno 1947 Curzio Malaparte fa ritorno a Parigi dopo quattordici anni. Non di assenza, ma «d’esilio», precisa. Come se la Francia fosse per lui una seconda patria. Giornale di uno straniero a Parigi (Adelphi 2025) è il frutto di quel periodo. Per Malaparte la Francia è anzitutto una patria letteraria. Non a caso lo scrittore che sente più vicino è Réné de Chateaubriand, di cui condivide i gusti, l’indole, i sentimenti, le inclinazioni. E la profonda malinconia: «È in virtù di Chateaubriand che, talvolta, mi sento francese». Non si tratta però solo di inclinazioni letterarie. «Ogni volta che attraverso la frontiera francese», confessa, «respiro meglio, dormo, mi sento tranquillo e sicuro». È un’intera civiltà ad attirarlo. La modernità «raffinatissima e intransigente» dell’età di Luigi XV, fiduciosa nell’«uomo perfetto». Ma anche la follia «fredda, chiara» degli amici Jean Cocteau e Jean Giraudoux. Quindi il colore del cielo di Parigi.
Ma il diario, anzi – precisa – giornale, Malaparte si racconta attorno a s stesso, all’io destinato al naufragio, in un’epoca che non gli appartiene più. Il toscano è invecchiato. I salons dove intrecciava conversazioni con scrittori, gente di teatro, artisti e diplomatici sono ormai solo un riverbero del passato. Ogni giornale è ritratto, cronaca, racconto, ricordo, storia. Un giornale è un racconto. «Torno finalmente a Parigi dopo quattordici anni d’esilio in Italia». Questi quattordici anni sono stati i più tristi, i più pericolosi della sua vita, spiega l’autore. Che nel 1933 lasciò la città, tornò in Italia, dove fu arrestato, rinchiuso per lunghi mesi al Regina Coeli, poi condannato a cinque anni di confino nell’isola di Lipari. L’inizio internazionale di Malaparte era però più avvincente. Aveva attraversato a piedi la frontiera di Ventimiglia a sedici anni ed era arrivato ad Avignone dopo l’evasione dal Collegio Cicognini di Prato.
Seguono invettive toscane contro l’Italia. «L’Italia è un miserabile paese di schiavi […]. Lo Stato disprezza il cittadino, la giustizia lo schernisce, la polizia lo minaccia […]. In realtà, è schiavo, sia dello Stato, sia degli altri italiani. Se non ha amici potenti al potere, è alla mercé della polizia, della cattiveria, della gelosia dei vicini, della debolezza, della codardia, della corruzione della magistratura, del suo asservimento all’esecutivo e ai partiti. Sono stato arrestato undici volte in vent’anni, non posso dormire tranquillo da nessuna parte, in Italia». E ancora: «Sono sempre stato un uomo libero, la mia libertà me la sono conquistata e difesa da me, con le mie sole forze, malgrado l’indifferenza o l’ostilità di tutti […]. Gli uomini odiano la libertà degli individui, specie la libertà degli scrittori. Gli uomini odiano gli scrittori».
«L’Italia è un povero paese ridotto in schiavitù da una banda di poliziotti, da una comitiva di magistrati pavidi, dai delatori professionisti, dai dilettanti della delazione […]. Alla base della vita italiana c’è l’ingiustizia: c’è uno Stato nemico dell’individuo. Le leggi, la magistratura, la polizia, tutto è pronto ad avventarsi contro l’individuo, ad accanirsi su di lui. Non si dorme tranquilli, in Italia». Malaparte racconta tutti gli incontri quotidiani. Al pranzo dall’ambasciatore Piero Quaroni parla di libri, di quadri, del vecchio Paul Bonnard. Poi va da Jole Robinson, un’americana che fa professione di libertà. Incontri con Maria Casarès e Orson Welles. Dunque, Jean Cassou. Roger Nimier il più intelligente e il più libero tra i giovani intellettuali, sostiene l’autore. François Mauriac è rimasto lo stesso. Ma non Malaparte per Mauriac. L’Italia ha dichiarato guerra alla Francia, i soldati italiani hanno occupato i territori francesi.
Cita Pierre Corneille, Jean Racine, Stéphane Mallarmé, Paul Valéry, Paul Claudel, Henri de Toulouse Lautrec … Malaparte ama la Francia. Durante i vent’anni di dittatura, l’Italia letteraria non si è ingaggiata. Il più nobile esempio di resistente non fu Benedetto Croce, ma Luigi Pirandello, argomenta Malaparte. Poi analisi sociologiche. La caratteristica che più colpisce dello stato d’animo dei francesi dopo la liberazione è la tendenza a esagerare le loro miserie. «Per uno straniero, la sola condizione accettabile, in Francia, è di essere straniero». «Il Francese non ha malveillance, sebbene ami denigrare» non è cattivo. Il suo fondo è impetuoso, leggero, ma non malvagio. Attacco ad Alberto Moravia: scrive cose banali. Critica ad Albert Camus, che non gli fa impressione. Cena con Paul Reynaud. «L’Italia non è uno Stato. È un popolo», dice il presidente. Malaparte: «Il futuro, in Europa, non è degli Stati, è dei popoli».
Amedeo Gasparini
Nel giugno 1947 Curzio Malaparte fa ritorno a Parigi dopo quattordici anni. Non di assenza, ma «d’esilio», precisa. Come se la Francia fosse per lui una seconda patria. Giornale di uno straniero a Parigi (Adelphi 2025) è il frutto di quel periodo. Per Malaparte la Francia è anzitutto una patria letteraria. Non a caso lo scrittore che sente più vicino è Réné de Chateaubriand, di cui condivide i gusti, l’indole, i sentimenti, le inclinazioni. E la profonda malinconia: «È in virtù di Chateaubriand che, talvolta, mi sento francese». Non si tratta però solo di inclinazioni letterarie. «Ogni volta che attraverso la frontiera francese», confessa, «respiro meglio, dormo, mi sento tranquillo e sicuro». È un’intera civiltà ad attirarlo. La modernità «raffinatissima e intransigente» dell’età di Luigi XV, fiduciosa nell’«uomo perfetto». Ma anche la follia «fredda, chiara» degli amici Jean Cocteau e Jean Giraudoux. Quindi il colore del cielo di Parigi.
Ma il diario, anzi – precisa – giornale, Malaparte si racconta attorno a s stesso, all’io destinato al naufragio, in un’epoca che non gli appartiene più. Il toscano è invecchiato. I salons dove intrecciava conversazioni con scrittori, gente di teatro, artisti e diplomatici sono ormai solo un riverbero del passato. Ogni giornale è ritratto, cronaca, racconto, ricordo, storia. Un giornale è un racconto. «Torno finalmente a Parigi dopo quattordici anni d’esilio in Italia». Questi quattordici anni sono stati i più tristi, i più pericolosi della sua vita, spiega l’autore. Che nel 1933 lasciò la città, tornò in Italia, dove fu arrestato, rinchiuso per lunghi mesi al Regina Coeli, poi condannato a cinque anni di confino nell’isola di Lipari. L’inizio internazionale di Malaparte era però più avvincente. Aveva attraversato a piedi la frontiera di Ventimiglia a sedici anni ed era arrivato ad Avignone dopo l’evasione dal Collegio Cicognini di Prato.
Seguono invettive toscane contro l’Italia. «L’Italia è un miserabile paese di schiavi […]. Lo Stato disprezza il cittadino, la giustizia lo schernisce, la polizia lo minaccia […]. In realtà, è schiavo, sia dello Stato, sia degli altri italiani. Se non ha amici potenti al potere, è alla mercé della polizia, della cattiveria, della gelosia dei vicini, della debolezza, della codardia, della corruzione della magistratura, del suo asservimento all’esecutivo e ai partiti. Sono stato arrestato undici volte in vent’anni, non posso dormire tranquillo da nessuna parte, in Italia». E ancora: «Sono sempre stato un uomo libero, la mia libertà me la sono conquistata e difesa da me, con le mie sole forze, malgrado l’indifferenza o l’ostilità di tutti […]. Gli uomini odiano la libertà degli individui, specie la libertà degli scrittori. Gli uomini odiano gli scrittori».
«L’Italia è un povero paese ridotto in schiavitù da una banda di poliziotti, da una comitiva di magistrati pavidi, dai delatori professionisti, dai dilettanti della delazione […]. Alla base della vita italiana c’è l’ingiustizia: c’è uno Stato nemico dell’individuo. Le leggi, la magistratura, la polizia, tutto è pronto ad avventarsi contro l’individuo, ad accanirsi su di lui. Non si dorme tranquilli, in Italia». Malaparte racconta tutti gli incontri quotidiani. Al pranzo dall’ambasciatore Piero Quaroni parla di libri, di quadri, del vecchio Paul Bonnard. Poi va da Jole Robinson, un’americana che fa professione di libertà. Incontri con Maria Casarès e Orson Welles. Dunque, Jean Cassou. Roger Nimier il più intelligente e il più libero tra i giovani intellettuali, sostiene l’autore. François Mauriac è rimasto lo stesso. Ma non Malaparte per Mauriac. L’Italia ha dichiarato guerra alla Francia, i soldati italiani hanno occupato i territori francesi.
Cita Pierre Corneille, Jean Racine, Stéphane Mallarmé, Paul Valéry, Paul Claudel, Henri de Toulouse Lautrec … Malaparte ama la Francia. Durante i vent’anni di dittatura, l’Italia letteraria non si è ingaggiata. Il più nobile esempio di resistente non fu Benedetto Croce, ma Luigi Pirandello, argomenta Malaparte. Poi analisi sociologiche. La caratteristica che più colpisce dello stato d’animo dei francesi dopo la liberazione è la tendenza a esagerare le loro miserie. «Per uno straniero, la sola condizione accettabile, in Francia, è di essere straniero». «Il Francese non ha malveillance, sebbene ami denigrare» non è cattivo. Il suo fondo è impetuoso, leggero, ma non malvagio. Attacco ad Alberto Moravia: scrive cose banali. Critica ad Albert Camus, che non gli fa impressione. Cena con Paul Reynaud. «L’Italia non è uno Stato. È un popolo», dice il presidente. Malaparte: «Il futuro, in Europa, non è degli Stati, è dei popoli».
Amedeo Gasparini