Storie di Musetta e altri gatti

Scomparsa: ma questa volta non era la gatta…

«Morire – questo a un gatto non si fa. / Perché cosa può fare un gatto / in un appartamento vuoto? / Arrampicarsi sulle pareti. / Strofinarsi tra i mobili / Qui niente sembra cambiato / eppure tutto è mutato / Niente sembra spostato / eppure tutto è fuori posto / E la sera la lampada non brilla più. / Si sentono passi sulle scale, / ma non sono quelli. / Anche la mano che mette il pesce nel piattino / non è quella di prima / Qualcosa qui non comincia / alla solita ora / Qualcosa qui non accade / come dovrebbe. / Qui c’era qualcuno, c’era / poi d’un tratto è scomparso / e si ostina a non esserci…»

Gatta Musetta riposa nascosta

Musetta

Diversi libri narrano la morte di un gatto; ci sono aneddoti che raccontano di cani in attesa del loro padrone, per anni, magari sulla sua tomba, ma pochissime storie descrivono la morte del convivente umano attraverso lo sguardo, il supposto pensiero del suo animale. Uno dei testi più incisivi è la composizione della poetessa polacca Wislawa Szymborska, di cui sopra un estratto.
Tra due esseri che abitano sotto lo stesso tetto, anche così differenti, soprattutto se anziani, si crea una sorta di simbiosi, imparano e si dividono i reciproci ritmi esistenziali, l’ora del cibo e quella del dormire, il vivere molto in casa e condividere dunque lo stesso territorio, per anni. Finiscono per assomigliarsi nelle abitudini. Cosa può passare per la testa di un gatto quando improvvisamente, da un giorno all’altro, il suo compagno di vita scompare? Lo descrive bene il componimento citato. Musetta invecchiando era diventata più docile, meno aggressiva. Si capivano, nonostante un linguaggio differente. Nel loro scambio affettivo.

La figlia si divideva tra l’ospedale e la casa, accudendo come poteva una Musetta scombussolata che andava a dormire sul grande letto deserto e che si guardava intorno nella cucina dove appunto un’altra mano le dava da mangiare. Oltretutto non si piacevano neanche molto, quella persona era una usurpatrice, altro modo di muoversi, di camminare, altro odore e poi pretendeva sempre di prenderla in braccio, cosa che Musetta detestava e lo faceva capire in tutta la sua pelosa e artigliata agitazione.

Gatta Musetta davanti ad un armadio

Dall’ospedale non sarebbe più tornata. Aveva chiesto che la gatta fosse addormentata, dopo la sua morte: “Soffrirà. poi con il tuo lavoro, sempre in giro, non si abituerà”. Addormentare Musetta, così in salute? Ma scherziamo? Che idea folle! Non tutte le promesse ad un morente si possono (o si devono) mantenere.

Dopo sarebbe stato anche peggio. C’erano cose da sistemare, prima di chiudere la casa, la figlia aveva il suo lavoro in un’altra città, tornava nei fine settimana e per alcuni giorni Musetta restava da sola. La colf veniva a darle da mangiare e a pulire la lettiera. Sola anche di notte, in una casa silenziosa, buia, vuota. Non avrebbe mai dimenticato gli occhi che le puntava addosso ad ogni ritorno, uno sguardo che in tutti gli anni non le aveva mai visto, un misto di paura angosciata, di allarme, nelle dilatate pupille scure… Una espressione che sarebbe passata in alcune ore di presenza ma che si ripresentava ogni volta che, dopo l’allontanamento, varcava di nuovo la soglia. Per questo motivo aveva deciso che quando fosse stata con lei non l’avrebbe mai più abbandonata. L’avrebbe sempre portata con sé, dovunque andasse, con tutti i limiti che questo avrebbe comportato. Quello sguardo non voleva più vederlo.

Gabbia da trasporto per gatti

Trasportino per gatti

Era arrivato il momento della partenza definitiva. La figlia si era rifugiata nel bagno, il luogo più “neutro”, Erano lì, loro due, l’appartamento sembrava così grande dopo che erano passati i traslocatori. Musetta era già nel trasportino. Anticipava sempre il momento perché non sapeva quanto ci sarebbe voluto ad infilarla dentro, così ribelle, così ferocemente decisa ancora a salvaguardare la sua indipendenza e a non finire in gabbia. Decisione e violenza, purtroppo. Per questo arrivava sempre lei quando si trattava di portarla dal veterinario. Mentre aspettava l’auto che avrebbe condotto Musetta in un altro paese, in un’altra casa, sapeva che per la gatta sarebbe stato un trauma, così portata come un pacco postale in un’altra vita, in un territorio sconosciuto. Per fortuna miagolava solo un po’ all’inizio e poi smetteva, si erano sentiti racconti allucinanti di chi non avrebbe mai potuto far viaggiare il proprio gatto che si lamentava ininterrottamente per tutto il tempo, esasperando anche la persona più controllata di questo mondo. Forse Musetta era troppo intelligente per non rendersi conto che anche miagolando all’infinito le cose non sarebbero cambiate. Questo non riusciva ad imporlo agli umani.

Manuela Camponovo

(27. Continua)

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