Alcune centinaia di chilometri, ed eccole lì. Aveva posato il trasportino sul pavimento in corridoio. Era cresciuta con i gatti, pensava di conoscerli, di sapere tutto di loro, ma una reazione simile non l’aveva prevista. Del resto era il primo gatto della sua vita “trasportato”, tele-trasportato. Pensate, se uno di voi fosse improvvisamente catapultato in un altro mondo, irriconoscibile, senza punti di riferimento, alla cieca… Come vi sentireste?
Appena aperto lo sportellino, Musetta si lanciò fuori come una furia, correndo all’impazzata per l’appartamento, soffiando, ringhiando, sputacchiando a tutto quello che incontrava sulla sua strada, poi di corsa tornava verso di lei, l’unica “cosa” riconoscibile, si strusciava contro le sue gambe, faceva un breve accenno di fusa, e poi di nuovo via, di corsa, sputacchiando, soffiando, ringhiando e di nuovo strofinandosi contro le sue gambe, ron ron e ancora via come un lampo… Andò avanti così per quello che a lei, rimasta immobile nell’atrio, come paralizzata, sembrò un tempo infinito… E adesso? Ma tutto finisce, anche questa pazzia… Ad un certo punto, sfinita, Musetta si rifugiò sotto il primo letto che vide e da lì non si mosse più. Ogni tentativo di farla uscire fu inutile.

Musetta e vaso
Incredibile, ma restò rintanata per un mese, più o meno, scivolava fuori, strisciando come fosse in un campo minato, solo per mangiare e per i suoi bisogni. Pensò di lasciarla tranquilla.
All’improvviso, una notte, la sentì arrivare, leggera, zampettando come in una danza sul piumino, aprì gli occhi e nel buio vide un paio di pupille fosforescenti che la fissavano in modo poco rassicurante. Era pronta al balzo? L’avrebbe azzannata alla gola? Troppa immaginazione, troppi film dell’orrore… Ad ogni modo rimase immobile e da quella volta Musetta si era ricavato il suo spazio anche sul letto, non troppo vicino, non troppo lontano; fino a quando le si adagiò sul corpo disteso, nel silenzio notturno, quando nessuno la guardava e l’umana faceva finta di dormire, allora poteva anche godersi un po’ di fusa. Era fatta così, non voleva ammettere, la gatta, che avesse bisogno del conforto umano.
Erano lontani i tempi delle scorribande avventurose, nella sua vecchiaia si era fatta più tranquilla anche se non più docile, almeno con lei. Non era tipo da coccole in grembo, non veniva mai in braccio, ma lei scoprì che, se mentre lavorava al computer, posava una sedia accanto, ben volentieri Musetta si accoccolava al suo fianco, né troppo vicina, né troppo lontana, come sempre.

Musetta nella giardiniera
Quando ritornava dal lavoro la trovava ad aspettarla dietro la porta. Si domandava se era perché percepiva il suo arrivo oppure era perché aveva un suo orologio biologico. Quando rientrava più tardi del solito non poteva saperlo, ma ebbe la conferma che l’ipotesi più giusta fosse la seconda, quando un giorno varcò la soglia qualche ora prima del solito: Musetta stava dormendo ancora e si svegliò assonnata e sorpresa di vederla ad un’ora inaspettata. Così, quando restava fuori per cena e anche oltre, impegnata in qualche evento serale, con un certo disagio pensava alle pazienti attese della sua gatta dietro la porta.
Detestava gli ospiti, specie gli uomini, voce diversa, forse troppo ingombranti e goffi. All’improvviso suono del campanello andava a nascondersi e nessuno riusciva ad ammirare la decantata bellezza di quella gatta. Ma quando venne ad abitare per un certo tempo una collega che amava i gatti ed era particolarmente gentile, Musetta la prese in simpatia al punto da intrufolarsi nella sua stanza, cosa sorprendente e mai successa. A lei faceva piacere che andassero così d’accordo, poteva dividersi l’intrattenimento felino!
Manuela Camponovo
(28. Continua)