
Opera di Eliana Bernasconi
Un’analisi per i linguisti? Sì. Ma anche per tutti noi; che le parole le usiamo, le interpretiamo e spesso subiamo. Specie nella geopolitica, ormai entrata nella nostra quotidianità.
La geopolitica non è una scienza esatta. Il suo scenario è un po’ quello di una partita giocata nella nebbia; dove si deve intuire chi è l’avversario; come ci si possa difendere e/o attaccare; dove ognuno si muove da una propria posizione soggettiva. Ciononostante, la geopolitica cerca di capire la tensione tra la terra, un territorio – geo – e la politica – polis –, tra una comunità e il suo ambiente, in continua evoluzione ed interrelazione. Essa si muove tra fattori storico-geografici, tecnici (le innovazioni), economici (con i suoi squilibri) e culturali (spesso ideologici) ma, anche e volentieri, tra passioni umane: la paura, l’ambizione, il potere, le rivalità e, in buona o cattiva fede, il volere il bene degli altri.
In questo campo di forze ognuno tende ad avere la propria narrazione e un linguaggio funzionale alla propria lettura dei fatti e ai propri obiettivi. Ne dà una prova Anne Applebaum – Premio Strega 2025 per la saggistica internazionale – nel suo Autocrazie (Mondadori), alla scoperta di chi sono i dittatori e come, paradossalmente uniti, governino il mondo.
La narrazione dei cleptodittatori è spesso subdola e terribilmente efficace. Così i diritti umani si trasformano per la Cina in diritto allo sviluppo, il che può essere definito e misurato solo dai governi. La sovranità è messa in grande rilievo, ma questa sarebbe appannaggio dei pochi in grado di esercitarla (Cina, Russia, USA); quindi, nel nome degli interessi definiti dal sovrano si giustificano – in nome di chissà quale libertà – sia il controllo sui propri cittadini, sia gli interventi in altri paesi.
Nel linguaggio delle relazioni internazionali entrano principi sostitutivi come quelli di cooperazione vantaggiosa per tutti o di rispetto reciproco. Chi non sarebbe d’accordo? Ma il vocabolario è deliberatamente sbiadito e poco minaccioso: significa di fatto mettersi in mani autocratiche, agli antipodi delle regole onusiane. Una strategia incendiaria antiliberale e distruttiva. Sebbene sia sotto gli occhi di tutti, arrischiamo di cadere nella trappola dell’indifferenza, avallando la tentazione realista – le guerre e le lotte di potere non sono sempre esistite? – come pure l’isolazionismo, ugualmente fuorviante.
Come reagire? Ci viene in aiuto – in generale – Gianrico Carofiglio nel suo Con parole precise. Manuale di autodifesa civile (Feltrinelli). Affinché la manipolazione delle parole non sia la manipolazione della realtà, bisogna «distinguere le parole che mistificano da quelle che illuminano; per difendere – anche nello scenario quotidiano – lo spazio comune della verità e della democrazia».
Remigio Ratti