Le Giornate cinematografiche di Soletta 2026, in corso di svolgimento fino al 28 gennaio, confermano il loro ruolo di termometro del cinema svizzero, con una selezione di ben 164 titoli tra lunghi e corti che attraversano fiction, documentario e forme ibride.

Nel concorso principale spicca Freedom – le destin de Shewit di Anne‑Frédérique Widmann, potente ritratto di una sedicenne fuggita dall’Eritrea che cerca di costruirsi una vita libera in Svizzera, intrecciando intimità quotidiana e riflessione politica sulla condizione dei rifugiati. Accanto a lei, Imagine Peace di Fabian Chiquet esplora, con sguardo contemplativo, il desiderio di pace in un mondo attraversato da conflitti, interrogando il ruolo delle immagini e della memoria collettiva.
La sezione documentaria si annuncia particolarmente forte grazie a titoli come Game Over – Der Fall der Credit Suisse di Simon Helbling, che ricostruisce in modo serrato il crollo della storica banca svizzera e le sue implicazioni sociali e politiche. Nello stesso solco di attenzione all’attualità si inserisce Blame di Christian Frei, che riflette su responsabilità individuali e collettive in una società dove la ricerca del capro espiatorio sembra diventare un meccanismo di sopravvivenza civile.
Molto attese anche le opere che mettono al centro la costruzione dell’identità femminile e i percorsi di emancipazione, come Silent Rebellion di Marie‑Elsa Sgualdo, storia di una ribellione silenziosa che passa attraverso i gesti minimi del quotidiano. Su un terreno affine si muove Kalari Kid – She Hits Back di Maria Kaur Bedi e Satindar Singh Bedi, che segue due giovani indiane impegnate a riconquistare spazio e autodeterminazione in una società patriarcale grazie alla disciplina marziale del Kalari.
La dimensione più intima e generazionale trova una sintesi efficace in film come Becaària di Erik Bernasconi e il lavoro del regista Mateo Ybarra, entrambi interessati al passaggio fragile tra adolescenza ed età adulta, tra senso di appartenenza e necessità di fuga. In Be Boris di Benoît Goncerut, invece, l’amicizia e la cinefilia diventano chiave per osservare la precarietà esistenziale di un giovane disoccupato, oscillando tra ironia, malinconia e autoritratto generazionale.
Nel programma dedicato alle nuove visioni spicca A Free Daughter of Free Kyrgyzstan di Leigh Iacobucci, che segue la giovane attivista e popstar Zere Asylbek nella sua battaglia per i diritti delle donne, mescolando performance musicale e racconto politico. La stessa sezione ospita La vallée di Gwennaël Bolomey e Nessuno vi farà del male di Dino Hodic, due film che scavano nelle origini familiari e nei traumi ereditati, trasformando il viaggio personale in una meditazione sulla memoria e sulla trasmissione intergenerazionale.
L’attenzione alle questioni di genere ritorna in Les chasseresses di Amélie Bargetzi e Christelle Jornod, in cui quattro giovani decidono di avvicinarsi al mondo della caccia per interrogare ruoli tradizionali, potere e relazione con la natura. A chiudere idealmente il discorso sui confini tra umano, ambiente e percezione c’è Flying Scents – Of Plants and People di Antshi von Moos, che indaga il legame invisibile tra essenze, paesaggi e comunità, proponendo un cinema sensoriale e riflessivo.
La presenza ticinese
Un capitolo a parte lo meritano le produzioni ticinesi, che quest’anno trovano a Soletta una vetrina particolarmente ampia, tra prime svizzere, documentari e cortometraggi legati al territorio. In prima svizzera arriva Nessuno vi farà del male del regista ticinese Dino Hodic, prodotto da Fiumi Film con RSI e selezionato nella competizione Visioni, che mette in scena un dramma familiare intimo sul confine tra protezione e controllo.
Accanto a questo, Elisa di Leonardo Di Costanzo, girato anche nel Mendrisiotto e coprodotto da Tempesta con Amka Films e RSI, utilizza i paesaggi ticinesi come sfondo per un racconto sospeso tra adolescenza, colpa e desiderio di fuga. Nel campo del documentario spiccano titoli come La leggerezza sommersa di Fulvio Mariani e Più grande del cielo di Valerio Jalongo, opere sostenute dalla Ticino Film Commission che intrecciano memoria personale, geografie alpine e riflessione sulla fragilità degli ecosistemi culturali e naturali.

Una scena dal documentario La leggerezza sommersa
Il legame con la Svizzera italiana si estende anche alle prime assolute Mother Yamuna di Vito Robbiani, prodotto dalla casa di Savosa MediaTree con RSI, e Il fantasma che è in me di Michael Beltrami, coproduzione losonese sostenuta anche dal Fondo per la promozione della lingua italiana nel cinema svizzero. Nella sezione «Histoires» il pubblico può inoltre (ri)scoprire due titoli cult del ticinese Edo Bertoglio, Face Addict e la versione restaurata di Downtown 81, che collegano la scena newyorchese degli anni Ottanta alle traiettorie biografiche di un autore cresciuto tra mondi diversi.
Il panorama ticinese si completa con i lungometraggi Die Verkosterinnen (Le assaggiatrici) del regista di origini ticinesi Silvio Soldini, I figli di Icaro di Daniel Jonas Kemény e Il canto del respiro della ticinese Simona Canonica, che declinano in modi diversi il tema dello sradicamento, del corpo e della trasmissione tra generazioni. Sul versante breve, infine, spicca il cortometraggio Disco D(e)ad di Lilly Di Rosa, produzione CISA in concorso nella sezione Talente, insieme ad altri lavori nati in Ticino o con forti legami alla regione che confermano la vitalità delle sue nuove voci.