
La strage di Capodanno a Crans Montana ha incendiato non solo un locale con la sua tragica scia di giovanissimi morti e feriti, ma ha pure fatto esplodere una serie di contraddizioni tra Svizzera e Italia che hanno trasformato una vicenda dolorosa e drammatica in tentativi di spettacolarizzazione massmediatica e di strumentalizzazione politica. È emersa così una contrapposizione tra due Paesi dove da sempre si confondono – reciprocamente – l’ammirazione, il rispetto e la stima, ma anche un fondo di gelosia, di invidia e di rivalità.
Non foss’altro perché la Svizzera – soprattutto quella italiana ma non solo – ha una componente di cittadini italiani elevatissima, combattuti tra il difendere per principio e affetto il proprio Paese d’origine, e il sentimento di gratitudine e riconoscenza verso un Paese che li ha accolti e fatti diventare pienamente parte della comunità nella quale sono inseriti.
Abbiamo così dovuto tristemente assistere a tre differenti livelli di contrapposizione, che hanno origine nel retroterra culturale, diverso per ciascun attore in campo. Se non si comprende questo, e si confondono tra loro, scatta un cortocircuito che provoca incomprensioni, mal di pancia e conflitti. Confondere queste due culture immaginando l’altro con gli occhi propri (o imponendo la propria all’altro) significa creare e alimentare queste inutili contrapposizioni.
Tre i livelli sui quali è esplosa la polemica e la contrapposizione tra Svizzera e Italia. Analizzarli senza beatificare l’uno e demonizzare l’altro, aiuta a disinnescare conflitti che irresponsabilmente l’uno o l’altro tentano di alimentare.
Il giornalismo
Il primo livello è quello della comunicazione. O meglio, del giornalismo. Da parte italiana c’è una cultura del giornalismo dove nomi e cognomi di vittime e carnefici, vengono pubblicati senza alcuna reticenza e senza farsi venire alcun dubbio sulle possibili conseguenze.
Un giornalismo portato alla ricerca dello scandalo a prescindere, e del principio dell’“apòta”, cioè – per usare il termine coniato dal “luganese” Giuseppe Prezzolini – di colui che rifiuta di bersi le verità precostituite, i dogmi o la propaganda, mantenendo uno spirito critico e scettico. È un sano principio per ciascun giornalista che abbia come unico compito quello di fare domande e cercare risposte.
Il giornalismo svizzero, invece, ma sarebbe più giusto dire quello ticinese per non fare troppe generalizzazioni, è spesso portato a fidarsi delle istituzioni, e fatica a cercare fonti alternative a quelle ufficiali. Il giornalismo d’inchiesta, tanto per essere chiari, non è molto di casa sulle rive del Verbano o del Ceresio. Anche perché costa caro, e per farlo occorrono risorse e salari adeguati. E a proposito di nomi e cognomi, questi non si pubblicano, per salvaguardare le persone vicine ai protagonisti di cronache nere.
La deriva di questi due modi di fare giornalismo sono però deleteri.
In Italia, luoghi comuni, mezze verità, talk show urlati, interventi impastati di slogan e non di ragionamenti, sono pane quotidiano sulle televisioni italiane (quelle che i sostenitori dei “200 franchi bastano” vorrebbero egemoni anche in casa nostra) e molti quotidiani della Penisola sopravvivono di scandaletti presunti e gonfiati. La pubblicazione dei nomi dei protagonisti, poi, porta a conseguenze devastanti, come mostra la recente notizia di cronaca dove due anziani genitori di un omicida si sono suicidati a causa del delitto commesso dal figlio.
In Ticino, al contrario, un giornalismo paludato, al servizio di interessi di mercato o di potere, di una politica accondiscendente o di istituzioni compiacenti porta spesso all’insignificanza e all’offerta di notizie senza contenuto, di semplice trasposizione di comunicati stampa. Basta sfogliare le testate rimaste sul mercato per notare come per esempio sia scomparsa la cronaca, quella che una volta veniva verificata controllando le suole delle scarpe dei cronisti: più erano consumate, più la cronaca era approfondita. E la norma imposta per legge di non fare nomi, viene bellamente scavalcata se il protagonista di aberranti reati è un prete, del quale si sgrana la biografia dettagliata. Mentre se lo stesso reato è commesso da un poliziotto locale non si pubblica neppure il nome del Comune per il quale prestava servizio, senza dare spiegazioni ai lettori.
Per tornare sullo specifico caso di Crans Montana, stiamo assistendo ad un uso disinvolto e scandalistico del giornalismo italiano che quotidianamente rilancia addirittura notizie smentite, arrivando persino ad accusare i silenzi dei colleghi francesi che non urlano contro la magistratura, il governo e il popolo elvetici. Dall’altra parte troviamo il giornalismo di casa nostra che ignora responsabilità, connivenze, retroscena di una realtà come quella vallesana dove le complicità e i favoritismi – a detta di esperti – sono cronici e ben consolidati nel tempo. Con l’ipocrisia di sfocare il volto del principale accusato, dopo che nei primi giorni questo è apparso in tutti i video nostrani (e all’estero appare ancora).
La magistratura
Il secondo livello, dopo quello massmediatico, è quello che riguarda la giustizia. In Italia intervengono magistrati, giudici, avvocati e procuratori pubblici che si dicono scandalizzati perché norme elementari di investigazione, di salvaguardia delle indagini, di protezione contro l’inquinamento delle prove, non verrebbero messe in atto dal ministero pubblico vallesano. E puntano il dito sulla giustizia svizzera, incapace e inefficace. Il metro di paragone di queste accuse è l’ordinamento giudiziario italiano. E a nessuno viene il dubbio che il paragone è improponibile, visto che la Svizzera – anzi, ogni Cantone – ha un proprio ordinamento.
Anche in Vallese, però, non è che la magistratura si stia comportando in modo esemplare, permettendo a presunti colpevoli di starsene tranquillamente a casa fin dai primi giorni, con telefonini e computer a disposizione, e possibilità di comunicare con chiunque. Ma la critica deve essere fatta qui, da noi, sulla base delle nostre regole.
Questo dimostra che non esiste una giustizia perfetta – italiana o vallesana che sia – alla quale riferirsi come modello, ma che ciascun ordinamento ha normative riformabili che non possono essere lette e giudicate con quello di un altro Paese ma solo col proprio. Il principio però che va salvaguardato (e sul quale da noi varrebbe la pena indagare) è l’indipendenza della magistratura dalla politica.
I governi
L’aspetto più inquietante è però l’ingerenza di una istituzione politica nelle questioni di giustizia interne ad un Paese amico. Il governo italiano ha addirittura richiamato il suo ambasciatore in Svizzera, dopo la scarcerazione su cauzione del principale accusato. E il diplomatico resterà a Roma finché il nostro governo non avvierà una collaborazione tra autorità giudiziarie italiane e svizzere. Mai era accaduto un fatto del genere. Una pressione che ha il sapore del ricatto. Alla quale, per ora, il presidente della Confederazione Guy Parmelin, pur comprendendo l’indignazione italiana, ha ricordato come in Svizzera abbiamo procedure diverse e che i due sistemi giuridici non vanno sovrapposti. «Dobbiamo rispettare la separazione dei poteri e la politica non deve interferire», ha sottolineato. Così come l’ambasciatore svizzero in Italia, Roberto Balzaretti, ha ricordato che «un principio fondamentale del diritto penale svizzero è che l’imputato resta in libertà».
Anche in questo conflitto istituzionale, come per il giornalismo e per la magistratura, la stortura deriva dal leggere le vicende straniere con gli occhi della propria cultura e della propria storia. Senza comprendere la cultura e la storia dell’altro. Vale per l’Italia, vale per la Svizzera. Ma vale anche per ogni nazione. Senza questo principio, la conseguenza è solo il conflitto aperto. Che altrove, purtroppo, è pure armato.
Luigi Maffezzoli