Mascha Kaléko, pseudonimo di Golda Malka Aufen, nacque il 7 giugno 1907 a Chrzanów, in Galizia, che allora faceva parte dell’impero austro-ungarico. Il padre era un commerciante russo. La madre era originaria della Moravia. Quando scoppiò la Grande Guerra, la famiglia si trasferì in Germania per sfuggire ai pogrom che devastavano l’Europa orientale. Il padre, trattenuto come nemico straniero, si riunì alla famiglia solo dopo la fine del conflitto. Si spostarono prima a Francoforte, poi a Marburgo. Nel 1918, a Berlino, abitavano allo Scheunenviertel, il “quartiere dei fienili”, una zona povera a Nord-Ovest di Alexanderplatz dove si concentrava la popolazione ebraica dell’Europa orientale. Nel novembre 1923, durante l’iperinflazione, il quartiere subì regolarmente diversi pogrom. Contro il parere del padre, Mascha frequentò corsi serali di filosofia e psicologia alla Lessing Hochschule e all’Humboldt Universität. Dal 1925 lavorò come stenografa presso l’Agenzia per l’Impiego gestita dalle organizzazioni ebraiche tedesche.
Scriveva poesie in dialetto berlinese: i versi catturavano la vita quotidiana della gente comune. Nel 1928 sposò Saul Aaron Kaléko, filologo ed insegnante, prendendo il cognome che l’avrebbe resa famosa. Dal 1929 cominciò a pubblicare le sue prime due poesie sulla rivista d’avanguardia Querschnitt, seguite dai versi sulla Vossische Zeitung e sul Berliner Tageblatt. In pochi anni Mascha Kaléko divenne una celebrità della Berlino letteraria. La poesia mescolava l’ironia con la malinconia dell’ebraismo, usando un linguaggio accessibile, rime regolari che rendevano i versi immediati. Frequentava il Romanisches Café, il cuore della scena culturale berlinese, dove si incontravano Kurt Tucholsky, Else Lasker-Schüler, Erich Kästner. I suoi versi venivano recitati nei cabaret da Claire Waldoff, Rosa Valetti, Annemarie Hase. Era la Nuova Oggettività, la Gebrauchslyrik, la “poesia del quotidiano”. Che parlava di ingiustizie sociali, di piccole felicità, di esistenze anonime nella città. Alcuni critici avrebbero ridotto il suo lavoro a “poesia leggera”.
Di converso, personalità come Thomas Mann e Alfred Polgar ne riconobbero il valore. Nel gennaio 1933, mentre i nazisti salivano al potere, Rowohlt pubblicò il suo primo libro, Das lyrische Stenogrammheft: Verse vom Alltag (“Il taccuino lirico: versi dal quotidiano”). Fu un successo. Poi uscì Kleines Lesebuch für Große (“Piccolo libro di lettura per grandi”). Ma fu confiscato ancora in tipografia. Nel 1935 Mascha ricevette il divieto di scrivere. I suoi versi – banditi –continuarono a circolare copiati a mano. Nel 1938, dopo aver divorziato da Saul, sposò Chemjo Vinaver, direttore d’orchestra specializzato nel canto chassidico. Pochi mesi dopo, con il figlio, la famiglia partì da Amburgo, sostò quattordici giorni a Parigi, quindi s’imbarcò per gli Stati Uniti. Nel diario scritto il 27 gennaio dell’anno dopo, Mascha annotò le prime impressioni di New York. Raccontò di grattacieli che spuntavano dalla nebbia, di luci su Broadway.
Nel 1942 si stabilirono a Greenwich Village. Fu lei a divenire il sostegno economico della famiglia. Scrisse slogan pubblicitari, fece lavori di pubbliche relazioni per il coro del marito, scrisse jingle commerciali. Nel 1945 la piccola Schoenhof Verlag di Cambridge, pubblicò il suo terzo libro, Verse für Zeitgenossen (“Versi per contemporanei”). Una raccolta che rifletteva la miseria materiale e psicologica dell’esilio e le difficoltà di integrazione. Nel 1956, Mascha Kaléko tornò a Berlino. Fu l’inizio di una serie di public lecture in Europa. Avrebbe dovuto ricevere il premio Fontane per la letteratura dall’Accademia delle Arti di Berlino. Ma lo rifiutò perché nella giuria sedeva Hans Egon Holthusen, critico letterario ed ex membro delle SS. Nel 1959 si trasferì a Gerusalemme Ovest perché Chemjo trovò migliori condizioni di lavoro. Ma qui Mascha si sentì isolata. Continuò, tuttavia, a pubblicare. Nove volumi tra gli anni Sessanta e i primi Settanta.
Una volta all’anno, per sfuggire al caldo israeliano, tornava in Europa per tenere contatti. Il 28 luglio 1968 il figlio Steven Vinaver, scrittore e regista teatrale, morì a Pittsfield, stroncato da una pancreatite. Mascha gli dedicò un’elegia. Nel dicembre 1973 morì anche Chemjo, dopo una lunga malattia. Nel gennaio 1975 fece un ultimo viaggio a Berlino. Sulla via del ritorno verso Gerusalemme si sentì male a Zurigo, dove fu operata. Troppo debole per continuare il viaggio, morì il 21 gennaio 1975. Oggi riposa nell’Israelitischer Friedhof, ad Ovest di Zurigo. Mascha Kaléko è stata riscoperta negli ultimi anni, dopo diversi nell’oblio. Nel 1977 uscì la raccolta In meinen Träumen läutet es Sturm (“Nei miei sogni suona l’allarme”). Il “Lyrisches Stenogrammheft” ha venduto oltre 200mila copie. A Berlino una strada e un parco portano il suo nome. E una targa commemorativa è stata posta alla sua ex residenza nel quartiere di Charlottenburg.
Amedeo Gasparini
Mascha Kaléko, pseudonimo di Golda Malka Aufen, nacque il 7 giugno 1907 a Chrzanów, in Galizia, che allora faceva parte dell’impero austro-ungarico. Il padre era un commerciante russo. La madre era originaria della Moravia. Quando scoppiò la Grande Guerra, la famiglia si trasferì in Germania per sfuggire ai pogrom che devastavano l’Europa orientale. Il padre, trattenuto come nemico straniero, si riunì alla famiglia solo dopo la fine del conflitto. Si spostarono prima a Francoforte, poi a Marburgo. Nel 1918, a Berlino, abitavano allo Scheunenviertel, il “quartiere dei fienili”, una zona povera a Nord-Ovest di Alexanderplatz dove si concentrava la popolazione ebraica dell’Europa orientale. Nel novembre 1923, durante l’iperinflazione, il quartiere subì regolarmente diversi pogrom. Contro il parere del padre, Mascha frequentò corsi serali di filosofia e psicologia alla Lessing Hochschule e all’Humboldt Universität. Dal 1925 lavorò come stenografa presso l’Agenzia per l’Impiego gestita dalle organizzazioni ebraiche tedesche.
Scriveva poesie in dialetto berlinese: i versi catturavano la vita quotidiana della gente comune. Nel 1928 sposò Saul Aaron Kaléko, filologo ed insegnante, prendendo il cognome che l’avrebbe resa famosa. Dal 1929 cominciò a pubblicare le sue prime due poesie sulla rivista d’avanguardia Querschnitt, seguite dai versi sulla Vossische Zeitung e sul Berliner Tageblatt. In pochi anni Mascha Kaléko divenne una celebrità della Berlino letteraria. La poesia mescolava l’ironia con la malinconia dell’ebraismo, usando un linguaggio accessibile, rime regolari che rendevano i versi immediati. Frequentava il Romanisches Café, il cuore della scena culturale berlinese, dove si incontravano Kurt Tucholsky, Else Lasker-Schüler, Erich Kästner. I suoi versi venivano recitati nei cabaret da Claire Waldoff, Rosa Valetti, Annemarie Hase. Era la Nuova Oggettività, la Gebrauchslyrik, la “poesia del quotidiano”. Che parlava di ingiustizie sociali, di piccole felicità, di esistenze anonime nella città. Alcuni critici avrebbero ridotto il suo lavoro a “poesia leggera”.
Di converso, personalità come Thomas Mann e Alfred Polgar ne riconobbero il valore. Nel gennaio 1933, mentre i nazisti salivano al potere, Rowohlt pubblicò il suo primo libro, Das lyrische Stenogrammheft: Verse vom Alltag (“Il taccuino lirico: versi dal quotidiano”). Fu un successo. Poi uscì Kleines Lesebuch für Große (“Piccolo libro di lettura per grandi”). Ma fu confiscato ancora in tipografia. Nel 1935 Mascha ricevette il divieto di scrivere. I suoi versi – banditi –continuarono a circolare copiati a mano. Nel 1938, dopo aver divorziato da Saul, sposò Chemjo Vinaver, direttore d’orchestra specializzato nel canto chassidico. Pochi mesi dopo, con il figlio, la famiglia partì da Amburgo, sostò quattordici giorni a Parigi, quindi s’imbarcò per gli Stati Uniti. Nel diario scritto il 27 gennaio dell’anno dopo, Mascha annotò le prime impressioni di New York. Raccontò di grattacieli che spuntavano dalla nebbia, di luci su Broadway.
Nel 1942 si stabilirono a Greenwich Village. Fu lei a divenire il sostegno economico della famiglia. Scrisse slogan pubblicitari, fece lavori di pubbliche relazioni per il coro del marito, scrisse jingle commerciali. Nel 1945 la piccola Schoenhof Verlag di Cambridge, pubblicò il suo terzo libro, Verse für Zeitgenossen (“Versi per contemporanei”). Una raccolta che rifletteva la miseria materiale e psicologica dell’esilio e le difficoltà di integrazione. Nel 1956, Mascha Kaléko tornò a Berlino. Fu l’inizio di una serie di public lecture in Europa. Avrebbe dovuto ricevere il premio Fontane per la letteratura dall’Accademia delle Arti di Berlino. Ma lo rifiutò perché nella giuria sedeva Hans Egon Holthusen, critico letterario ed ex membro delle SS. Nel 1959 si trasferì a Gerusalemme Ovest perché Chemjo trovò migliori condizioni di lavoro. Ma qui Mascha si sentì isolata. Continuò, tuttavia, a pubblicare. Nove volumi tra gli anni Sessanta e i primi Settanta.
Una volta all’anno, per sfuggire al caldo israeliano, tornava in Europa per tenere contatti. Il 28 luglio 1968 il figlio Steven Vinaver, scrittore e regista teatrale, morì a Pittsfield, stroncato da una pancreatite. Mascha gli dedicò un’elegia. Nel dicembre 1973 morì anche Chemjo, dopo una lunga malattia. Nel gennaio 1975 fece un ultimo viaggio a Berlino. Sulla via del ritorno verso Gerusalemme si sentì male a Zurigo, dove fu operata. Troppo debole per continuare il viaggio, morì il 21 gennaio 1975. Oggi riposa nell’Israelitischer Friedhof, ad Ovest di Zurigo. Mascha Kaléko è stata riscoperta negli ultimi anni, dopo diversi nell’oblio. Nel 1977 uscì la raccolta In meinen Träumen läutet es Sturm (“Nei miei sogni suona l’allarme”). Il “Lyrisches Stenogrammheft” ha venduto oltre 200mila copie. A Berlino una strada e un parco portano il suo nome. E una targa commemorativa è stata posta alla sua ex residenza nel quartiere di Charlottenburg.
Amedeo Gasparini