
La sede centrale della SSR-SRG a Berna
Si vota solo fra un mese. Ma per l’iniziativa lanciata da UDC/Lega contro il servizio pubblico radiotelevisivo 200 fr. bastano, i giochi sembrerebbero fatti. Attorno alla parità, secondo un recente sondaggio: 52% contro; 46% favorevoli. Ma, soprattutto, le opinioni sembrerebbero piuttosto cristallizzate: quattro elettori su cinque del campione è fermamente convinto; per il sì o per il no. Vale a dire, nemmeno si entra in discussione, tale è la polarizzazione. E questo è grave! Nell’uno e nell’altro caso.
Grave perché? Perché siamo allo scollamento tra opinione pubblica e istituzioni; tra individualismo e bene comune. L’iniziativa si propone di ridimensionare l’azienda SSR, facendo balenare un canone di cento franchi inferiore poiché altri attori (ed è tutto da dimostrare) sarebbero in grado di soddisfare la domanda. Come se il servizio pubblico fosse un mercato “à la carte” e non un prodotto mediatico al servizio di tutti e del Paese; uno strumento centrale per l’avvenire della nostra democrazia, del sostegno alle sue diversità e alle sue minoranze. Un valore anche a sé stante – non dipendente solo dalla quantità e dalle modalità di fruizione – poiché il modo in cui le nostre comunità vivono, comunicano, dialogano e si confrontano è parte integrante della nostra “Willensnation”. Una nazione confrontata sempre di più con le sfide dell’era digitale e di un disordine mondiale, volutamente cercato da politici autocrati senza regole. Accanto a loro una manciata di capitani di un capitalismo ipertecnocratico; con obiettivi e strumenti mediatici ormai pervasivi nella nostra quotidianità e, non da ultimo, nelle nostre menti!
Per questo, in ultima analisi, la posta in gioco è ben altra rispetto ad un’iniziativa, certo legittima, ma anche legittimante superficialità, rancori, rivalse e strumentalizzazioni politiche personali e/o pseudo ideologiche. Altrimenti non si potrebbe capire l’evidente autogoal dei ticinesi, dove si sono raccolte il 30% delle firme e dove la Svizzera italiana vedrebbe dimezzare – con tutto quel che consegue – le proprie risorse finora assicurate dal miracolo di un federalismo perequativo che garantisce i tre quarti delle risorse della RSI e parte delle private accreditate.
Certamente, a livello di economia domestica cento franchi possono far comodo. Per talune si tratta proprio di un sacrificio. Ma attenti: 200 fr bastano per cadere nella trappola. E lo stesso discorso varrebbe per le aziende che beneficiano di una rendita di posizione della Svizzera. Allora, l’invito è proprio quello di misurare quanto non siano soggettivi e superabili i nostri mal di pancia (trattasi di 28 cts al giorno); di stimolare un sussulto di orgoglio e volontà di vera partecipazione alla nostra sovranità, così messa in discussione dalle sfide dei cambiamenti epocali in corso.
Remigio Ratti