Sessant’anni fa moriva a Ginevra Wilhelm Röpke.

Wilhelm Roepke nel 1950
Con il suo influsso decisivo su Ludwig Erhard, ministro dell’economia nel governo Adenauer (1949-1961) e “Padre del miracolo economico tedesco”, Wilhelm Röpke, nato il 10 ottobre 1899 a Schwarmstedt (vicino ad Hannover), è stato uno dei costruttori dell’ordine politico-economico-sociale liberale della Germania postbelliche, che si doveva imporre contro le tendenze socialiste allora molto forti e maggioritarie. Considerando che la Germania non aveva mai vissuto una stagione di particolare cultura sociale liberale, l’importanza del contributo di Röpke non può essere sopravalutata. E non esagera Ludwig von Mises a definirlo, insieme a Walter Eucken, l’«autore intellettuale della risurrezione economica della Germania». Per Röpke, la politica sociale deve sempre accordarsi con il mercato e non distruggere le sue virtuosità sociali che non si esauriscono nella produzione di ricchezza, ma sono anche le condizioni per la piena realizzazione della persona e della sua libertà, nonché di un ordine sociale inclusivo. Senza libertà economica, così la sua tesi di base che fino ad oggi è convinzione principale della teoria dell’economia sociale di mercato, questi altri beni e valori non si affermano nella società.
Gli anni a Jena (dove tra il 1924 e il 1928 era professore straordinario) non erano facili per un liberale come lui, schierato sia contro i socialisti che gli economisti nazionalisti; e si trovava esposto ai tentativi dell’università di rimuoverlo da qualsiasi possibile influenza sulla Germania: ma già dopo un anno a Graz poteva insediarsi sulla cattedra a Marburgo. Avendo criticato l’ascesa del NSDAP sin dagli inizi, a novembre 1933 fu costretto alla pensione forzata. A differenza di M. Heidegger e C. G. Jung, Röpke non ha mai collaborato con il regime nazista. Attraverso Amsterdam ed Istanbul – dove divenne professore di economia e costruiva l’istituto di scienze sociali – nel 1937 accettò un insegnamento presso l’Institut des Hautes Etudes Internationales a Ginevra dove visse fino alla sua morte l’11 febbraio 1966. Autore frequente di articoli sulla NZZ, nel 1947 egli fondò, insieme al futuro premio Nobel Friedrich August von Hayek, la Mont Pèlerin Society come associazione di pensatori liberali.
Già negli anni della Repubblica di Weimar, Röpke si rendeva conto che la classica difesa del capitalismo non bastava più per convincere le persone dei benefici di un libero mercato: troppo evidenti erano i fenomeni di povertà, esclusione sociale e una grande insicurezza percepita dalle masse, che facevano dubitare le “persone di buona volontà” del capitalismo. Il migliore modo di realizzare umanamente la libertà non risiede nella rinuncia al liberalismo, ma nella regolazione degli incentivi economici attraverso il sistema dei prezzi, laddove le dimensioni umane si realizzano attraverso la famiglia, le associazioni, la dimensione politica e religiosa. Anzi, l’economia libera è il presupposto sociale indispensabile per il carattere umano di queste formazioni sociali: proprio per questo si tratta di un’economia sociale di mercato. Più quest’ultimo funziona, più è inclusivo, distributivo e a servizio della buona realizzazione della persona nelle sue relazioni sociali. Non sono dunque assistenzialismo e statalismo a rendere più sociale il mercato: tale dimensione etica fa parte, secondo Röpke, della stessa libertà che il mercato ha la funzione di realizzare. Secondo lui, «da sola l’economia di mercato non basta, perché la vita economica non si svolge in un vuoto morale. Essa esige solide fondamenta etiche, senza le quali un libero ordinamento non potrebbe mantenersi a un sufficiente livello morale». Senza una tale correzione redistributiva da parte della politica, tuttavia, non si lasciano garantire gli standard minimi di giustizia sociale derivante dall’uguale dignità di tutti, per cui Röpke prevedeva anche una – seppur contenuta – politica sociale redistributiva, che però non deve mai diminuire – con effetti interventistici – il funzionamento del libero mercato stesso.
Questo carattere etico del mercato risulta anche dal fatto che Röpke lo analizza rigorosamente all’interno dei propri limiti: ecco perché una costituzione economica deve conferirgli un ordine (e infatti, alla base dell’economia sociale di mercato sta la teoria ordoliberale di Walter Eucken) che lo collochi all’interno della realtà sociale senza che possa sottomettersi tutta la realtà. E tale costituzione richiede uno Stato forte a garanzia delle regole. C’è, dunque, un’etica nelle leggi della libertà: non nell’economia come realizzazione del mero interesse proprio del soggetto o come massimizzazione del profitto, ma nella realizzazione di un ordine giuridico che assicura a tutti i cittadini quelle sfere di libertà senza le quali ogni autodeterminazione sarebbe impossibile. Ricollegare l’agire economico a tale ordine, significa garantire la realizzazione della libertà di tutti nell’ambito economico e concepire un’economia a sostegno della realizzazione morale della persona: ecco l’eredità di Immanuel Kant che come Röpke concepisce l’economia sociale di mercato. Questo nesso tra “ordine” e “libertà” sta anche alla base della distinzione tra ciò che ha un «prezzo», per cui è interscambiabile (tramite il denaro), con ciò che ha una «dignità» (e pertanto un valore intrinseco e «non ammette alcun equivalente»): determinare quali beni possano essere interscambiabili e quali invece appartengano alla dignità della persona sempre al di là delle possibilità del mercato, resta un compito etico della cultura e della politica, all’interno della quale il mercato si colloca.
Fa parte dei limiti del mercato che da solo non riesce ad autoregolarsi sempre, come dimostrano le ricorrenti crisi economiche (per l’economia sociale di mercato è rilevante quella del 1929 che ha favorito l’ascesa di Hitler e la fine di ogni libertà). Così essa, contro la formazione di monopoli, che insieme all’inflazione sono un prodotto del libero mercato, non ha gli anticorpi – senza un ordine costituzionale. Tali monopoli furono addirittura incentivati dal governo della Repubblica di Weimar, ma Röpke li rifiutava in quanto riducevano il libero meccanismo tra domanda e offerta, diminuendo così le libertà del singolo, proprio come accade nel socialismo. La sua “terza via” tra liberalismo del laissez faire e socialismo, si orientava non ai “grandi poteri (economici)”, ma alla realizzazione della “piccola borghesia”, e in ciò risiede il “limite socialromantico” della sua visione. Al di là dell’offerta e della domanda, così il titolo della sua opera più importante del 1958, faceva dunque riferimento a quelle risorse morali per le quali il mercato deve attingere alla realizzazione dei valori nella vita sociale, dove la religione cristiana gioca un ruolo importante nell’alimentarli. Pertanto, egli era sempre convinto che liberalismo e cristianesimo fossero due lati della stessa medaglia: «il liberalismo non è […] nella sua essenza abbandono del Cristianesimo, bensì il suo legittimo figlio spirituale, e soltanto una straordinaria riduzione delle prospettive storiche può indurre a scambiare il liberalismo con il libertinismo. Esso incarna piuttosto nel campo della filosofia sociale quanto di meglio ci hanno potuto tramandare tre millenni del pensiero occidentale, l’idea di umanità, il diritto di natura, la cultura della persona e il senso dell’universalità». Proprio per questo motivo, un cristiano non dovrebbe esprimersi senza conoscenze economiche circa questioni di giustizia sociale: «un moralismo dilettantistico nell’economia nazionale è altrettanto scoraggiante quanto un economicismo moralmente indifferente, e purtroppo il primo è diffuso quanto il secondo».
La sua idea di ordine dell’economia e dell’armonia tra mercato e morale si nutrì anche della realtà che egli visse in Svizzera dove trovò un ordine sociale che realizzava libertà personale e democrazia responsabile, come presupposti di un mercato socialmente equilibrato in grado di garantire prosperità per tutti. Qui la realizzazione del bene comune non contrasta con la libera autorealizzazione delle persone, per cui egli considerava sempre la realtà svizzera come prova del fatto che la realizzazione di un liberalismo dotato di ordine e dell’intrinseca connessione tra libertà e morale sia possibile. Proprio per il realismo e la credibilità della sua “terza via”, le sue idee sull’economia sociale di mercato furono messe da Adenauer ed Erhard alla base del riordinamento politico-sociale-culturale della Germania dopo la Seconda guerra mondiale, e venivano ricevute anche in Italia da De Gasperi ed Einaudi. Il Trattato di Lisbona (2007) definisce l’economia sociale di mercato una base per il mercato dell’UE e con l’inclusione della dimensione ambientale si adatta, come “economia sociale e ambientale del mercato”, alle nuove sfide. Non per ultimo, la riflessione di Röpke sui “limiti del mercato” è più che mai attuale in un momento in cui con le nuove tecnologie, il “capitalismo della sorveglianza” muta ancora una volta il carattere del sistema economico, sostituendo sempre di più le sue dimensioni umanistiche e umanizzanti con quelle dell’efficienza e del calcolo predittivo. Pur realizzando che la libertà dipende da presupposti morali, e che ciò non rende molto ottimisti quando si guarda ai propri tempi, egli non ha mai smesso di credere nella libertà e nel libero mercato. Leggere dunque Röpke, a 60 anni dalla sua morte, si rivela un compito più attuale che mai.
Markus Krienke