Letteratura

Max Frisch e il tema di maturità

Un'immagine del giovane Max Frisch scattata nel 1930

Un’immagine del giovane Max Frisch scattata nel 1930 (Foto: Archivio Max Frisch della Biblioteca del Politecnico federale di Zurigo)

Il tema di maturità scritto nel 1930 da Max Frisch e rimasto finora sconosciuto è stato pubblicato per la prima volta, a quasi cent’anni di distanza. Si tratta del testo più antico dell’autore svizzero oggi noto, dedicato a un argomento sorprendentemente attuale: Luci e ombre della tecnica moderna.

Il manoscritto è arrivato due anni fa all’Archivio Max Frisch di Zurigo per iniziativa di Hans Eggenberger, ex studente e appassionato lettore di Stiller, che lo aveva trovato in un armadio della scuola che aveva frequentato negli anni Cinquanta del secolo scorso e conservato per decenni. Solo trasferendosi in una casa di riposo ha deciso di consegnarlo all’archivio, rendendolo accessibile al pubblico.

Per gli studiosi di Frisch la scoperta rappresenta una piccola sensazione. Nel testo giovanile si intravedono già i nuclei tematici che segneranno tutta la sua opera: l’io come istanza assoluta, la tensione tra individuo e società, la critica alla fede cieca nel progresso tecnico.

Il giovane Frisch apre con un tono sorprendentemente audace, dichiarando di voler “concentrare la storia dell’umanità in una manciata di frasi”. Dietro il congiuntivo formale si percepisce una sicurezza quasi megalomane: quella di un adolescente convinto di poter abbracciare il mondo con il pensiero. La tesi è radicale: la tecnica non ha veri lati luminosi. Con le prime invenzioni, sostiene, il male è entrato nel mondo.

Idealizzando l’uomo primitivo, descritto come occupato dalla lotta per la sopravvivenza e quindi felice, Frisch contrappone la modernità, che libera tempo grazie alle macchine ma lo riempie di pensieri e problemi. Più l’uomo pensa in modo logico e razionale, più scopre l’insensatezza della propria esistenza. Nascono così problemi educativi, economici, matrimoniali, scientifici e sessuali: “su ogni metro quadrato della terra, un problema”.

Questa critica alla fiducia nel calcolo e nelle formule anticipa figure come Walter Faber di Homo faber, l’ingegnere convinto di poter dominare il caso con la razionalità e destinato al fallimento. Anche la centralità della felicità individuale – criterio supremo di giudizio per il giovane Frisch – diventerà un filo rosso della sua produzione, da Stiller a Mein Name sei Gantenbein.

Il testo rivela però anche un evidente pathos giovanile. Dopo i primi tentativi letterari, accolti senza successo, Frisch interruppe la carriera di scrittore, studiò architettura e solo più tardi, anche grazie all’incontro con Bertolt Brecht, iniziò la fase matura della sua opera. Con Bin oder die Reise nach Peking (1945) rinascerà come autore consapevole.

Il tema di maturità si chiude con un’immagine quasi poetica: la tecnica permette di ammirare la bellezza del mondo, ma questa luce è paragonabile solo a quella di una lucciola nell’oscurità di una notte nuvolosa. Per quel lavoro Frisch ottenne il voto 5, che equivale a “buono” (il voto massimo è 6). Non fu certo quel voto a fermare la sua futura carriera internazionale.

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