Commento

La distopia di C.S. Lewis sulla fine dell’uomo

In L’abolizione dell’Uomo (Adelphi 2026) C.S. Lewis ritorna con un’opera che ha segnato la critica alla modernità. Il volume, nato da tre conferenze tenute al King’s College nel 1943, unisce la logica aristotelica, l’umorismo polemico, la forza visionaria della fantascienza per smascherare le derive della società contemporanea. Lewis parte da un esempio apparentemente innocuo: il paragrafo di una grammatica per bambini. Da questo spunto, costruisce una critica feroce al relativismo che permea l’educazione, la propaganda e il mercato dei consumi, anticipando l’avvento di una distopia tecnocratica che oggi appare più attuale che mai. Il nucleo del ragionamento è radicale: quando una società recide i legami con la tradizione universale (il “Tao”, come lo chiama Lewis), finisce per produrre uomini privati della dimensione morale ed emotiva. La tesi centrale è inquietante: ciò che chiamiamo conquista della Natura da parte dell’Uomo è in realtà la conquista di alcuni uomini su altri.

I contraccettivi, la pianificazione sociale, le tecnologie non sono strumenti neutri, ma espressioni di potere. Il potere delle generazioni presenti sulle future, delle minoranze sulle maggioranze, di chi controlla la tecnica su chi la subisce. Quando l’Uomo tratta sé stesso come semplice “oggetto naturale” manipolabile scientificamente, abdica alla propria umanità. Lewis introduce il concetto del “patto del mago”: l’uomo consegna alla Natura un pezzo di sé dopo l’altro in cambio di potere, fino alla resa totale. La natura umana diventa così l’ultima frontiera da conquistare e, paradossalmente, proprio questa conquista segna la fine dell’umano. La soluzione proposta da Lewis risiede nel Tao, quell’insieme di valori morali universali condivisi dalle grandi tradizioni sapienziali. Solo questa legge comune può proteggere governati e governanti dalla tentazione totalitaria della manipolazione tecnica. Non abbiamo impulsi istintivi a mantenere le promesse o rispettare la vita individuale: questi valori vanno tramandati.

Per questo Aristotele affermava che solo l’uomo ben educato può studiare l’etica con profitto – per chi è “fuori dal Tao”, il punto di partenza stesso della riflessione morale rimane invisibile. Lewis pone domande che risuonano con forza nell’epoca dell’intelligenza artificiale e dell’ingegneria genetica: è possibile inventare nuovi valori in nome del progresso? Che tirannide si nasconde in un sistema che condiziona le coscienze tagliando i ponti con la tradizione? Soprattutto: che cosa significa essere e restare esseri umani? Il libro di C.S. Lewis è breve, ma denso. Profetico senza essere apocalittico. Che difende l’antica sapienza non per nostalgia ma per necessità. Lewis dimostra che filosofia, mito e fede cristiana possono intrecciarsi in una critica lucida e attuale alla società tecnologica. Un’opera che sfida il lettore a riconoscere come il dolore e lo shock della nostra epoca siano un monito e un sintomo da non ignorare.

Amedeo Gasparini

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