Commento

Quattro casi sulla capacità e sulla coerenza in politica

Qualsiasi riflessione sulla natura del buon politico pone di fronte a una verità tanto semplice quanto spesso ignorata nel dibattito pubblico: l’eccellenza politica richiede la convergenza di due qualità distinte, ovvero la capacità e la coerenza. Che, è vero, raramente si trovano unite nella stessa persona. Giacché tale combinazione ideale rappresenta il vertice dell’arte del governo, come si chiamava un tempo. Perché solo chi possiede competenza tecnica e fedeltà ai propri principi può davvero servire efficacemente la cosiddetta collettività. La capacità senza coerenza produce leader abili nella navigazione del potere, ma privi di bussola morale – fondamentale, dal punto di vista liberale, per ogni azione politica. D’altro canto, la coerenza senza capacità genera figure integre, non c’è dubbio, ma spesso inefficaci, destinate cioè a rimanere ai margini della scena politica – finché questo dura, peraltro – nonostante tutte le loro buone intenzioni.

Il politico coerente, ma incapace, incarna una tragedia particolare della democrazia moderna. Egli rappresenta quella schiera di idealisti che, pur animati da autentiche convinzioni, mancano degli strumenti pratici per tradurle in azione concreta. Tali soggetti, spesso provenienti dalla società civile o dai movimenti di base, portano nella politica un bagaglio di valori genuini. Ma si scontrano con la complessità dei meccanismi istituzionali, con l’arte della mediazione – e del necessario compromesso. E con la necessità di costruire consensi attraverso compromessi strategici. La loro parabola è quasi sempre la stessa. Un iniziale entusiasmo popolare che si trasforma gradualmente in frustrazione quando l’elettorato si accorge che le promesse, per quanto forse sincere, non possono materializzarsi senza la competenza necessaria a manovrare la macchina dello Stato. È evidente che questi politici restano nell’ombra non per mancanza di onestà, ma per assenza di quella maestria che trasforma le idee in legislazione.

Ben più insidioso è il politico capace, ma incoerente. Quella figura che ha compreso i meccanismi del potere e sa muoversi con destrezza tra le pieghe del sistema, ma che utilizza questa abilità senza essere vincolato da una coerenza ideologica o programmatica. Questi leader prosperano grazie alla “smemoratezza” degli elettori. U n fenomeno psicologico e sociologico che permette loro di cambiare posizione, ribaltare alleanze e contraddire promesse passate senza pagarne il prezzo politico. Fanno generalmente molta strada perché sanno quando parlare e quando tacere. Quando promettere e quando dimenticare, quando cavalcare un’onda popolare e quando abbandonarla prima che si infranga. Il loro successo è testimonianza non della loro virtù ma della debolezza della memoria collettiva. Della frammentazione del discorso pubblico. Della velocità con cui le notizie si susseguono cancellando quelle precedenti.

Il politico incapace e incoerente rappresenta invece il fondo del barile. La peggiore combinazione possibile perché unisce l’inefficacia operativa alla mancanza di principi, l’incompetenza all’inaffidabilità. Queste figure emergono solitamente in contesti di crisi della rappresentanza, quando il sistema politico è così screditato che anche i peggiori candidati possono trovare spazio, o in situazioni dominate da logiche clientelari dove ciò che conta non è il merito, quanto l’appartenenza a determinate reti di potere. Il danno che provocano è duplice. Non solo non riescono a produrre politiche efficaci, ma con i loro continui cambi di posizione contribuiscono a erodere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Sono politici che sopravvivono grazie a rendite di posizione. A sistemi elettorali che favoriscono la permanenza piuttosto che il ricambio, a una disaffezione generale che riduce la partecipazione democratica e quindi il controllo popolare sull’operato dei rappresentanti.

Il problema della democrazia contemporanea non è solo l’assenza di buoni politici, ma la strutturale difficoltà di selezionare e premiare chi possiede entrambe le qualità essenziali. I sistemi elettorali moderni, dominati dalla spettacolarizzazione mediatica e dalla semplificazione del messaggio politico, tendono a favorire proprio i capaci, ma incoerenti. Gli elettori, bombardati da informazioni contrastanti e immersi in cicli di notizie sempre più rapidi, faticano a mantenere quella memoria storica che sarebbe necessaria per punire l’incoerenza. Nel frattempo, i coerenti, ma incapaci, restano ai margini perché la complessità della governance richiede competenze che l’idealismo solo non può fornire. Mentre si aspetta l’improbabile emergere di leader che uniscano capacità e coerenza, continuiamo a navigare tra le diverse gradazioni dell’imperfezione politica. E sperano che almeno la “smemoratezza” degli elettori abbia dei limiti. E che la società civile riesca a sviluppare anticorpi contro il politico che non sa e non crede in nulla.

Amedeo Gasparini

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