L’accelerazione degli investimenti in materia di difesa, culminata nel piano di 800 miliardi di Euro per il riarmo delle nazioni europee, è un elemento di svolta per il Continente e la geopolitica mondiale. La Svizzera è coinvolta in questo cambio di scenario, iniziato con l’attacco della Russia all’Ucraina nel febbraio 2022. Sin dai primi giorni dell’aggressione, la Confederazione è stata interpellata circa il suo statuto di nazione neutrale – cioè soggetta per sua scelta alla legge della neutralità (la cosiddetta neutralità giuridica, codificata nelle Convenzioni dell’Aia del 1907 e poi adottate dalla Confederazione). E, secondariamente, distinta per la sua politica della neutralità (o neutralità politica, discrezionale, flessibile). Di fronte allo sconcerto internazionale ed europeo, le minacce ibride in aumento, le vulnerabilità cibernetiche degli Stati, i tentativi di ridefinizione dei parametri stessi della sovranità, la Svizzera ha deciso di prendere una posizione chiara, dimostrando flessibilità in materia di politica della neutralità.
Pur non essendo obbligata, Berna ha ripreso i pacchetti di sanzioni varati dalla Commissione europea e sostiene l’Ucraina tramite una serie di aiuti e cooperazione. Da notare che, in virtù della legge sulla neutralità, la Confederazione si riserva il diritto di non mandare armi – neppure all’aggredito, giacché questo risulterebbe in un’infrazione della suddetta legge. Il piano di riarmo europeo non si limita alla mera acquisizione degli armamenti, ma configura un ecosistema industrial-militare che ridisegna e riconfigura la catena della difesa. La Svizzera non rinuncia alla sua difesa. Paese neutrale, ma armato (una neutralità armata è una neutralità che gode di credibilità), Berna deve proteggere la propria libertà e indipendenza. Quindi saluta in maniera favorevole ogni cooperazione che s’iscrive nella sua ragione d’essere: sicurezza e difesa, pace e libertà, cooperazione e sviluppo, buona governance e democrazia. La Svizzera potrebbe rafforzare la sua politica di neutralità cooperativa differenziata.
Restare dunque neutrale, ma riservarsi il diritto di implementare le sanzioni economiche ed altre misure tese al ristabilire l’ordine giuridico ed il rispetto non solo dei diritti umani, ma anche di confini, frontiere e Stato di diritto. Parte attiva presso l’ONU, nelle grandi organizzazioni internazionali e fresca di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (2023-2024), la Svizzera non è “allineata” nel senso classico del termine. E può decidere di adottare sanzioni non militari senza che queste violino la sua postura di neutralità. Le sanzioni non militari (economiche) non sono, in altri termini, in conflitto con la neutralità svizzera. Sono anzi sintomo della flessibilità della sua politica estera. Una neutralità cooperativa differenziata e attiva potrebbe fondarsi sulla specializzazione tecnologica dei settori critici. Un’azione securitaria multilaterale (tramite i buoni uffici), dunque l’integrazione selettiva nei meccanismi di early warning europei in materia di sicurezza (come dimostra anche l’ultimo round di Accordi bilaterali).
Per quanto riguarda il primo aspetto, specializzazione vuol dire che la Svizzera si conferma e si posiziona come un hub neutrale tra gli attori europei e globali (anche, ma non solo, tramite la Ginevra internazionale), sviluppando standard tecnici e nuovi protocolli di sicurezza. Il secondo “pillar” strategico del ruolo elvetico, prevederebbe un rafforzamento dello strumento diplomatico elvetico. In particolare, tramite la facilitazione la Svizzera potrebbe così rafforzare il dialogo multilaterale sulla sicurezza globale, sulla gestione delle crisi e, nel caso citato, ospitare “talks” di pace tra Russia e Ucraina. La Ginevra internazionale rimane al lavoro per trovare strategie per il rafforzamento della sicurezza. Pur neutrale, la Svizzera può contribuire al rafforzamento della stabilità mondiale in materia di sicurezza. Per quello che riguarda i meccanismi di early warning, una nuova strategia svizzera potrebbe prevedere l’instaurazione di maggiore cooperazione con gli altri sistemi di difesa europea.
Così Berna potrebbe rispondere in maniera anticipatoria a tutta una serie di minacce: ibride, militari, paramilitari e sanitarie. Del resto, istituzioni come GESDA sono specializzate proprio in materia di prevenzione, cooperazione ed early warning. Tutto questo non comprometterebbe la neutralità elvetica. E anzi, sarebbe nell’interesse comune dei suoi cittadini, dello Stato e del continente. Una neutralità cooperativa differenziata è una neutralità attiva – tale è stata la postura della Svizzera negli ultimi anni, con un’accelerazione a partire dal 2022. La non-interferenza assoluta – che oltre che eticamente problematica non si confà agli obblighi costituzionali di promozione di un ordine internazionale pacifico – è superata ed è improduttiva. Complici i nuovi cambiamenti a livello globale, le minacce dei nazionalismi e le sfide energetiche, i rischi di decoupling e le tensioni militari, la competizione tra grandi potenze e le minacce climatico-ambientali, è chiaro che la neutralità elvetica deve essere attiva.
Un mero astensionismo sarebbe contro gli interessi della Svizzera e della sua politica estera – umanitaria e ponderata. Anzi, proprio in virtù della sua neutralità, il Paese può dare un suo contributo sui generis, forte dei suoi apparati, la sua expertise, la sua fama e la sua chiarezza e attività a livello internazionale. In altri termini, la Svizzera ha la possibilità di essere costruttiva – la neutralità non è da considerare un fine, ma uno strumento prezioso e identitario del paese per adempiere ai suoi obblighi costituzionali, al welfare dei suoi cittadini e della comunità internazionale. Sia prima che dopo l’ingresso nell’ONU, nel 2002, la Svizzera ha imposto in maniera autonoma sanzioni non militari in passato (Iraq, Sudafrica, Corea del Nord, etc.). E oggi anche alla Russia. Ha adottato nell’estate 2025 il diciottesimo pacchetto in questo senso dell’UE e continua il suo supporto umanitario nei confronti dell’Ucraina.
Le sanzioni economiche sono l’esempio di una postura pragmatica che tiene conto della reputazione del Paese (non era ragionevole restare fuori dallo sconcerto internazionale di fronte agli eventi) e degli interessi economici (né la neutralità politica né quella giuridica impediscono relazioni con gli Stati in guerra tra loro, neppure con l’aggressore). La Svizzera ha rivisto la postura nel contesto della neutralità con l’importante Rapporto del 1993. E ha fatto grandi passi avanti di apertura e abbandono di interpretazioni rigide della neutralità. Si è trattato di un bene negli interessi del Paese. Berna dovrebbe continuare a facilitare la cooperazione tra Stati e il coordinamento delle proprie strutture di comando militare. Questo comporta investimenti significativi nella capacità di intelligence, infrastrutture critiche, cybersecurity, IA e un parziale allineamento nei confronti dei partner europei.
A livello di sicurezza, sarebbe bene che la Svizzera rafforzasse programmi di cooperazione nell’ambito dei paesi bisognosi e dei suoi partner strategici. La sicurezza passa anche per il sollevamento dalla povertà, il benessere economico, l’affermazione di Stato di diritto, programmi di FRI. Questo approccio “Security through development” si allinea peraltro agli interessi di sicurezza europei, tra cui la riduzione dei flussi migratori forzati ed il contrasto al terrorismo internazionale – materie in cui la Svizzera è impegnata attivamente sia bilateralmente, che multilateralmente. Berna può partire da una base eccellente in materia di Cooperazione internazionale e la deve rafforzare, come corollario della politica di sicurezza. Nel complesso, il ruolo mediatorio è per ora coerente con gli interessi e progetti del Paese. Con i partner europei ed internazionali. Ma deve essere rafforzato. La neutralità deve rimanere attiva e non farsi cinica.
È stato detto tante volte, come uno slogan: neutralità non significa indifferenza. La Confederazione dispone di mezzi solidi e ben rodati di Cooperazione internazionale, aiuto, buoni uffici, politica economica aperta e solidale, diplomazia attiva. Pur escludendo la sua partecipazione alla NATO per via della sua clausola (articolo 5), nulla impedisce al paese di rafforzare il formato PfP e agire sul nesso “sicurezza-sviluppo” (la sicurezza dipende anche, non solo, dallo sviluppo e viceversa). La sua risposta nel contesto del riarmo europeo non può limitarsi a timidezze, meri calcoli economici o posizioni tradizionali di rendita o isolazionismo. Deve configurarsi, pertanto, all’evoluzione creativa di una neutralità cooperativa differenziata, attiva e moderna che non sia un ostacolo alla protezione in maniera resiliente ed assoluta l’ambito nazionale e quello internazionale, con riferimenti in particolare al rispetto dello Stato di diritto e alla sua Storia in materia umanitaria.
Amedeo Gasparini
L’accelerazione degli investimenti in materia di difesa, culminata nel piano di 800 miliardi di Euro per il riarmo delle nazioni europee, è un elemento di svolta per il Continente e la geopolitica mondiale. La Svizzera è coinvolta in questo cambio di scenario, iniziato con l’attacco della Russia all’Ucraina nel febbraio 2022. Sin dai primi giorni dell’aggressione, la Confederazione è stata interpellata circa il suo statuto di nazione neutrale – cioè soggetta per sua scelta alla legge della neutralità (la cosiddetta neutralità giuridica, codificata nelle Convenzioni dell’Aia del 1907 e poi adottate dalla Confederazione). E, secondariamente, distinta per la sua politica della neutralità (o neutralità politica, discrezionale, flessibile). Di fronte allo sconcerto internazionale ed europeo, le minacce ibride in aumento, le vulnerabilità cibernetiche degli Stati, i tentativi di ridefinizione dei parametri stessi della sovranità, la Svizzera ha deciso di prendere una posizione chiara, dimostrando flessibilità in materia di politica della neutralità.
Pur non essendo obbligata, Berna ha ripreso i pacchetti di sanzioni varati dalla Commissione europea e sostiene l’Ucraina tramite una serie di aiuti e cooperazione. Da notare che, in virtù della legge sulla neutralità, la Confederazione si riserva il diritto di non mandare armi – neppure all’aggredito, giacché questo risulterebbe in un’infrazione della suddetta legge. Il piano di riarmo europeo non si limita alla mera acquisizione degli armamenti, ma configura un ecosistema industrial-militare che ridisegna e riconfigura la catena della difesa. La Svizzera non rinuncia alla sua difesa. Paese neutrale, ma armato (una neutralità armata è una neutralità che gode di credibilità), Berna deve proteggere la propria libertà e indipendenza. Quindi saluta in maniera favorevole ogni cooperazione che s’iscrive nella sua ragione d’essere: sicurezza e difesa, pace e libertà, cooperazione e sviluppo, buona governance e democrazia. La Svizzera potrebbe rafforzare la sua politica di neutralità cooperativa differenziata.
Restare dunque neutrale, ma riservarsi il diritto di implementare le sanzioni economiche ed altre misure tese al ristabilire l’ordine giuridico ed il rispetto non solo dei diritti umani, ma anche di confini, frontiere e Stato di diritto. Parte attiva presso l’ONU, nelle grandi organizzazioni internazionali e fresca di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (2023-2024), la Svizzera non è “allineata” nel senso classico del termine. E può decidere di adottare sanzioni non militari senza che queste violino la sua postura di neutralità. Le sanzioni non militari (economiche) non sono, in altri termini, in conflitto con la neutralità svizzera. Sono anzi sintomo della flessibilità della sua politica estera. Una neutralità cooperativa differenziata e attiva potrebbe fondarsi sulla specializzazione tecnologica dei settori critici. Un’azione securitaria multilaterale (tramite i buoni uffici), dunque l’integrazione selettiva nei meccanismi di early warning europei in materia di sicurezza (come dimostra anche l’ultimo round di Accordi bilaterali).
Per quanto riguarda il primo aspetto, specializzazione vuol dire che la Svizzera si conferma e si posiziona come un hub neutrale tra gli attori europei e globali (anche, ma non solo, tramite la Ginevra internazionale), sviluppando standard tecnici e nuovi protocolli di sicurezza. Il secondo “pillar” strategico del ruolo elvetico, prevederebbe un rafforzamento dello strumento diplomatico elvetico. In particolare, tramite la facilitazione la Svizzera potrebbe così rafforzare il dialogo multilaterale sulla sicurezza globale, sulla gestione delle crisi e, nel caso citato, ospitare “talks” di pace tra Russia e Ucraina. La Ginevra internazionale rimane al lavoro per trovare strategie per il rafforzamento della sicurezza. Pur neutrale, la Svizzera può contribuire al rafforzamento della stabilità mondiale in materia di sicurezza. Per quello che riguarda i meccanismi di early warning, una nuova strategia svizzera potrebbe prevedere l’instaurazione di maggiore cooperazione con gli altri sistemi di difesa europea.
Così Berna potrebbe rispondere in maniera anticipatoria a tutta una serie di minacce: ibride, militari, paramilitari e sanitarie. Del resto, istituzioni come GESDA sono specializzate proprio in materia di prevenzione, cooperazione ed early warning. Tutto questo non comprometterebbe la neutralità elvetica. E anzi, sarebbe nell’interesse comune dei suoi cittadini, dello Stato e del continente. Una neutralità cooperativa differenziata è una neutralità attiva – tale è stata la postura della Svizzera negli ultimi anni, con un’accelerazione a partire dal 2022. La non-interferenza assoluta – che oltre che eticamente problematica non si confà agli obblighi costituzionali di promozione di un ordine internazionale pacifico – è superata ed è improduttiva. Complici i nuovi cambiamenti a livello globale, le minacce dei nazionalismi e le sfide energetiche, i rischi di decoupling e le tensioni militari, la competizione tra grandi potenze e le minacce climatico-ambientali, è chiaro che la neutralità elvetica deve essere attiva.
Un mero astensionismo sarebbe contro gli interessi della Svizzera e della sua politica estera – umanitaria e ponderata. Anzi, proprio in virtù della sua neutralità, il Paese può dare un suo contributo sui generis, forte dei suoi apparati, la sua expertise, la sua fama e la sua chiarezza e attività a livello internazionale. In altri termini, la Svizzera ha la possibilità di essere costruttiva – la neutralità non è da considerare un fine, ma uno strumento prezioso e identitario del paese per adempiere ai suoi obblighi costituzionali, al welfare dei suoi cittadini e della comunità internazionale. Sia prima che dopo l’ingresso nell’ONU, nel 2002, la Svizzera ha imposto in maniera autonoma sanzioni non militari in passato (Iraq, Sudafrica, Corea del Nord, etc.). E oggi anche alla Russia. Ha adottato nell’estate 2025 il diciottesimo pacchetto in questo senso dell’UE e continua il suo supporto umanitario nei confronti dell’Ucraina.
Le sanzioni economiche sono l’esempio di una postura pragmatica che tiene conto della reputazione del Paese (non era ragionevole restare fuori dallo sconcerto internazionale di fronte agli eventi) e degli interessi economici (né la neutralità politica né quella giuridica impediscono relazioni con gli Stati in guerra tra loro, neppure con l’aggressore). La Svizzera ha rivisto la postura nel contesto della neutralità con l’importante Rapporto del 1993. E ha fatto grandi passi avanti di apertura e abbandono di interpretazioni rigide della neutralità. Si è trattato di un bene negli interessi del Paese. Berna dovrebbe continuare a facilitare la cooperazione tra Stati e il coordinamento delle proprie strutture di comando militare. Questo comporta investimenti significativi nella capacità di intelligence, infrastrutture critiche, cybersecurity, IA e un parziale allineamento nei confronti dei partner europei.
A livello di sicurezza, sarebbe bene che la Svizzera rafforzasse programmi di cooperazione nell’ambito dei paesi bisognosi e dei suoi partner strategici. La sicurezza passa anche per il sollevamento dalla povertà, il benessere economico, l’affermazione di Stato di diritto, programmi di FRI. Questo approccio “Security through development” si allinea peraltro agli interessi di sicurezza europei, tra cui la riduzione dei flussi migratori forzati ed il contrasto al terrorismo internazionale – materie in cui la Svizzera è impegnata attivamente sia bilateralmente, che multilateralmente. Berna può partire da una base eccellente in materia di Cooperazione internazionale e la deve rafforzare, come corollario della politica di sicurezza. Nel complesso, il ruolo mediatorio è per ora coerente con gli interessi e progetti del Paese. Con i partner europei ed internazionali. Ma deve essere rafforzato. La neutralità deve rimanere attiva e non farsi cinica.
È stato detto tante volte, come uno slogan: neutralità non significa indifferenza. La Confederazione dispone di mezzi solidi e ben rodati di Cooperazione internazionale, aiuto, buoni uffici, politica economica aperta e solidale, diplomazia attiva. Pur escludendo la sua partecipazione alla NATO per via della sua clausola (articolo 5), nulla impedisce al paese di rafforzare il formato PfP e agire sul nesso “sicurezza-sviluppo” (la sicurezza dipende anche, non solo, dallo sviluppo e viceversa). La sua risposta nel contesto del riarmo europeo non può limitarsi a timidezze, meri calcoli economici o posizioni tradizionali di rendita o isolazionismo. Deve configurarsi, pertanto, all’evoluzione creativa di una neutralità cooperativa differenziata, attiva e moderna che non sia un ostacolo alla protezione in maniera resiliente ed assoluta l’ambito nazionale e quello internazionale, con riferimenti in particolare al rispetto dello Stato di diritto e alla sua Storia in materia umanitaria.
Amedeo Gasparini