Teatro

La grandezza letteraria della Woolf nell’Orlando di Andrea De Rosa

Una scena da "Orlando" di Andrea De Rosa (Foto: Andrea Macchia)

Una scena da Orlando di Andrea De Rosa (Foto: Andrea Macchia)

Portando in scena al LAC Virginia Woolf, con il suo eccentrico romanzo Orlando, che l’autrice definisce una biografia fantastica, il regista Andrea De Rosa e il drammaturgo Fabrizio Sinisi, con la traduzione di Nadia Fusini, affrontano il testo woolfiano esaltandone la parola, con la caratteristica cifra della scrittrice che scaturisce dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West: “Scrivi sempre a mezzanotte”: una dichiarazione d’amore, espressa con giochi letterari inconsueti, sommersi da un amore travolgente, in un turbinio di emozioni. Orlando, nel romanzo, passa secoli a scrivere un poema intitolato: la quercia. Ed è proprio la quercia, al centro della scena, a segnare il contrasto tra natura e letteratura, a delimitarne il verde, a rappresentare la continuità nel tempo, dando spazio all’albero della vita, simbolo di vita e radici. Così, sul palcoscenico, vorticano fogli di carta che planano al suolo, disseminati dallo scorrere del tempo e circoscritti nello spazio in cui si svolge il fulcro dell’atto performativo, con il monologo di Anna Della Rosa, vincitrice del Premio Duse, che volteggia in un flusso di coscienza, tanto caro alla Woolf.

L’albero diventa carta e la carta diventa memoria; perciò la scrittura è un modo per lasciare traccia, proprio come un albero che continua a vivere. Oscillando tra la condizione femminile e maschile, scisse nel corpo dell’attrice, che muovendosi a passi di danza, si fa leggera, Virginia Woolf è tornata prepotentemente a vivere con la densità della sua prosa, perché Anna Della Rosa riesce a passare da una tensione all’altra, rappresentando nei dettagli il temperamento di una donna radicalmente libera, d’una lucidità sconvolgente, con tutta la sua possenza letteraria. Così sul palcoscenico si fondono e si confondono le identità, senza mascheramento e travestimento, ma solo con il ricorso a un cinturone e a un cappello, segni distintivi che simboleggiano la diversità dei due sessi.

Perché prima Orlando è un uomo e poi una donna, in una continua estasi d’amore. Nel romanzo come sul palco la diversità si palesa nella duplice sessualità, guidata dalla mente androgina della Woolf, portando in scena “la severità del pantalone e la voluttà della gonna”. De Rosa lascia all’immaginazione completa libertà nell’attribuire un senso profondo al cambio d’identità sessuale, anche attraverso le espressioni dell’attrice, i cambi di tono e di luce, con la Della Rosa che è un portento nel restituire identità alla Woolf, con gli stati d’animo e la dimensione corporea in un’esplosione di parole e nei continui movimenti dell’attrice.

La regia di De Rosa è un attraversamento nel presente, con un respiro focalizzato sui dilemmi dell’amore, della vita, della morte, del desiderio e della diversità sessuale. Nel romanzo come nel teatro ha trionfato l’amore, che però deborda, come nella realtà, con la Woolf che pone fine alla sua vita, consumata dalla passione e seppellita, sul palcoscenico, da un cumulo di fogli di carta.

Nicoletta Barazzoni

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