Commento

Giovanni Amendola, il visionario liberale che sfidò il fascismo

Quando Giovanni Amendola spirò all’alba del 7 aprile 1926 alla clinica Le Cassy Fleur di Cannes aveva solo quarantatré anni. La tomba provvisoria recava una lapide che diceva semplicemente: “Qui vive Giovanni Amendola … aspettando”. E l’attesa si sarebbe protratta per vent’anni. Fino alla Liberazione che egli non avrebbe mai visto, ma che in qualche modo aveva contribuito a preparare. Nato a Napoli nel 1882, figlio di un carabiniere di Sarno, Giovanni Amendola aveva iniziato la sua carriera intellettuale prestissimo, scrivendo per testate prestigiose come Il Resto del Carlino, il Corriere della Sera e La Voce di Giuseppe Prezzolini. Ma la sua vera passione era la filosofia. Cresciuto in un ambiente anticlericale, aveva tuttavia un animo religioso. Alla ricerca, altresì, di una sintesi tra misticismo e razionalismo. Il matrimonio con l’ebrea lituana Eva Kühn aveva aggiunto alla sua figura intellettuale un tocco di ulteriore originalità.

Il momento di maggior rilievo politico arrivò all’indomani della Grande Guerra, conflitto al quale partecipò come interventista critico, guadagnandosi una medaglia di bronzo al valor militare. Eletto deputato per il partito Democrazia Liberale nel 1919, con Francesco Saverio Nitti come principale punto di riferimento. Quando nel gennaio 1921 il direttore del Corriere Luigi Albertini gli impose di scegliere tra giornalismo e politica, optò per la seconda strada – anche perché aveva in progetto di fondare un proprio quotidiano. Il Mondo avrebbe visto la luce nel gennaio 1922, destinato a diventare una delle voci più autorevoli della stampa democratica italiana del tempo. Fu dopo la marcia su Roma che Amendola assunse la dimensione storica per cui oggi lo ricordiamo. Mentre altri esponenti della classe dirigente liberale come Giovanni Giolitti e Antonio Salandra cercavano compromessi con il nuovo regime, Giovanni Amendola scelse fin da subito una linea di ferma opposizione.

E fu proprio lui, con lungimiranza, a cogliere per primo la natura profonda del fenomeno che stava travolgendo l’Italia. Nel novembre 1923, sulle colonne del Mondo, scriveva parole che suonano oggi profetiche: «Veramente la caratteristica più saliente del moto fascista rimarrà, per coloro che lo studieranno in futuro, lo spirito totalitario; il quale non consente all’avvenire di avere albe che non saranno salutate col gesto romano, come non consente al presente dì nutrire anime che non siano piegate nella confessione: credo». Era la prima volta che qualcuno usava il termine “totalitario” per descrivere il Fascismo, in un momento in cui molti ancora lo consideravano transitorio. Giovanni Amendola aveva invece capito che si trattava di qualcosa di radicalmente nuovo e pericoloso. Il fascismo pretendeva di precludere con «una plumbea ipoteca l’avvenire», imponendo non tanto un’ideologia quanto la rinuncia a qualsiasi possibilità di dissenso. Tale lucidità gli costò cara.

Il 26 dicembre 1923, mentre camminava per via Francesco Crispi a Roma, fu assalito da quattro fascisti che lo bastonarono ferocemente. Nel suo racconto davanti all’Alta Corte di Giustizia descrisse con precisione quasi clinica quei momenti terribili: lo spintone improvviso, i colpi alla testa, il tentativo di fuga, il bastone ricoperto di cuoio che lo colpì al volto, la caduta a terra mentre continuavano a percuoterlo. Nonostante le violenze, Amendola non arretrò. Rieletto nell’aprile 1924, dopo il delitto Matteotti si fece promotore della Secessione dell’Aventino, coalizzando le opposizioni socialista, cattolica e liberale. Insieme con Filippo Turati, promuoveva una linea di opposizione non violenta. E confidava che di fronte alle responsabilità del Fascismo il re si decidesse a nominare un nuovo governo. L’alternativa insurrezionale dei comunisti era irrealistica, come ammetteva lo stesso Antonio Gramsci.

Il Partito liberale, riunito in congresso a Livorno, approvò un ordine del giorno che richiamava l’urgenza di ristabilire la legge. Benito Mussolini nello scorcio finale del 1924 capì che la situazione era pericolosissima, ma comprese anche che il re era troppo compromesso. A Vittorio Emanuele III non restò che subire il discorso del 3 gennaio 1925, con il quale Mussolini aprì la stagione della dittatura vera e propria. L’Aventino aveva fatto traballare il Duce, ma aveva anche messo a nudo l’impotenza del sovrano. Ad Amendola va riconosciuto il merito di aver tenuto insieme gruppi recalcitranti. Il resto fu persecuzione. Il 19 luglio 1925, a Montecatini Terme per una cura, fu attirato in un agguato. Nei pressi di Pieve a Nievole la sua auto fu fermata da un tronco sulla strada ed assalito. Le lesioni furono molteplici. L’indebolimento fisico e lo shock peggiorarono le sue condizioni.

Operato a Parigi e poi trasferito a Cannes a principio del 1926, poco prima di morire chiamò al capezzale il figlio Giorgio Amendola, raccomandandogli di conquistarsi una posizione economica prima di gettarsi nella politica. Ma il ragazzo si sarebbe iscritto al PCI, per diventarne uno dei dirigenti più autorevoli. È significativo che quando Palmiro Togliatti, effettuò la svolta di Salerno puntando sull’unità antifascista più vasta possibile, quella scelta potesse apparire come un’autocritica rispetto all’intransigenza mantenuta dai comunisti durante l’Aventino. La sua capacità di leggere in anticipo la natura totalitaria, di comprendere che non si trattava di un fenomeno transitorio, ma di una minaccia alla libertà, lo erge tra le figure più acute del periodo. A cento anni dalla sua morte, Giovanni Amendola merita di essere ricordato non solo come una vittima del Fascismo. Ma come uno dei più lucidi interpreti della crisi che travolse la democrazia italiana.

Amedeo Gasparini

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