Secondo Claudio Cerasa, autore de L’antidoto (Silvio Berlusconi Editore 2026), l’ottimismo è la “pozione” capace di contrastare molti dei mali che affliggono il mondo e il Belpaese, soprattutto sui temi della libertà, dell’ambiente e delle tecnologie. Un po’ di buonumore, dunque. Ma davvero il mondo è un disastro come ci viene raccontato? Davvero il futuro è così terribile come lo descrivono? Se lo chiede Cerasa. Perché ormai qualsiasi tentativo di guardare al presente e al domani con fiducia viene interpretato come un tradimento dello spirito del tempo. Qualsiasi sforzo di essere ottimisti, oggi, viene percepito non solo come fuori luogo, ma come qualcosa di scandaloso. Eppure, insiste l’autore, le cose vanno meno peggio di quanto si ripeta. Questo, ribadisce Cerasa, non è un libro nel senso tradizionale. È piuttosto un richiamo a osservare la realtà per quello che è e non per come appare.
Un invito a ricordare perché in una fase storica complicata accadono anche fenomeni di segno opposto rispetto alla narrazione dominante. Ovvero, i delitti diminuiscono, la sicurezza cresce, la povertà si riduce, il benessere si allarga. La percentuale di donne a scuola continua ad aumentare. Aumenta anche la quota di persone che dispongono di acqua non inquinata. È, appunto, un tentativo di ristabilire un equilibrio, spiega Cerasa. Trovare il coraggio di far sì che, alla prossima cena, quando il pessimista di turno vi dirà che il mondo è un maledetto disastro, si sappia rispondere con i dati e non con le illusioni. Perché la società del rancore cresce. Bisogna interrompere questa spirale tossica, autolesionista e autodistruttiva. Tutto sembra andare male – guerre, caos geopolitico, leader instabili, crisi ambientali – eppure, sostiene Cerasa, non c’è mai stato un momento migliore di questo per essere ottimisti sul futuro.
Lo indicano anche i mercati. La trasformazione dell’instabilità in opportunità non è impossibile. Esiste una narrazione ansiogena che domina, ma i mercati sono un indicatore che non mente. Le borse mondiali continuano a crescere. I mercati non rimuovono l’instabilità: la “metabolizzano”. In filigrana c’è la fiducia che, anche dentro il disordine, operino forze capaci di costruire futuro. In On Leadership, Tony Blair ha argomentato che difesa dell’ottimismo significa difesa della democrazia. Difesa del pessimismo significa difesa del populismo. Per Cerasa occorre puntare sul capitalismo, sulle virtù della società aperta, sulla capacità di trasformare ogni problema in un’occasione per crescere, migliorare, diventare più competitivi. Ottimismo, spiega l’autore, significa non avere paura del futuro. Significa non temere né progresso né innovazioni. Vuol dire guardare il mondo con la curiosità di chi sa che non sempre un problema deve diventare un’emergenza.
Essere ottimisti, ricorda Blair, significa avere la certezza che il mondo libero possa trovare sempre la risposta giusta. Per questo i nemici della società aperta vanno combattuti. Per questo il mondo libero non deve arretrare di un millimetro nella difesa delle democrazie aggredite. Bisogna contrastare una società fondata sul catastrofismo, dove ogni problema diventa un allarme e ogni guaio si trasforma in catastrofe. Continua Cerasa: «Per combattere l’industria del disfattismo, occorre allontanarsi dall’agenda del catastrofismo e provare finalmente a compiere l’azione più rivoluzionaria della nostra contemporaneità: difendere le società aperte, e anche la nostra democrazia, smettendola di investire sul senso di colpa, smettendo di alimentare la società del castigo». L’autore individua, nei giornalisti una colpa specifica. Ovvero, alimentare il catastrofismo, l’allarmismo, il pessimismo, abusando del bollettino delle tragedie e cercando di creare interesse sul mondo terrorizzando chiunque.
Il pessimismo è molto più impattante dell’ottimismo. E poiché il cervello umano è più sensibile alle notizie negative, i media rispondono a una domanda biologicamente condizionata. Così la leva del pessimismo diventa una scorciatoia per informare in modo frettoloso. Il pessimismo è più facile da comunicare. Finisce per radicarsi l’idea che il mondo sia molto più pericoloso e brutto di quanto non sia davvero. Scrive Cerasa che, se un problema è risolvibile, trovare soluzioni è un dovere e l’ideologia non serve. Se invece un problema non è risolvibile, la ricerca di soluzioni diventa quasi un esercizio retorico. Steven Pinker (Illuminismo adesso) ha spiegato che, grazie a scienza, ragione e progresso, l’umanità ha registrato enormi miglioramenti nell’aspettativa di vita. Qualcosa di simile ha fatto Hans Rosling (Factfulness) dove denuncia l’istinto della paura e ricorda come la stragrande maggioranza della popolazione mondiale viva meglio oggi rispetto a qualsiasi altro periodo storico.
In un altro capitolo, Cerasa parla dell’Occidente. E vale la pena riportare integralmente un passaggio dell’allora cardinale Joseph Ratzinger nel 2004: «C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì, in maniera lodevole, di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa, se vuole davvero sopravvivere». «Una democrazia sana si rigenera con il dibattito; una democrazia malata si paralizza con la vergogna» sembra fare eco Francis Fukuyama (Identità) quindici anni dopo. Douglas Murray (Guerra all’Occidente) sostiene che il mondo libero ha scelto di combattere se stesso.
Mettendo in discussione le radici della tradizione occidentale, alimentando il senso di colpa dell’Occidente e rafforzando uno spirito disfattista: un pensiero diffuso all’interno dell’Occidente che intende smantellare il tessuto delle nostre società. Secondo Murray, la narrativa dell’odio dell’Occidente verso se stesso ha reso per troppo tempo gli occidentali parte attiva della distruzione della propria civiltà. Ha trasformato il passato in un’arma autodistruttiva. Ha convinto le nuove generazioni del fatto che la nostra civiltà è malvagia. Cerasa aggiunge che il brodo di coltura antioccidentale è stato alimentato in modo simmetrico dal populismo illiberale di sinistra e dal nazionalismo liberticida di destra. L’Occidente tende a dare il peggio di sé, osserva Cerasa, ogni volta che deve fare i conti con tragedie legate al terrorismo islamista. Il senso di colpa occidentale porta a minimizzare, ridimensionare, contestualizzare. Lo schema si ripete: siamo noi che provochiamo, non sono loro che agiscono.
La ritirata culturale dell’Occidente rischia di trasformarsi in resa. Pascal Bruckner (La tirannia della penitenza) lo aveva scritto già molti anni fa. «L’Occidente è l’unica civiltà che si dichiara colpevole ancor prima di essere giudicata». E Roger Scruton ha espresso con efficacia un’idea simile: «Ogni civiltà ha le sue colpe. Ma solo l’Occidente le studia, le discute, le insegna. E questo è il segno della sua superiorità morale». Cerasa argomenta che, di fronte ai nemici della libertà, l’Occidente libero ha scelto da che parte stare senza ambiguità eccessive, senza farsi imporre l’agenda dai pacifisti amici degli ayatollah. Anche nei momenti più difficili quando tutto sembra andare in rovina, bisogna ricordare che cosa difende l’Occidente: libertà di parola, libertà di coscienza, emancipazione delle donne, libertà di stampa, pensiero critico, cultura del compromesso. Essere ottimisti oggi, davanti a chi prova ad aggredire l’Occidente anche dall’interno, non è semplice.
Difendere l’Occidente non significa disprezzare il resto del mondo, puntualizza l’autore. Significa difendere un’idea di libertà, dignità e pluralismo che si è incarnata in un sistema storico, giuridico, politico e culturale. Se l’Occidente vuole salvarsi, deve imparare a raccontarsi. E non con la retorica della superiorità, ma con la fierezza della responsabilità; non con nostalgia, ma con lucidità. «L’Occidente, per non soccombere, ha bisogno di una Chiesa che non si vergogni di se stessa. Che non parli come un ufficio etico dell’Onu, ma che torni ad avere una missione storica. Difendere l’Occidente, oggi, significa anche difendere il cristianesimo. E viceversa», scrive Cerasa. Giacché essere ottimisti, in fondo, significa anche avere fiducia nell’Occidente, senza cedere all’algoritmo del percepito. L’industria del pessimismo si sviluppa attraverso i media: alimenta insicurezza e negatività scollegandosi dai dati reali, fomenta paura e incertezza, diffonde narrazioni nere sulla società, enfatizza crisi, pericoli e minacce.
Un capitolo tratta anche la globalizzazione sotto processo. Mario Vargas Llosa (La civiltà dello spettacolo) ha scritto che «solo nei paesi aperti all’economia globale si è consolidata una vera democrazia. Gli altri sono ancora in coda alla storia». Cerasa scrive che la globalizzazione è «un trionfo dell’ottimismo, dunque un’espansione delle libertà. La libertà di scambiare merci, idee, tecnologie, culture. La libertà di viaggiare, conoscere, imparare, […] di scegliere consumi, modelli di vita, orizzonti lavorativi […]. Dove vi è libertà, esistono gli imprenditori di successo […]. Dovendo scegliere tra la lotta contro i simboli della libertà e la lotta contro i nemici della libertà, l’internazionale degli antifa riesce sempre a sedersi dalla parte sbagliata». Cerasa scrive che molti temono che il libero scambio cancelli le culture locali. Ma la globalizzazione ha favorito la riscoperta e la diffusione di identità e tradizioni.
Significa ricordare che apertura, commercio e cooperazione internazionale hanno prodotto più libertà, crescita e speranza. La globalizzazione è imperfetta … Ma resta la più grande macchina di prosperità collettiva inventata fino a oggi. Chi la rinnega non lavora per un mondo più equo. Senza globalizzazione non esisterebbe nemmeno una “torta” da redistribuire, ricorda l’autore. Non ci sarebbe nulla di cui lamentarsi, perché nessuno avrebbe guadagnato nulla. La quota della popolazione mondiale che vive in povertà estrema è scesa dal 36 per cento al 9 per cento. Il PIL mondiale è quintuplicato dagli anni Ottanta, mentre l’apertura commerciale è raddoppiata. Cerasa insiste: non esiste ricchezza senza mercato e non esiste redistribuzione senza globalizzazione. Eppure, c’è ancora chi sogna di richiudersi dentro i confini. La globalizzazione non è soltanto commercio. Ha creato interi settori. Dal turismo globale all’economia digitale, fino ai flussi di capitale che finanziano l’innovazione.
Essere ottimisti oggi significa accettare la complessità: sapere che la globalizzazione va regolata, sì, ma non rinnegata. Difendere la globalizzazione è impopolare. «L’interdipendenza non garantisce la pace, ma senza interdipendenza la guerra torna ad apparire conveniente. La globalizzazione ha reso i conflitti più costosi, più rischiosi, più impopolari. La globalizzazione non è un trattato di pace. Non è un esercito, non è un confine, non è una garanzia. Ma è una condizione che rende la guerra molto meno appetibile». Difendere la globalizzazione, ricorda Cerasa citando Alberto Mingardi (La verità, vi prego, sul neoliberismo), significa anche difendere l’ottimismo. Chi vuole più giustizia dovrebbe difendere mercati aperti, non demonizzarli. I veri nemici della libertà non sono i miliardari, ma coloro che vogliono riportare lo Stato a decidere chi può produrre, chi può comprare, chi può parlare.
Nel capitolo sull’ecoansia, Cerasa sostiene che non è vero che il mondo vada a scatafascio. Non è vero che l’unico modo di parlare di ambiente sia alimentare un’ideologia tossica, in cui l’impresa diventa un nemico. La stagione che viviamo è attraversata da molte isterie e allarmismo. Scrive Cerasa: se non sei apocalittico, sottovaluti il dramma; se parli di buone notizie, neghi l’emergenza; se non ti concentri solo sulle cattive notizie, stai creando le condizioni per distruggere il futuro. Non è un “va tutto bene”. Ma un «va meglio di quanto tu creda e potrebbe andare ancora meglio se smettessimo di farci del male raccontandoci solo le storie negative». Non si tratta di negare i problemi. Ma nemmeno di negare che si stia facendo qualcosa per risolverli. L’ecoansia immobilizza: trasferisce sul cittadino un senso di impotenza. Il pessimismo non è un destino: è una scelta.
Amedeo Gasparini
Secondo Claudio Cerasa, autore de L’antidoto (Silvio Berlusconi Editore 2026), l’ottimismo è la “pozione” capace di contrastare molti dei mali che affliggono il mondo e il Belpaese, soprattutto sui temi della libertà, dell’ambiente e delle tecnologie. Un po’ di buonumore, dunque. Ma davvero il mondo è un disastro come ci viene raccontato? Davvero il futuro è così terribile come lo descrivono? Se lo chiede Cerasa. Perché ormai qualsiasi tentativo di guardare al presente e al domani con fiducia viene interpretato come un tradimento dello spirito del tempo. Qualsiasi sforzo di essere ottimisti, oggi, viene percepito non solo come fuori luogo, ma come qualcosa di scandaloso. Eppure, insiste l’autore, le cose vanno meno peggio di quanto si ripeta. Questo, ribadisce Cerasa, non è un libro nel senso tradizionale. È piuttosto un richiamo a osservare la realtà per quello che è e non per come appare.
Un invito a ricordare perché in una fase storica complicata accadono anche fenomeni di segno opposto rispetto alla narrazione dominante. Ovvero, i delitti diminuiscono, la sicurezza cresce, la povertà si riduce, il benessere si allarga. La percentuale di donne a scuola continua ad aumentare. Aumenta anche la quota di persone che dispongono di acqua non inquinata. È, appunto, un tentativo di ristabilire un equilibrio, spiega Cerasa. Trovare il coraggio di far sì che, alla prossima cena, quando il pessimista di turno vi dirà che il mondo è un maledetto disastro, si sappia rispondere con i dati e non con le illusioni. Perché la società del rancore cresce. Bisogna interrompere questa spirale tossica, autolesionista e autodistruttiva. Tutto sembra andare male – guerre, caos geopolitico, leader instabili, crisi ambientali – eppure, sostiene Cerasa, non c’è mai stato un momento migliore di questo per essere ottimisti sul futuro.
Lo indicano anche i mercati. La trasformazione dell’instabilità in opportunità non è impossibile. Esiste una narrazione ansiogena che domina, ma i mercati sono un indicatore che non mente. Le borse mondiali continuano a crescere. I mercati non rimuovono l’instabilità: la “metabolizzano”. In filigrana c’è la fiducia che, anche dentro il disordine, operino forze capaci di costruire futuro. In On Leadership, Tony Blair ha argomentato che difesa dell’ottimismo significa difesa della democrazia. Difesa del pessimismo significa difesa del populismo. Per Cerasa occorre puntare sul capitalismo, sulle virtù della società aperta, sulla capacità di trasformare ogni problema in un’occasione per crescere, migliorare, diventare più competitivi. Ottimismo, spiega l’autore, significa non avere paura del futuro. Significa non temere né progresso né innovazioni. Vuol dire guardare il mondo con la curiosità di chi sa che non sempre un problema deve diventare un’emergenza.
Essere ottimisti, ricorda Blair, significa avere la certezza che il mondo libero possa trovare sempre la risposta giusta. Per questo i nemici della società aperta vanno combattuti. Per questo il mondo libero non deve arretrare di un millimetro nella difesa delle democrazie aggredite. Bisogna contrastare una società fondata sul catastrofismo, dove ogni problema diventa un allarme e ogni guaio si trasforma in catastrofe. Continua Cerasa: «Per combattere l’industria del disfattismo, occorre allontanarsi dall’agenda del catastrofismo e provare finalmente a compiere l’azione più rivoluzionaria della nostra contemporaneità: difendere le società aperte, e anche la nostra democrazia, smettendola di investire sul senso di colpa, smettendo di alimentare la società del castigo». L’autore individua, nei giornalisti una colpa specifica. Ovvero, alimentare il catastrofismo, l’allarmismo, il pessimismo, abusando del bollettino delle tragedie e cercando di creare interesse sul mondo terrorizzando chiunque.
Il pessimismo è molto più impattante dell’ottimismo. E poiché il cervello umano è più sensibile alle notizie negative, i media rispondono a una domanda biologicamente condizionata. Così la leva del pessimismo diventa una scorciatoia per informare in modo frettoloso. Il pessimismo è più facile da comunicare. Finisce per radicarsi l’idea che il mondo sia molto più pericoloso e brutto di quanto non sia davvero. Scrive Cerasa che, se un problema è risolvibile, trovare soluzioni è un dovere e l’ideologia non serve. Se invece un problema non è risolvibile, la ricerca di soluzioni diventa quasi un esercizio retorico. Steven Pinker (Illuminismo adesso) ha spiegato che, grazie a scienza, ragione e progresso, l’umanità ha registrato enormi miglioramenti nell’aspettativa di vita. Qualcosa di simile ha fatto Hans Rosling (Factfulness) dove denuncia l’istinto della paura e ricorda come la stragrande maggioranza della popolazione mondiale viva meglio oggi rispetto a qualsiasi altro periodo storico.
In un altro capitolo, Cerasa parla dell’Occidente. E vale la pena riportare integralmente un passaggio dell’allora cardinale Joseph Ratzinger nel 2004: «C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì, in maniera lodevole, di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa, se vuole davvero sopravvivere». «Una democrazia sana si rigenera con il dibattito; una democrazia malata si paralizza con la vergogna» sembra fare eco Francis Fukuyama (Identità) quindici anni dopo. Douglas Murray (Guerra all’Occidente) sostiene che il mondo libero ha scelto di combattere se stesso.
Mettendo in discussione le radici della tradizione occidentale, alimentando il senso di colpa dell’Occidente e rafforzando uno spirito disfattista: un pensiero diffuso all’interno dell’Occidente che intende smantellare il tessuto delle nostre società. Secondo Murray, la narrativa dell’odio dell’Occidente verso se stesso ha reso per troppo tempo gli occidentali parte attiva della distruzione della propria civiltà. Ha trasformato il passato in un’arma autodistruttiva. Ha convinto le nuove generazioni del fatto che la nostra civiltà è malvagia. Cerasa aggiunge che il brodo di coltura antioccidentale è stato alimentato in modo simmetrico dal populismo illiberale di sinistra e dal nazionalismo liberticida di destra. L’Occidente tende a dare il peggio di sé, osserva Cerasa, ogni volta che deve fare i conti con tragedie legate al terrorismo islamista. Il senso di colpa occidentale porta a minimizzare, ridimensionare, contestualizzare. Lo schema si ripete: siamo noi che provochiamo, non sono loro che agiscono.
La ritirata culturale dell’Occidente rischia di trasformarsi in resa. Pascal Bruckner (La tirannia della penitenza) lo aveva scritto già molti anni fa. «L’Occidente è l’unica civiltà che si dichiara colpevole ancor prima di essere giudicata». E Roger Scruton ha espresso con efficacia un’idea simile: «Ogni civiltà ha le sue colpe. Ma solo l’Occidente le studia, le discute, le insegna. E questo è il segno della sua superiorità morale». Cerasa argomenta che, di fronte ai nemici della libertà, l’Occidente libero ha scelto da che parte stare senza ambiguità eccessive, senza farsi imporre l’agenda dai pacifisti amici degli ayatollah. Anche nei momenti più difficili quando tutto sembra andare in rovina, bisogna ricordare che cosa difende l’Occidente: libertà di parola, libertà di coscienza, emancipazione delle donne, libertà di stampa, pensiero critico, cultura del compromesso. Essere ottimisti oggi, davanti a chi prova ad aggredire l’Occidente anche dall’interno, non è semplice.
Difendere l’Occidente non significa disprezzare il resto del mondo, puntualizza l’autore. Significa difendere un’idea di libertà, dignità e pluralismo che si è incarnata in un sistema storico, giuridico, politico e culturale. Se l’Occidente vuole salvarsi, deve imparare a raccontarsi. E non con la retorica della superiorità, ma con la fierezza della responsabilità; non con nostalgia, ma con lucidità. «L’Occidente, per non soccombere, ha bisogno di una Chiesa che non si vergogni di se stessa. Che non parli come un ufficio etico dell’Onu, ma che torni ad avere una missione storica. Difendere l’Occidente, oggi, significa anche difendere il cristianesimo. E viceversa», scrive Cerasa. Giacché essere ottimisti, in fondo, significa anche avere fiducia nell’Occidente, senza cedere all’algoritmo del percepito. L’industria del pessimismo si sviluppa attraverso i media: alimenta insicurezza e negatività scollegandosi dai dati reali, fomenta paura e incertezza, diffonde narrazioni nere sulla società, enfatizza crisi, pericoli e minacce.
Un capitolo tratta anche la globalizzazione sotto processo. Mario Vargas Llosa (La civiltà dello spettacolo) ha scritto che «solo nei paesi aperti all’economia globale si è consolidata una vera democrazia. Gli altri sono ancora in coda alla storia». Cerasa scrive che la globalizzazione è «un trionfo dell’ottimismo, dunque un’espansione delle libertà. La libertà di scambiare merci, idee, tecnologie, culture. La libertà di viaggiare, conoscere, imparare, […] di scegliere consumi, modelli di vita, orizzonti lavorativi […]. Dove vi è libertà, esistono gli imprenditori di successo […]. Dovendo scegliere tra la lotta contro i simboli della libertà e la lotta contro i nemici della libertà, l’internazionale degli antifa riesce sempre a sedersi dalla parte sbagliata». Cerasa scrive che molti temono che il libero scambio cancelli le culture locali. Ma la globalizzazione ha favorito la riscoperta e la diffusione di identità e tradizioni.
Significa ricordare che apertura, commercio e cooperazione internazionale hanno prodotto più libertà, crescita e speranza. La globalizzazione è imperfetta … Ma resta la più grande macchina di prosperità collettiva inventata fino a oggi. Chi la rinnega non lavora per un mondo più equo. Senza globalizzazione non esisterebbe nemmeno una “torta” da redistribuire, ricorda l’autore. Non ci sarebbe nulla di cui lamentarsi, perché nessuno avrebbe guadagnato nulla. La quota della popolazione mondiale che vive in povertà estrema è scesa dal 36 per cento al 9 per cento. Il PIL mondiale è quintuplicato dagli anni Ottanta, mentre l’apertura commerciale è raddoppiata. Cerasa insiste: non esiste ricchezza senza mercato e non esiste redistribuzione senza globalizzazione. Eppure, c’è ancora chi sogna di richiudersi dentro i confini. La globalizzazione non è soltanto commercio. Ha creato interi settori. Dal turismo globale all’economia digitale, fino ai flussi di capitale che finanziano l’innovazione.
Essere ottimisti oggi significa accettare la complessità: sapere che la globalizzazione va regolata, sì, ma non rinnegata. Difendere la globalizzazione è impopolare. «L’interdipendenza non garantisce la pace, ma senza interdipendenza la guerra torna ad apparire conveniente. La globalizzazione ha reso i conflitti più costosi, più rischiosi, più impopolari. La globalizzazione non è un trattato di pace. Non è un esercito, non è un confine, non è una garanzia. Ma è una condizione che rende la guerra molto meno appetibile». Difendere la globalizzazione, ricorda Cerasa citando Alberto Mingardi (La verità, vi prego, sul neoliberismo), significa anche difendere l’ottimismo. Chi vuole più giustizia dovrebbe difendere mercati aperti, non demonizzarli. I veri nemici della libertà non sono i miliardari, ma coloro che vogliono riportare lo Stato a decidere chi può produrre, chi può comprare, chi può parlare.
Nel capitolo sull’ecoansia, Cerasa sostiene che non è vero che il mondo vada a scatafascio. Non è vero che l’unico modo di parlare di ambiente sia alimentare un’ideologia tossica, in cui l’impresa diventa un nemico. La stagione che viviamo è attraversata da molte isterie e allarmismo. Scrive Cerasa: se non sei apocalittico, sottovaluti il dramma; se parli di buone notizie, neghi l’emergenza; se non ti concentri solo sulle cattive notizie, stai creando le condizioni per distruggere il futuro. Non è un “va tutto bene”. Ma un «va meglio di quanto tu creda e potrebbe andare ancora meglio se smettessimo di farci del male raccontandoci solo le storie negative». Non si tratta di negare i problemi. Ma nemmeno di negare che si stia facendo qualcosa per risolverli. L’ecoansia immobilizza: trasferisce sul cittadino un senso di impotenza. Il pessimismo non è un destino: è una scelta.
Amedeo Gasparini