Nel suo Il colpevole (Rizzoli 2026), Sergio Cusani, che continua a mantenere un’aura enigmatica e misteriosa. Ripercorre l’intera propria esistenza, soffermandosi in particolare sulla vicinanza con Serafino Ferruzzi e Raul Gardini, fino ad arrivare alla stagione della maxitangente e al caso Enimont che sconvolse l’Italia degli anni Novanta. Cusani racconta di aver seguito quel filo con rigore e tenacia, arrivando ad affermare di essere l’unico colpevole. Resta tuttavia difficile stabilire quanto queste dichiarazioni siano ironiche o sincere. Le pagine iniziali possono essere lette sia come un autentico pentimento sia come una forma di vittimismo. Cusani riporta anche come gli sia stato attribuito il ruolo di dominus, di burattinaio dell’intero sistema, mentre alcune riflessioni risultano particolarmente intense, come quella sulla vita in carcere. A suo giudizio, l’inchiesta di Mani Pulite ha eliminato la parte più visibile e scandalosa del sistema, senza però intaccarne i meccanismi più profondi.
L’autore ripercorre la propria biografia. Nato a Napoli, si forma come giovane di sinistra e si trasferisce a Milano, dove entra alla Bocconi. Qui prende parte al movimento del Sessantotto e diventa dirigente del Movimento Studentesco. Attraversa anche l’esperienza del carcere, seguita da un periodo di volontariato e impegno sociale. Nonostante le delusioni, non matura alcun ripensamento. Soprannominato talvolta “barone rosso”, inizia a operare in Borsa proprio sul titolo Montedison. Il punto di svolta arriva con l’incontro con Gardini. Nel 1980 Cusani viene invitato a pranzo al Don Lisander di via Manzoni. Il Corsaro, già protagonista delle cronache, ha preso il controllo dell’impero creato da Ferruzzi dopo la morte del fondatore, gestendolo con decisionismo e ambizione. Accanto a lui, Carlo Sama. Nel 1986 Gardini possiede già una quota significativa di Montedison, una delle principali realtà petrolchimiche mondiali e la maggiore società privata quotata in Italia dopo la Fiat.
Nonostante le raccomandazioni del Presidente del Consiglio Bettino Craxi di non superare il 5 per cento, la partecipazione cresce fino al 14. Il problema è finanziario: servono circa 2000 miliardi di lire. Sama si confronta con Nerio Nesi della Banca Nazionale del Lavoro e alla fine Gardini riesce a ottenere le risorse impegnando l’intero patrimonio dei Ferruzzi, esponendo il gruppo a rischi enormi. La scalata si inserisce in un contesto in cui il PSI esercita una forte influenza su Montedison, mentre Gardini evolve da Contadino a Corsaro, incarnando una personalità sempre più aggressiva. Il progetto è quello di integrare la chimica dell’EniChem con quella di Montedison. Cusani descrive come Gardini riesca a consolidare il proprio potere attraverso fascino e determinazione. In quegli anni, avere appoggi politici è fondamentale per operare nel mondo economico. Cusani svolge anche un ruolo di mediazione con Silvio Berlusconi per la possibile vendita della Standa.
Cusani osserva: «Non penso di esagerare se dico che il suo vero obiettivo fosse superare Serafino. Fare di più di lui. Di più e di meglio. Solo che Ferruzzi aveva costruito una complessa rete produttiva e commerciale nell’arco di decenni. Raul ha provato a surclassarlo in pochi anni». Mentre Ferruzzi era rimasto nell’ombra, Gardini ricerca visibilità e ritiene superati i modelli del passato. La scalata a Montedison rappresenta il momento decisivo. L’immagine pubblica di Gardini diventa centrale. Dopo la morte dell’avvocato Mauro De André nel 1989, figura che avrebbe potuto moderarlo, emergono tensioni anche sulla gestione della comunicazione: Gardini propone di acquisire Milano Finanza, trovando l’opposizione di De André, mentre Sama suggerisce di costruire una rete di relazioni mediatiche. La chimica diventa sinonimo di potere. Nel tentativo di Lorenzo Necci di favorire un’integrazione tra EniChem e Montedison guidata da Mario Schimberni, s’inserisce Gardini, deciso a diventare azionista di riferimento.
Prende forma il progetto Enimont, partecipato al 40 per cento dall’ENI, al 40 per cento dalla Ferruzzi-Montedison e per il restante 20 per cento dal mercato. Il confronto è durissimo: incontri serrati, anche all’Hassler di Roma, coinvolgono figure politiche come Achille Occhetto e Massimo D’Alema. Si parla di finanziamenti al PCI, mai confermati. Logorato da questo conflitto, Gardini vede restringersi i propri margini. La separazione tra ENI e Montedison diventa inevitabile, ma apre una nuova fase ancora più conflittuale. Gardini tenta di forzare la situazione, ribadendo pubblicamente la necessità di una chimica privata. Il 22 novembre 1990 Montedison cede a ENI la propria quota in Enimont per 2805 miliardi di lire. Dopo il suicidio di Gardini, l’intera vicenda ricade su Cusani. Con lo scandalo di Mario Chiesa e l’avvio di Tangentopoli, emergono nuove dinamiche giudiziarie, con l’azione di Antonio Di Pietro e l’ascesa della Lega Nord.
Cusani decide di non sottrarsi. Mentre ai funerali dell’amico Gabriele Cagliari giunge la notizia del suicidio di Gardini, la Guardia di Finanza si presenta alla sua abitazione e viene condotto nel carcere di Opera. La sua difesa è affidata a Giuliano Spazzali, che accetta solo dopo aver compreso la scelta di non collaborare. Scrive Cusani: «All’epoca al mercato delle indulgenze si siglavano patti sulla pelle delle persone. Io ti metto in carcere preventivo, ti faccio assaggiare la galera, ti interrogo, tu mi fai qualche nome, mi consegni qualche pesce più grosso di te, e in cambio ti libero, e salvi pure i soldi. E alimento l’inchiesta […]. Il rifiuto di assecondare questo metodo mi ha permesso di recuperare la mia coerenza, il senso di me stesso. Il combattente che ero stato». Inoltre, «la consuetudine era quella. Distribuire le “mazzette” era operazione del tutto fisiologica alla buona riuscita di qualunque affare».
Inoltre, «Mani Pulite ha spazzato via i protagonisti di questo sistema. Non il sistema […]. Per eliminarla davvero sarebbe stato necessario un approccio radicale, olistico, coordinato su ogni livello della società. Cosa che il pool non aveva né modo né voglia di fare. A dirla tutta, sarebbe stata un’operazione troppo complessa per chiunque. L’intero Paese sarebbe stato da ripensare da cima a fondo». Segue il processo e la detenzione. Nel 1994 l’accusa chiede sette anni, ma la condanna è di otto. Nel 1997 Cusani riceve una lettera da Ornella Vanoni. Esprime stima per il magistrato Francesco Saverio Borrelli e, dopo oltre un anno di detenzione, ottiene i primi permessi. Cusani racconta anche il rapporto con Fabrizio De André, che avrebbe voluto coinvolgere in un concerto a San Vittore. Dopo anni, terminata la detenzione e completato il percorso di reinserimento tra volontariato, Sergio Cusani ottiene la riabilitazione il 9 luglio 2009.
Amedeo Gasparini
Nel suo Il colpevole (Rizzoli 2026), Sergio Cusani, che continua a mantenere un’aura enigmatica e misteriosa. Ripercorre l’intera propria esistenza, soffermandosi in particolare sulla vicinanza con Serafino Ferruzzi e Raul Gardini, fino ad arrivare alla stagione della maxitangente e al caso Enimont che sconvolse l’Italia degli anni Novanta. Cusani racconta di aver seguito quel filo con rigore e tenacia, arrivando ad affermare di essere l’unico colpevole. Resta tuttavia difficile stabilire quanto queste dichiarazioni siano ironiche o sincere. Le pagine iniziali possono essere lette sia come un autentico pentimento sia come una forma di vittimismo. Cusani riporta anche come gli sia stato attribuito il ruolo di dominus, di burattinaio dell’intero sistema, mentre alcune riflessioni risultano particolarmente intense, come quella sulla vita in carcere. A suo giudizio, l’inchiesta di Mani Pulite ha eliminato la parte più visibile e scandalosa del sistema, senza però intaccarne i meccanismi più profondi.
L’autore ripercorre la propria biografia. Nato a Napoli, si forma come giovane di sinistra e si trasferisce a Milano, dove entra alla Bocconi. Qui prende parte al movimento del Sessantotto e diventa dirigente del Movimento Studentesco. Attraversa anche l’esperienza del carcere, seguita da un periodo di volontariato e impegno sociale. Nonostante le delusioni, non matura alcun ripensamento. Soprannominato talvolta “barone rosso”, inizia a operare in Borsa proprio sul titolo Montedison. Il punto di svolta arriva con l’incontro con Gardini. Nel 1980 Cusani viene invitato a pranzo al Don Lisander di via Manzoni. Il Corsaro, già protagonista delle cronache, ha preso il controllo dell’impero creato da Ferruzzi dopo la morte del fondatore, gestendolo con decisionismo e ambizione. Accanto a lui, Carlo Sama. Nel 1986 Gardini possiede già una quota significativa di Montedison, una delle principali realtà petrolchimiche mondiali e la maggiore società privata quotata in Italia dopo la Fiat.
Nonostante le raccomandazioni del Presidente del Consiglio Bettino Craxi di non superare il 5 per cento, la partecipazione cresce fino al 14. Il problema è finanziario: servono circa 2000 miliardi di lire. Sama si confronta con Nerio Nesi della Banca Nazionale del Lavoro e alla fine Gardini riesce a ottenere le risorse impegnando l’intero patrimonio dei Ferruzzi, esponendo il gruppo a rischi enormi. La scalata si inserisce in un contesto in cui il PSI esercita una forte influenza su Montedison, mentre Gardini evolve da Contadino a Corsaro, incarnando una personalità sempre più aggressiva. Il progetto è quello di integrare la chimica dell’EniChem con quella di Montedison. Cusani descrive come Gardini riesca a consolidare il proprio potere attraverso fascino e determinazione. In quegli anni, avere appoggi politici è fondamentale per operare nel mondo economico. Cusani svolge anche un ruolo di mediazione con Silvio Berlusconi per la possibile vendita della Standa.
Cusani osserva: «Non penso di esagerare se dico che il suo vero obiettivo fosse superare Serafino. Fare di più di lui. Di più e di meglio. Solo che Ferruzzi aveva costruito una complessa rete produttiva e commerciale nell’arco di decenni. Raul ha provato a surclassarlo in pochi anni». Mentre Ferruzzi era rimasto nell’ombra, Gardini ricerca visibilità e ritiene superati i modelli del passato. La scalata a Montedison rappresenta il momento decisivo. L’immagine pubblica di Gardini diventa centrale. Dopo la morte dell’avvocato Mauro De André nel 1989, figura che avrebbe potuto moderarlo, emergono tensioni anche sulla gestione della comunicazione: Gardini propone di acquisire Milano Finanza, trovando l’opposizione di De André, mentre Sama suggerisce di costruire una rete di relazioni mediatiche. La chimica diventa sinonimo di potere. Nel tentativo di Lorenzo Necci di favorire un’integrazione tra EniChem e Montedison guidata da Mario Schimberni, s’inserisce Gardini, deciso a diventare azionista di riferimento.
Prende forma il progetto Enimont, partecipato al 40 per cento dall’ENI, al 40 per cento dalla Ferruzzi-Montedison e per il restante 20 per cento dal mercato. Il confronto è durissimo: incontri serrati, anche all’Hassler di Roma, coinvolgono figure politiche come Achille Occhetto e Massimo D’Alema. Si parla di finanziamenti al PCI, mai confermati. Logorato da questo conflitto, Gardini vede restringersi i propri margini. La separazione tra ENI e Montedison diventa inevitabile, ma apre una nuova fase ancora più conflittuale. Gardini tenta di forzare la situazione, ribadendo pubblicamente la necessità di una chimica privata. Il 22 novembre 1990 Montedison cede a ENI la propria quota in Enimont per 2805 miliardi di lire. Dopo il suicidio di Gardini, l’intera vicenda ricade su Cusani. Con lo scandalo di Mario Chiesa e l’avvio di Tangentopoli, emergono nuove dinamiche giudiziarie, con l’azione di Antonio Di Pietro e l’ascesa della Lega Nord.
Cusani decide di non sottrarsi. Mentre ai funerali dell’amico Gabriele Cagliari giunge la notizia del suicidio di Gardini, la Guardia di Finanza si presenta alla sua abitazione e viene condotto nel carcere di Opera. La sua difesa è affidata a Giuliano Spazzali, che accetta solo dopo aver compreso la scelta di non collaborare. Scrive Cusani: «All’epoca al mercato delle indulgenze si siglavano patti sulla pelle delle persone. Io ti metto in carcere preventivo, ti faccio assaggiare la galera, ti interrogo, tu mi fai qualche nome, mi consegni qualche pesce più grosso di te, e in cambio ti libero, e salvi pure i soldi. E alimento l’inchiesta […]. Il rifiuto di assecondare questo metodo mi ha permesso di recuperare la mia coerenza, il senso di me stesso. Il combattente che ero stato». Inoltre, «la consuetudine era quella. Distribuire le “mazzette” era operazione del tutto fisiologica alla buona riuscita di qualunque affare».
Inoltre, «Mani Pulite ha spazzato via i protagonisti di questo sistema. Non il sistema […]. Per eliminarla davvero sarebbe stato necessario un approccio radicale, olistico, coordinato su ogni livello della società. Cosa che il pool non aveva né modo né voglia di fare. A dirla tutta, sarebbe stata un’operazione troppo complessa per chiunque. L’intero Paese sarebbe stato da ripensare da cima a fondo». Segue il processo e la detenzione. Nel 1994 l’accusa chiede sette anni, ma la condanna è di otto. Nel 1997 Cusani riceve una lettera da Ornella Vanoni. Esprime stima per il magistrato Francesco Saverio Borrelli e, dopo oltre un anno di detenzione, ottiene i primi permessi. Cusani racconta anche il rapporto con Fabrizio De André, che avrebbe voluto coinvolgere in un concerto a San Vittore. Dopo anni, terminata la detenzione e completato il percorso di reinserimento tra volontariato, Sergio Cusani ottiene la riabilitazione il 9 luglio 2009.
Amedeo Gasparini