Concerto

Un Venerdì Santo non opprimente

In Collegiata a Bellinzona con Diego Fasolis, coro e orchestra della Svizzera italiana

OSI - Concerto del Venerdì Santo 2026 a Bellinzona

OSI – Concerto del Venerdì Santo 2026 a Bellinzona

Passata la Pasqua, cosa ci ha lasciato e possiamo recuperare dal concerto del Venerdì Santo nella Collegiata di Bellinzona? Intanto la conferma che il luogo è adatto, la chiesa è davvero splendida e solenne, vi si respira quella cultura artistica e storica che costituisce il meglio di noi tra passato e presente. Poi che Coro e Orchestra della Svizzera Italiana non solo possono convivere, ma stanno bene insieme. Meglio se con un direttore come Diego Fasolis che conosce entrambi, il Coro meglio dell’Orchestra che pure gli è familiare. L’occasione di questo concerto è quella giusta per dire che Diego Fasolis è parte integrante della nostra realtà musico-culturale anche in senso prospettico, cioè riferito a come la Svizzera Italiana è percepita oltre i suoi confini. È conosciuto, apprezzato e ammirato anche (soprattutto?) fuori casa, nei luoghi della musica eseguita ad arte. Rientra in assoluto tra i grandi direttori di Coro soprattutto ma non solo per il repertorio barocco, in qualche modo è un ambasciatore della nostra identità còlta in senso storico. (Pura utopia immaginarlo un giorno alla direzione dell’Orchestra? Forse no, a patto di superare incaute perplessità, personalismi e schematismi).

Altra bell’aspetto della serata è stata l’agilità. La freschezza. Non è vero che il Venerdì Santo bisogna per forza soffrire anche a concerto, sotto il peso d’un programma opprimente. Il coro a cappella di Francesco Hoch, classe 1943, “il decano dei compositori ticinesi”, che mi fregio di seguire esattamente da cinquant’anni (quante cose potrei dire e forse spiegare!), eseguito “in prima mondiale” in apertura e chiusura di serata: meglio dopo che prima, forse le voci più calde. Il lieve, ieratico Requiem per soprano, coro e orchestra di John Rutter, ottant’anni esatti, in sette parti tra latino e inglese, tra Messa dei defunti e Salmi anglicani, con molte dichiarate ascendenze all’interno di un’orchestrazione intima: un dolore quieto, una speranza appena accennata, la musica, orchestra e coro come leggera, appena percettibile consolazione. Una composizione nell’esatta direzione della Pasqua che sarebbe venuta: attesa tenue, non irricuperabilmente drammatica.

Poi lo Stabat Mater di Giuseppe Verdi, affine alla sua celeberrima Messa da Requiem. Si snoda sui versi latini del testo medievale di Iacopone da Todi, la musica è aperta da cinque accordi ostinati e cupi, sui quali s’innalza il lamento pietoso del coro all’unisono davanti alla figura della Madre addolorata. Il testo latino descrive con immenso pathos il dolore della Vergine Maria ai piedi della croce (Stabat Mater dolorosa /juxta crucem lacrimosa /dum pendebat Filius), divenendo una delle più toccanti meditazioni sulla passione di Cristo e sul dolore, non solo mariano ma materno dinanzi alla morte del figlio. Esecuzione perfetta, l’occasione per citare anche la soprano Betty Makharinsky, familiare al nostro Coro, e la maestra del coro Liga Liedskalnina.

Dalmazio Ambrosioni

In cima