Commento

Il tradimento come libertà, il viaggio inquieto di Tommaso Cerno

In Le ragioni di Giuda (Rizzoli 2026), Tommaso Cerno si interroga sul significato più profondo del tradimento. Davvero si tratta solo una colpa morale, una scelta opportunistica, oppure può trasformarsi in un atto di libertà? Muovendosi tra filosofia, teologia, politica e autobiografia, l’autore indaga il tradimento come gesto umano. Non sempre, sostiene, tradire equivale a cedere. Talvolta è l’unico modo per restare fedeli a se stessi, argomenta. «Il giorno in cui un’etichetta riuscirà a descrivermi, il mio viaggio sarà finito. Sarò diventato un’entità immobile, un individuo che ha smesso di pensare ed esprimere qualcosa di nuovo. È quel giorno, solo quel giorno, che avrò tradito davvero. Avrò tradito me stesso». In questa riflessione pesa anche l’esperienza parlamentare (per il PD, che poi cazzia per bene nel corso del libro). Più che indignazione, ciò che emerge, secondo Cerno, è una profonda delusione.

Riecheggia Henri Bergson: «Esistere è cambiare, cambiare è maturare, maturare è continuare a creare se stessi all’infinito». Secondo l’autore, l’intellettuale è per natura instabile. Non si tratta di rinnegare i principi, ma di far evolvere le convinzioni. Cerno rivendica questa posizione: non gli interessa la linearità, perché la coerenza non è rigidità, ma fedeltà al proprio percorso, alla crescita e anche ai dubbi. «Non sono un lineare e non mi interessa esserlo. La coerenza non è tracciare una linea retta, la coerenza è coerenza con se stessi, con la propria crescita, con i propri dubbi». Si definisce immerso nella propria giungla, senza alcuna intenzione di uscirne, deciso a non sacrificare la libertà di pensiero sull’altare dell’appartenenza. «Non voglio rinunciare alla libertà del pensiero in nome dell’appartenenza». L’inerzia, più ancora dell’azione, diventa così una forma di infamia silenziosa e diffusa, capace di normalizzare il vuoto.

«Quando l’individuo agisce con autentica libertà di pensiero, diventa un elemento di disturbo […]. Per essere libero, l’individuo è costretto ad accettare il marchio che la storia ha cucito addosso al tradito». In questo quadro si inserisce anche l’analisi dell’“arcobaleno elettorale” e delle trasformazioni del panorama politico e sociale, comprese quelle che riguardano la comunità omosessuale. Secondo Cerno, persiste l’idea che questa minoranza debba identificarsi automaticamente con l’area progressista. Da qui le critiche alla sinistra. Se continua a sminuire la forza del matrimonio e a farsi garante delle unioni di fatto, scrive l’autore, la destra finirà per capitalizzare l’ideale di matrimonio per tutti, interpretato come adesione ai principi di stabilità e responsabilità. Per affermare la propria natura, osserva, si finisce inevitabilmente per tradire le aspettative altrui: è il prezzo della libertà.

Cerno evidenzia poi una contraddizione nel giudizio politico. «L’elettore volubile incarna per paradosso la promessa più radicale della democrazia […]. Eppure, esiste una singolare asimmetria morale che attraversa il nostro giudizio politico. Se un intellettuale, un parlamentare, un opinionista autorevole, cambia casacca, passa dall’opposizione al governo o viceversa, lo chiamiamo trasformista […]. Lo troviamo inaccettabile […]. Ma quando milioni di elettori fanno esattamente la stessa cosa, abbandonano cioè in massa un partito per premiarne un altro, […] l’esodo viene celebrato come espressione della volontà popolare, come manifestazione della sovranità democratica». Secondo l’autore, nessuno chiederà conto a quegli elettori della loro incostanza. Mentre il singolo che cambia posizione viene marchiato come rinnegato. «Cambiare idea è legittimo, anzi è doveroso quando i fatti dimostrano che ci si era sbagliati […]. siamo un Paese di traditori. Il nostro rapporto con la politica […] è la catena di avventure di una notte».

Ampio spazio è dedicato alla dimensione autobiografica. Tommaso Cerno si definisce figlio della frontiera. Ricostruisce la propria formazione in una terra segnata da stratificazioni storiche e identitarie. «Sono l’esito vivente della frontiera, la mia natura, la mia forza, le mie fratture e le mie scissioni si formano tutte in quella stratificazione storica su cui la mia regione siede». L’omosessualità, le radici slovene, la memoria delle foibe, la povertà e il confine orientale dove è nato contribuiscono a costruire una coscienza complessa. Sottolinea di aver sempre agito senza paura di perdere il potere, consapevole della possibilità di tornare alle proprie origini e osserva come le relazioni legate al potere svaniscano rapidamente. L’infanzia e l’adolescenza si intrecciano con i grandi eventi storici. La Jugoslavia, percepita non come un Paese straniero, ma come parte del proprio orizzonte mentale, il crollo del 1989 e la dissoluzione di un mondo.

Il viaggio a Fiume nel 1991 diventa, nel racconto dell’autore, il simbolo di quella frattura: rovine e incertezza al posto dell’utopia multietnica. Gli anni universitari mettono in evidenza il divario tra la sua esperienza e quella di altri italiani, meno segnati dalla complessità del confine orientale. Da qui nasce, secondo Tommaso Cerno, l’esigenza di raccontare storie familiari trascurate dalla narrazione ufficiale. La sua formazione è intensa e continua: per anni legge in modo sistematico, costruendo una cultura ampia e trasversale. Accanto a questo percorso si sviluppa anche quello personale, tra educazione cattolica e scoperta dell’identità. Tra le figure che lo influenzano, l’autore cita Franco Grillini, Aldo Busi e Vittorio Sgarbi, accomunate, nella sua lettura, da un’idea di libertà. La carriera giornalistica diventa poi il principale campo d’azione, segnando anche un cambiamento nel rapporto con la lettura e con la formazione culturale. Tra i modelli emergono Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio.

Il percorso professionale attraversa diverse tappe significative, tra cui il passaggio dal Messaggero Veneto all’Espresso, fino agli incarichi direttivi. Nel raccontare queste esperienze, Cerno insiste sulla propria allergia a ogni forma di allineamento e sulla volontà di mantenere uno sguardo indipendente. Il confronto con figure come Silvio Berlusconi diventa, nella sua prospettiva, una chiave per comprendere la realtà italiana. Cerno descrive infine l’Italia come un Paese attraversato da un lungo silenzio, abitato da una parte consistente della popolazione che fatica a sentirsi rappresentata. Più del riscatto, ciò che pesa è proprio questa assenza di voce. «La libertà vera è sporgere il viso dal finestrino di un’auto in corsa. Prendi aria, tanta aria, la stessa aria che a un tratto può anche toglierti il respiro». Le critiche alla sinistra sono centrali nell’analisi di Cerno. Secondo l’autore, avrebbe progressivamente smarrito il rapporto con il proprio passato e con la propria base sociale.

«La sinistra italiana si è trasformata nel guardiano del tempio, il custode inflessibile di un dogma che non ammette deviazioni, ed è un sistema che si autoalimenta con la ripetizione ossessiva di slogan e la marginalizzazione di chiunque osi proporre una visione diversa […]. Chi osa presentarsi sulla scena e parlare di merito, di responsabilità individuale o di libertà di scelta verrà immediatamente accusato di essere l’ignobile nemico dell’uguaglianza, il reazionario che si esprime per conservare privilegi e ingiustizie». L’autore sottolinea anche una trasformazione nel rapporto tra politica e giustizia, osservando come la politicizzazione abbia alimentato un clima di sospetto permanente, in cui il processo mediatico precede quello giudiziario. L’uso del passato fascista come strumento polemico, la radicalizzazione del confronto e la crescita di una cultura della delegittimazione contribuiscono, secondo Cerno, a un impoverimento del dibattito pubblico.

Amedeo Gasparini

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