Università e territorio
Tra successi accademici e rischi di disaffezione politica
L’Università della Svizzera italiana ha compiuto trent’anni! Li ha celebrati con il brio del suo rettore ad interim – Gabriele Balbi – in un Dies academicus subito colto, intelligentemente, quale occasione di riflessione, consolidamento e di slancio futuro. Un divenire che parte dalla consapevolezza dei notevoli risultati riconosciuti, ma anche con qualche velo di disaffezione derivante dal suo rapporto con il territorio e da qualche interrogativo sulla sua governanza.
Lo sviluppo dell’USI
In questo periodo, le Facoltà sono aumentate dalle tre iniziali (Accademia di Architettura, Comunicazione ed Economia) a sei, con l’aggiunta delle Scienze informatiche, Scienze Biometiche e dell’associata Facoltà di Teologia; tutte caratterizzate da una buona vocazione internazionale. Gli studenti sono cresciuti da 500 ai 4750 odierni e i crediti guadagnati nella ricerca competitiva da 1 a 33 milioni annui. Pur senza enfatizzarle, l’USI ha raggiunto posizioni significative nelle classifiche internazionali, soprattutto in rapporto alla sua età e dimensione: figura al nono posto tra le Università più piccole al mondo (meno di 5’000 studenti) e al 44° tra le università con meno di cinquant’anni. È nella fascia 251-300 a livello mondiale su 2191 atenei considerati e figura nelle eccellenze in alcune sue discipline.
Per il territorio, l’USI e la successiva Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI) rappresentano quel salto di qualità imprescindibile per la crescita del suo capitale sociale ed economico. In una regione stretta nella sfida tra due spazi metropolitani al nord e al sud delle Alpi, l’apporto dell’università trasforma un territorio periferico in un nodo, seppur di dimensioni contenute, della rete accademica svizzera e internazionale.

Immagine generata tramite IA
Le sfide dell’USI
Eppure, la necessità di ricorrere in poco tempo a due rettori ad interim – dopo l’uscita di Boaz Erez (nel 2022) e Luisa Lambertini (a fine 2025, dopo un solo anno e mezzo) – ha segnalato qualche difficoltà di governanza di un ateneo ormai adulto, mentre i recenti tagli finanziari annunciati da Confederazione e Cantone richiederanno un riassetto strategico dell’USI. Tutti ingredienti per un certo disincanto, sintomo di una latente tensione strutturale: aspettative elevate da un lato, strumenti limitati dall’altro.
Il tema non è tanto l’Università, ma il modo in cui si inserisce e dialoga o meno con la comunità che la supporta, con un tessuto economico e finanze in oggettive difficoltà. Le sfide sono in parte analoghe a quelle della società in generale, ma sono anche specifiche. Quelle dell’essere regione di frontiera che più di altre percepisce le opportunità e i rischi del mutare del suo spazio di relazione; delle regole e dei rapporti di forza. Così, il punto centrale dell’USI ormai trentenne, più che nel suo costo, sta nell’interrogativo di quanto il territorio sia in grado di elevare le risorse investite ad una delle componenti vitali – necessarie, anche se da sole non sufficienti – di una nuova fase di sviluppo. In altre parole, il futuro dell’USI dipende anche dallo scenario politico strategico del territorio nel quale evolve. Qualcosa si capirà tra qualche settimana quando si saprà la composizione del nuovo rettorato.
Intanto, ci piace cogliere qualche segnale interessante.
Un Ticino sempre più glocal
Incoraggianti visioni e prospettive di appoggio per far rete e perché no, per trovare finanziamenti complementari sono uscite dall’incontro preliminare al Dies degli ex alunni USI, ormai diventati un consistente gruppo di oltre quindicimila laureati: 5113 usciti dalla facoltà di scienze economiche; 4658 dalla comunicazione; 3058 dall’accademia di architettura; solo il 15 % restante è per ora rappresentato dalle nuove facoltà, ma con buone prospettive. La maggior parte degli ex alunni lavora in Ticino (40,2%), seguita da altri cantoni svizzeri (28,8%), Italia (16,8%) e altri paesi (14,2%). Ad oggi gli USI Alumni sono attivi in 73 punti di appoggio, in 51 Città e 34 Paesi. Si vuole così mantenere il contatto fra i laureati e l’USI, ma anche creare un collegamento con le comunità professionali locali dentro e fuori mura e promuovere l’Università attraverso attività ed incontri di interesse comune. Proprio dagli ex è arrivato – prontamente raccolto dal rettore – un invito a rinnovare la visione, lo slancio e la coesione iniziale.

Trent’anni di USI: incontro degli alumni delle prime generazioni al Campus est USI/SUPSI – Lugano.
Il Master di finanza dell’USI e l’interazione con il territorio
Un solido esempio di interazione con il territorio è quello dell’Istituto di finanza dell’USI. Il suo Master è stato recentemente classificato dal Financial Times al 28esimo posto mondiale e al secondo in Svizzera. Soprattutto, essendo accreditato in seno allo Swiss Finance Institute, vede i propri docenti operare in rete non solo con i colleghi degli altri centri nazionali ma anche in stretto contatto con gli istituti bancari del territorio. In un mondo in continua rapida evoluzione il sapere lo si costruisce insieme, in accademia e al fronte. Quale miglior garanzia per i posti di lavoro e per un’economia ticinese sempre alla ricerca di un alto e migliore valore aggiunto!
Riscoprire la funzione di servizio dell’Università
Accanto alle funzioni di insegnamento e di ricerca – sempre messe anche giustamente in primo piano – non si deve misconoscere la terza funzione dell’università. Quella del servizio al Paese. Non ha avuto nessuna reticenza ad affermarlo il rettore dell’ETH di Zurigo, Prof. Günther Dissertori: certamente orgoglioso di essere al top nelle classifiche mondiali ha ricordato come il suo compito sia quello di dare al Paese quelle forze qualificate e quei supporti innovativi che servono per avere infrastrutture, tecnologie e visioni strategiche di sviluppo. Una funzione di servizio che passa – e USI e SUPSI ne fanno buon uso – attraverso mandati di prestazioni o programmi specifici. Ma l’Università e il suo corpo accademico non possono esaurire questa funzione semplicemente rispondendo a pagamento a richieste definite e concordate da altri. Il professore o il ricercatore senior deve sentire una sua responsabilità etica rispetto al divenire del proprio campo di studio e alla società entro la quale opera. E la società e i suoi media devono guardare all’istituzione accademica con altrettanta attenzione. Anche – ed è nella stessa logica accademica – entrando in un campo di criticità non sempre ben vissuto proprio da quegli stessi politici o funzionari dai quali poi dipendono le risorse. Il vivere nella propria bolla può far comodo alle due parti; la conseguenza potrebbe però tradursi in pericolosi segnali di reciproca disaffezione tra politica e mondo universitario.
Remigio Ratti