Commento

Le dinamiche dei conflitti contemporanei secondo Manlio Graziano

Manlio Graziano in Come si va in guerra (Mondadori 2026) analizza propaganda, interessi e ideologie che alimentano gli scontri tra grandi potenze. Secondo l’autore, alla guerra si arriva sempre impreparati. Sia sul piano ideologico sia su quello politico. Il volume si muove con sicurezza nella dimensione storica, ricca di riferimenti. La paura del futuro contribuisce a renderlo ancora più minaccioso. La geopolitica appare come una sfida continua contro il destino. La guerra resta uno strumento della politica. Propaganda, conformismo e narrazione ideologica – come il “Gott mit uns” – rafforzano la convinzione di essere dalla parte giusta. Quanto minore è la conoscenza dei meccanismi della lotta politica, tanto maggiore è la disponibilità ad accogliere tali narrazioni con scarsa resistenza. Fino a una quasi totale rinuncia critica. Anche i sentimenti religiosi vengono spesso sfruttati per motivare i combattenti. La guerra rappresenta al massimo grado l’inferno sulla Terra.

Il sistema dei checks and balances ha lo scopo di evitare che il potere si concentri in un unico centro di interessi. Più un autocrate accentra il potere, più tende a isolarsi, creando le condizioni per esiti disastrosi, soprattutto per il proprio Paese. L’ipocrisia è una componente costante delle relazioni internazionali e delle ideologie che le accompagnano. Graziano osserva che crearsi nemici inutilmente, soprattutto in gran numero, rappresenta uno degli errori più gravi in politica. Dietro ogni intervento umanitario si cela un interesse politico. «Cullarsi nell’illusione che brutalità e cinismo siano definitivamente esclusi dal nostro orizzonte e appartengano ormai solo al passato, significa consegnarsi mani e piedi legati ai carnefici delle guerre prossime venture». Graziano richiama anche la definizione di “sonnambuli”, resa celebre da Christopher Clark, riferita alle classi dirigenti europee alla vigilia della Grande Guerra. Nel luglio 1914 nessuna potenza intendeva provocare una guerra totale.

I leader erano vigili, ma incapaci di cogliere la portata degli eventi. L’espansione militare è quasi sempre una conseguenza della forza economica: senza una base economica solida risulta velleitaria. È la potenza economica a rendere possibile quella militare. Le interpretazioni delle guerre tra grandi potenze come semplici razzie risultano fuorvianti. Norman Angell sosteneva che l’interdipendenza economica rendeva inconcepibile la guerra, ma la realtà lo ha smentito. Se il capitale si de-nazionalizza, non diventa apolide ma si radica altrove. Emmanuel Macron nel maggio 2024 ha affermato: «Il doux commerce è stato un’era dell’umanità e oggi non è più l’era che funziona. Oggi, è l’era del commerce méchant». Graziano sottolinea che la globalizzazione è stata una risposta all’emergere di nuove potenze asiatiche dinamiche. L’“età d’oro” tra il 1980 e il 2015 ha ridotto la povertà globale, aumentato il reddito medio, migliorato l’alfabetizzazione e allungato la speranza di vita.

Ma ha anche prodotto un declino delle potenze tradizionali e una crescente ansia sociale. Ogni area del mondo tende così a percepirsi come assediata. Il Wall Street Journal ha definito più volte la guerra commerciale di Donald Trump la «più stupida della storia». Il caos economico rappresenta una condizione necessaria, ma non sufficiente, per una guerra globale. John Atkinson Hobson sosteneva che lo sviluppo di un Paese industriale dipendeva dalla conquista dei mercati più che dei territori. Graziano evidenzia che il capitalismo richiede espansione continua, nuove risorse e nuovi mercati. Quando il caos economico si combina con uno shift of power avanzato, il rischio di conflitto aumenta. Il riarmo segnala un inasprimento delle tensioni internazionali. Il progressivo venir meno del ruolo degli Stati Uniti come stabilizzatore ha aperto una fase di instabilità. Dopo decenni di fiducia nella mano invisibile, la crisi dei subprime ha riportato al centro l’intervento statale.

La difficoltà di accesso alle materie prime non conduce automaticamente alla guerra, ma il rallentamento degli scambi alimenta le tensioni. «Il rallentamento degli scambi commerciali, però, alimenta le tensioni internazionali, perché i bisogni continuano a crescere ma le possibilità di soddisfarli continuano a diminuire. In tali circostanze, le guerre commerciali rischiano di degenerare in guerre militari, specialmente in una fase avanzata di shift of power». L’attuale contesto internazionale è caratterizzato da una crisi principale e da molte crisi secondarie che potrebbero fungere da innesco. Il confronto tra Stati Uniti e Cina è il nodo centrale, con gli Stati Uniti in posizione più conflittuale per il timore di perdere la propria posizione. Il controllo dei mari resta decisivo: chi controlla il commercio globale controlla le risorse. La Russia, secondo questa analisi, non dispone dei mezzi per affrontare direttamente Paesi europei.

Scrive Graziano: «La dissennata aggressione all’Ucraina ha consumato gran parte delle sue risorse economiche, ha impoverito forse irrimediabilmente la sua base demografica, ha spinto all’esilio gli spiriti più critici, ha provocato la rottura con i suoi referenti europei più disponibili, la Francia e la Germania, ha ridotto la sua influenza nel Caucaso, ha regalato il Baltico alla NATO e, peggio di tutto, ha fatto della Russia una dipendenza della Cina». Il conflitto appare quindi autolesionista. L’idea di un ordine mondiale stabile resta un’astrazione: nella storia gli equilibri sono sempre stati parziali e temporanei. L’impossibilità di stabilire regole condivise emerge anche nella gestione di fenomeni globali come epidemie e cambiamento climatico. I padri fondatori degli Stati Uniti consideravano la democrazia incompatibile con la stabilità politica, ritenendo il popolo instabile. L’idea che i governati possano agire meglio dei governanti è paragonata a quella di pazienti che sostituiscono i medici.

In conclusione, Manlio Graziano spiega che la forza economica è necessaria, ma non sufficiente per diventare una grande potenza. L’autore parla di un’epoca “acefala”. Gli Stati Uniti percepiscono le regole da loro stessi create come un limite e tendono a sfidarle. «Il senso di insicurezza genera una risposta politica che a sua volta accresce l’insicurezza, in un circolo vizioso che si autoalimenta. Chi spera che l’elettorato si risveglierà quando si accorgerà che i populisti stanno portando i loro paesi e il resto del mondo alla rovina si illude: infatti, più cresce la paura sociale, più è forte la tentazione di affidarsi ai mercanti di miracoli». Il disordine globale tende a trasformarsi in una forma di entropia politica. L’idea che «nessuno vuole la guerra» è stata più volte smentita dalla Storia. Ma le psicologie collettive cambiano rapidamente. La guerra resta un prodotto storico.

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