In Liberale è (Rubbettino 2026) Giuseppe Benedetto ripercorre i suoi dieci anni alla guida della Fondazione Luigi Einaudi, come indica anche il sottotitolo “predicare inutilmente”, in un volume con prefazione di Carlo Cottarelli. Il libro rende omaggio a Giovanni Malagodi e propone un’analisi delle contraddizioni italiane. Un sistema in cui si tassano i produttivi, si tollerano gli sprechi e si ostacolano le attività economiche. Il problema principale, secondo l’autore, non riguarda tanto le entrate quanto una spesa pubblica fuori controllo, che ha smarrito la propria funzione. In questa prospettiva, è coerente con una visione liberale: favorire condizioni più semplici per fare impresa e garantire pari opportunità. L’Italia risulta tra i Paesi OCSE con la pressione fiscale più elevata. Secondo la Banca Mondiale, un’azienda italiana versa circa il 59 per cento dei profitti in imposte e contributi, contro il 25-30 per cento di Paesi come Svizzera, Stati Uniti e Irlanda.
Giuseppe Benedetto individua nei conti pubblici il nodo centrale. Ovvero, che si paga molto e si riceve poco, perché il problema non è la scarsità di entrate, ma l’eccesso di spesa. «Non è dunque la mancanza di gettito a spiegare la crisi delle finanze pubbliche: è l’incapacità dello Stato di contenere la spesa». E ancora: «L’Italia non ha bisogno di più entrate, ma di meno uscite. Non occorre aumentare la pressione, ma mettere a digiuno la belva. Non bisogna colpire ulteriormente chi già paga, ma tagliare i privilegi e i carrozzoni». La libertà economica viene indicata come condizione del benessere, in linea con Luigi Einaudi. «Meno tasse, meno burocrazia, più responsabilità nell’uso delle risorse prelevate a cittadini e imprese» in passaggi che assumono il tono di un manifesto politico. Il sistema fiscale italiano appare come un accumulo stratificato di imposte minori nate come misure temporanee e divenute permanenti.
«Eliminare i balzelli significherebbe anche ridurre la burocrazia che li accompagna: meno moduli, meno file, meno timbri, meno perdite di tempo. In termini economici, sarebbe un guadagno doppio: più risorse in tasca ai cittadini e più tempo a disposizione delle imprese per produrre valore». Benedetto propone una riduzione della pressione fiscale accompagnata da semplificazione e trasparenza. Poche imposte, chiare e stabili. Essere liberali significa rifiutare l’idea di uno Stato con diritti illimitati sulla ricchezza privata. Il sistema fiscale, pur apparendo difficile da modificare, è il risultato di scelte politiche nel tempo. Benedetto respinge l’idea di condoni e sanatorie e critica anche la patrimoniale, ritenuta inefficace nel ridurre le disuguaglianze. Un ulteriore problema riguarda il federalismo, rimasto incompiuto e distorto, con il risultato di una doppia imposizione che grava sui cittadini. La proposta non è eliminare l’autonomia regionale, ma renderla efficace attraverso regole e trasparenza.
Diventa necessario riformare anche la natura delle imposte locali. La scelta resta politica e dipende dalla volontà di intervenire. Ogni cittadino italiano porta sulle spalle circa 50mila euro di debito pubblico. Per decenni la politica ha alimentato un sistema basato su bonus e sussidi finanziati a debito, producendo un aumento degli interessi e una riduzione delle risorse per settori come l’istruzione. Il Paese si trova così a sostenere il peso del passato senza riuscire a investire nel futuro. L’Italia registra una delle spese pensionistiche più elevate in Europa, mentre i salari sono stagnanti da decenni. Non sorprende l’aumento dell’emigrazione, soprattutto giovanile, con oltre 1,2 milioni di espatri negli ultimi dieci anni. Il debito pubblico ha anche una dimensione culturale. È percepito come un elemento astratto e lo Stato come una fonte inesauribile di risorse. L’uso della spesa in deficit è stato spesso accettato senza riserve.
Un Paese indebitato che non percepisce il debito come un rischio, commenta Benedetto. La fragilità dei conti pubblici alimenta un circolo vizioso tra sfiducia ed evasione. Più debito riduce la fiducia, e minore fiducia rende più difficile finanziarlo. Benedetto propone un “patto di verità” con i cittadini. Essere liberali significa riconoscere che la libertà economica implica anche disciplina fiscale. Ridurre il debito diventa una questione di equità tra generazioni. La spesa pubblica tende a trasformarsi in benefici concentrati e costi diffusi. La burocrazia non è solo un apparato amministrativo, ma un contesto culturale che limita l’iniziativa. Quando lo Stato pretende di pianificare ogni aspetto, l’attività privata si riduce. La complessità amministrativa diventa uno strumento di potere. «L’obiettivo, in un’ottica liberale, non è opporre per principio lo Stato al mercato, né dipingere ogni regola come un male: è ricordare che le regole dovrebbero servire a liberare energie, non a imprigionarle».
La burocrazia è come una tassa indiretta sul futuro. «L’ossessione per la norma ha sostituito la fiducia nella responsabilità». La modernizzazione non consiste nella sola digitalizzazione, ma nella semplificazione e nella valorizzazione dell’iniziativa individuale. L’Italia non spende poco per la PA, ma utilizza male le risorse. L’incertezza normativa rappresenta un ostacolo rilevante agli investimenti, mentre la complessità amministrativa si traduce in tempi lunghi e inefficienze. Di fronte a questa situazione, in conclusione, Giuseppe Benedetto propone una nuova Assemblea costituente. Non come fine, ma come strumento per ridefinire lo Stato in coerenza con i principi della Costituzione. «Le forze politiche devono tornare a governare il cambiamento, non a subirlo. È necessario restituire efficacia all’azione politica e riavvicinare i cittadini alle istituzioni, restituendo al Parlamento la sua centralità quale luogo di dialogo, composizione e mediazione degli interessi collettivi».
Amedeo Gasparini
In Liberale è (Rubbettino 2026) Giuseppe Benedetto ripercorre i suoi dieci anni alla guida della Fondazione Luigi Einaudi, come indica anche il sottotitolo “predicare inutilmente”, in un volume con prefazione di Carlo Cottarelli. Il libro rende omaggio a Giovanni Malagodi e propone un’analisi delle contraddizioni italiane. Un sistema in cui si tassano i produttivi, si tollerano gli sprechi e si ostacolano le attività economiche. Il problema principale, secondo l’autore, non riguarda tanto le entrate quanto una spesa pubblica fuori controllo, che ha smarrito la propria funzione. In questa prospettiva, è coerente con una visione liberale: favorire condizioni più semplici per fare impresa e garantire pari opportunità. L’Italia risulta tra i Paesi OCSE con la pressione fiscale più elevata. Secondo la Banca Mondiale, un’azienda italiana versa circa il 59 per cento dei profitti in imposte e contributi, contro il 25-30 per cento di Paesi come Svizzera, Stati Uniti e Irlanda.
Giuseppe Benedetto individua nei conti pubblici il nodo centrale. Ovvero, che si paga molto e si riceve poco, perché il problema non è la scarsità di entrate, ma l’eccesso di spesa. «Non è dunque la mancanza di gettito a spiegare la crisi delle finanze pubbliche: è l’incapacità dello Stato di contenere la spesa». E ancora: «L’Italia non ha bisogno di più entrate, ma di meno uscite. Non occorre aumentare la pressione, ma mettere a digiuno la belva. Non bisogna colpire ulteriormente chi già paga, ma tagliare i privilegi e i carrozzoni». La libertà economica viene indicata come condizione del benessere, in linea con Luigi Einaudi. «Meno tasse, meno burocrazia, più responsabilità nell’uso delle risorse prelevate a cittadini e imprese» in passaggi che assumono il tono di un manifesto politico. Il sistema fiscale italiano appare come un accumulo stratificato di imposte minori nate come misure temporanee e divenute permanenti.
«Eliminare i balzelli significherebbe anche ridurre la burocrazia che li accompagna: meno moduli, meno file, meno timbri, meno perdite di tempo. In termini economici, sarebbe un guadagno doppio: più risorse in tasca ai cittadini e più tempo a disposizione delle imprese per produrre valore». Benedetto propone una riduzione della pressione fiscale accompagnata da semplificazione e trasparenza. Poche imposte, chiare e stabili. Essere liberali significa rifiutare l’idea di uno Stato con diritti illimitati sulla ricchezza privata. Il sistema fiscale, pur apparendo difficile da modificare, è il risultato di scelte politiche nel tempo. Benedetto respinge l’idea di condoni e sanatorie e critica anche la patrimoniale, ritenuta inefficace nel ridurre le disuguaglianze. Un ulteriore problema riguarda il federalismo, rimasto incompiuto e distorto, con il risultato di una doppia imposizione che grava sui cittadini. La proposta non è eliminare l’autonomia regionale, ma renderla efficace attraverso regole e trasparenza.
Diventa necessario riformare anche la natura delle imposte locali. La scelta resta politica e dipende dalla volontà di intervenire. Ogni cittadino italiano porta sulle spalle circa 50mila euro di debito pubblico. Per decenni la politica ha alimentato un sistema basato su bonus e sussidi finanziati a debito, producendo un aumento degli interessi e una riduzione delle risorse per settori come l’istruzione. Il Paese si trova così a sostenere il peso del passato senza riuscire a investire nel futuro. L’Italia registra una delle spese pensionistiche più elevate in Europa, mentre i salari sono stagnanti da decenni. Non sorprende l’aumento dell’emigrazione, soprattutto giovanile, con oltre 1,2 milioni di espatri negli ultimi dieci anni. Il debito pubblico ha anche una dimensione culturale. È percepito come un elemento astratto e lo Stato come una fonte inesauribile di risorse. L’uso della spesa in deficit è stato spesso accettato senza riserve.
Un Paese indebitato che non percepisce il debito come un rischio, commenta Benedetto. La fragilità dei conti pubblici alimenta un circolo vizioso tra sfiducia ed evasione. Più debito riduce la fiducia, e minore fiducia rende più difficile finanziarlo. Benedetto propone un “patto di verità” con i cittadini. Essere liberali significa riconoscere che la libertà economica implica anche disciplina fiscale. Ridurre il debito diventa una questione di equità tra generazioni. La spesa pubblica tende a trasformarsi in benefici concentrati e costi diffusi. La burocrazia non è solo un apparato amministrativo, ma un contesto culturale che limita l’iniziativa. Quando lo Stato pretende di pianificare ogni aspetto, l’attività privata si riduce. La complessità amministrativa diventa uno strumento di potere. «L’obiettivo, in un’ottica liberale, non è opporre per principio lo Stato al mercato, né dipingere ogni regola come un male: è ricordare che le regole dovrebbero servire a liberare energie, non a imprigionarle».
La burocrazia è come una tassa indiretta sul futuro. «L’ossessione per la norma ha sostituito la fiducia nella responsabilità». La modernizzazione non consiste nella sola digitalizzazione, ma nella semplificazione e nella valorizzazione dell’iniziativa individuale. L’Italia non spende poco per la PA, ma utilizza male le risorse. L’incertezza normativa rappresenta un ostacolo rilevante agli investimenti, mentre la complessità amministrativa si traduce in tempi lunghi e inefficienze. Di fronte a questa situazione, in conclusione, Giuseppe Benedetto propone una nuova Assemblea costituente. Non come fine, ma come strumento per ridefinire lo Stato in coerenza con i principi della Costituzione. «Le forze politiche devono tornare a governare il cambiamento, non a subirlo. È necessario restituire efficacia all’azione politica e riavvicinare i cittadini alle istituzioni, restituendo al Parlamento la sua centralità quale luogo di dialogo, composizione e mediazione degli interessi collettivi».
Amedeo Gasparini