Conservare significa arretrare: è l’idea espressa da Veronica De Romanis in L’economia della paura (Mondadori 2026), dove l’autrice descrive un’Italia caratterizzata da una «Repubblica delle tribù», in cui prevalgono interessi individuali e difesa dei privilegi, con il rifiuto di ogni proposta che possa metterli in discussione, anche quando la posta in gioco è più ampia. Le conseguenze ricadono sui giovani. In questo contesto, la paura diventa uno strumento di potere, utile a distogliere l’attenzione dai problemi strutturali che ostacolano la crescita del Paese. Il saggio si distingue per chiarezza e tono diretto, offrendo il quadro di una realtà immobile. Il cambiamento viene percepito come fonte di incertezza e disorientamento. «Nel corso degli anni, la nostra classe politica, a destra come a sinistra, si è limitata a conservare l’esistente […]. Accontentandosi di piccoli aggiustamenti senza l’ambizione di percorrere le strade tortuose dello sviluppo che richiedono coraggio, lungimiranza e cultura del rischio».
All’interno di questa logica non si pianifica né si costruisce, ma si rimane in una condizione di equilibrio precario. «Una strategia miope e scellerata». Un esempio riguarda il giudizio sull’euro: molti esprimono opinioni negative, ricordando con nostalgia la lira, spesso per motivi legati all’età più che a valutazioni economiche. È la cosiddetta trappola della giovinezza, in cui prevale la dimensione emotiva. L’Italia è il secondo Paese più anziano al mondo dopo il Giappone. Con una quota di over 65 pari a circa un quarto della popolazione. La paura di perdere ciò che si possiede supera il desiderio di miglioramento. L’immobilismo diventa così una posizione condivisa. Se in ambito politico il conservatorismo può avere una funzione, in economia rischia di trasformarsi in un limite. La paura diventa il principale criterio di giudizio. In questo contesto domina la logica dell’assenza di rischio e della sfiducia.
L’Italia registra il numero più elevato di NEET in Europa, una quota contenuta di laureati, bassi livelli di occupazione femminile e natalità, oltre a un alto tasso di inattività. «In Italia prevale ormai la convinzione che la conservazione dell’esistente equivalga a stare meglio. Un atteggiamento percepito non solo come legittimo, ma persino come “doveroso”: un esercizio di buon senso. Conservare non è più soltanto una strategia politica, è diventato un metodo», avverte l’autrice. Il Paese appare bloccato da questa rinuncia allo sviluppo. «Serve con urgenza uno scatto di responsabilità, un moto di indignazione. Una prova di maturità di una società civile che vuole continuare a essere tale. Non meritiamo il declino, non meritiamo l’economia della paura». La conservazione rappresenta, anche implicitamente, una precisa scelta economica: mantenere l’assetto esistente il più a lungo possibile. Il peso elettorale degli anziani resta rilevante, mentre i giovani diminuiscono.
La popolazione invecchia e vive più a lungo, alimentando una visione spesso legata al passato, talvolta idealizzata. L’invidia sociale si trasforma in disillusione e la fiducia nei benefici del cambiamento resta limitata. La concorrenza è debole e la mobilità ridotta, mentre manca una visione condivisa. In questo quadro si inseriscono i condoni, costruiti attorno ai beneficiari. E la narrazione dell’evasione come necessità. Mettere in discussione questa impostazione risulta difficile, osserva l’autrice. E il condono appare più semplice rispetto a riforme strutturali. Si consolida così una società orientata alla protezione, in cui l’astuzia diventa comportamento diffuso. Tuttavia, una società cresce valorizzando il merito, promuovendo la competizione e mantenendo capacità critica. «Ognuno possiede la propria verità, tanto degna quanto quella dei maggiori esperti, il cui contributo viene percepito come superfluo, se non addirittura bollato come menzogna», scrive De Romanis. Questa è l’essenza della conservazione.
Il sistema scolastico resta al centro del dibattito politico. Ma nel 2025 solo uno studente su due comprende pienamente ciò che legge. L’Italia registra livelli tra i più bassi tra le principali economie europee ed è ultima per occupazione dei laureati tra i 20 e i 34 anni. L’ascensore sociale è debole e il titolo di studio tende a trasmettersi tra generazioni. La lunga pausa estiva contribuisce al fenomeno del “Summer Learning Loss”, spiega De Romanis, soprattutto nei contesti svantaggiati, dove mancano opportunità alternative. Le resistenze al cambiamento sono forti: «fa troppo caldo», «c’è bisogno di staccare», si sostiene. Una riforma richiederebbe costi immediati e benefici nel lungo periodo. Nel mercato del lavoro il carico fiscale è elevato, con aliquote fino al 43 per cento, mentre i redditi da capitale sono tassati meno. Incentivare l’acquisto di titoli di Stato è una garanzia di stabilità e autonomia, elementi funzionali alla conservazione.
In questo schema emergono i tratti dell’economia della paura. Rischio, minaccia e protezione. L’idea che l’acquisto di debito pubblico sia guidato dal patriottismo più che dalla convenienza resta discutibile. In un contesto in cui le relazioni contano più dei risultati, il confine tra amicizia e complicità si riduce, mentre chi rompe questi equilibri viene percepito come avversario. Anche le istituzioni europee vengono spesso rappresentate come nemici. Il messaggio politico si basa su contrapposizioni semplici, come quella verso le imprese estere. «L’identità, del resto, è centrale nell’economia della paura: va tutelata poiché rappresenta il segno di appartenenza a una comunità. Senza di essa ci si sente esposti, soli, vulnerabili. Difendere la tradizione, il patrimonio e il retaggio culturale diventa allora un imperativo collettivo. Ci si rifugia nella propria tribù». Il voto si orienta così più sull’identità che sui programmi.
Si crea una dinamica negativa: i giovani più qualificati lasciano il Paese e diventa difficile attrarre lavoratori stranieri qualificati. La forza lavoro risulta più anziana e meno incline al cambiamento. Le imprese restano piccole, spesso familiari, con limitata propensione all’innovazione e bassa produttività. L’Italia reagisce alle emergenze. Ma senza effetti duraturi. L’occupazione femminile, pur indicata come priorità, resta bassa e molte donne si trovano a scegliere tra carriera e maternità. I giovani vengono penalizzati e il capitale umano si riduce. Circa 1.3 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni non studiano, non lavorano e non seguono percorsi formativi. L’istruzione resta centrale, mentre le politiche pubbliche richiedono visione e coraggio. Anni di immobilismo hanno modificato la percezione della realtà, rafforzando il bisogno di protezione e il rifugio nelle proprie cerchie. Tuttavia, questo modello si rivela inefficace. In un contesto in rapido cambiamento, restare fermi significa arretrare.
Amedeo Gasparini
Conservare significa arretrare: è l’idea espressa da Veronica De Romanis in L’economia della paura (Mondadori 2026), dove l’autrice descrive un’Italia caratterizzata da una «Repubblica delle tribù», in cui prevalgono interessi individuali e difesa dei privilegi, con il rifiuto di ogni proposta che possa metterli in discussione, anche quando la posta in gioco è più ampia. Le conseguenze ricadono sui giovani. In questo contesto, la paura diventa uno strumento di potere, utile a distogliere l’attenzione dai problemi strutturali che ostacolano la crescita del Paese. Il saggio si distingue per chiarezza e tono diretto, offrendo il quadro di una realtà immobile. Il cambiamento viene percepito come fonte di incertezza e disorientamento. «Nel corso degli anni, la nostra classe politica, a destra come a sinistra, si è limitata a conservare l’esistente […]. Accontentandosi di piccoli aggiustamenti senza l’ambizione di percorrere le strade tortuose dello sviluppo che richiedono coraggio, lungimiranza e cultura del rischio».
All’interno di questa logica non si pianifica né si costruisce, ma si rimane in una condizione di equilibrio precario. «Una strategia miope e scellerata». Un esempio riguarda il giudizio sull’euro: molti esprimono opinioni negative, ricordando con nostalgia la lira, spesso per motivi legati all’età più che a valutazioni economiche. È la cosiddetta trappola della giovinezza, in cui prevale la dimensione emotiva. L’Italia è il secondo Paese più anziano al mondo dopo il Giappone. Con una quota di over 65 pari a circa un quarto della popolazione. La paura di perdere ciò che si possiede supera il desiderio di miglioramento. L’immobilismo diventa così una posizione condivisa. Se in ambito politico il conservatorismo può avere una funzione, in economia rischia di trasformarsi in un limite. La paura diventa il principale criterio di giudizio. In questo contesto domina la logica dell’assenza di rischio e della sfiducia.
L’Italia registra il numero più elevato di NEET in Europa, una quota contenuta di laureati, bassi livelli di occupazione femminile e natalità, oltre a un alto tasso di inattività. «In Italia prevale ormai la convinzione che la conservazione dell’esistente equivalga a stare meglio. Un atteggiamento percepito non solo come legittimo, ma persino come “doveroso”: un esercizio di buon senso. Conservare non è più soltanto una strategia politica, è diventato un metodo», avverte l’autrice. Il Paese appare bloccato da questa rinuncia allo sviluppo. «Serve con urgenza uno scatto di responsabilità, un moto di indignazione. Una prova di maturità di una società civile che vuole continuare a essere tale. Non meritiamo il declino, non meritiamo l’economia della paura». La conservazione rappresenta, anche implicitamente, una precisa scelta economica: mantenere l’assetto esistente il più a lungo possibile. Il peso elettorale degli anziani resta rilevante, mentre i giovani diminuiscono.
La popolazione invecchia e vive più a lungo, alimentando una visione spesso legata al passato, talvolta idealizzata. L’invidia sociale si trasforma in disillusione e la fiducia nei benefici del cambiamento resta limitata. La concorrenza è debole e la mobilità ridotta, mentre manca una visione condivisa. In questo quadro si inseriscono i condoni, costruiti attorno ai beneficiari. E la narrazione dell’evasione come necessità. Mettere in discussione questa impostazione risulta difficile, osserva l’autrice. E il condono appare più semplice rispetto a riforme strutturali. Si consolida così una società orientata alla protezione, in cui l’astuzia diventa comportamento diffuso. Tuttavia, una società cresce valorizzando il merito, promuovendo la competizione e mantenendo capacità critica. «Ognuno possiede la propria verità, tanto degna quanto quella dei maggiori esperti, il cui contributo viene percepito come superfluo, se non addirittura bollato come menzogna», scrive De Romanis. Questa è l’essenza della conservazione.
Il sistema scolastico resta al centro del dibattito politico. Ma nel 2025 solo uno studente su due comprende pienamente ciò che legge. L’Italia registra livelli tra i più bassi tra le principali economie europee ed è ultima per occupazione dei laureati tra i 20 e i 34 anni. L’ascensore sociale è debole e il titolo di studio tende a trasmettersi tra generazioni. La lunga pausa estiva contribuisce al fenomeno del “Summer Learning Loss”, spiega De Romanis, soprattutto nei contesti svantaggiati, dove mancano opportunità alternative. Le resistenze al cambiamento sono forti: «fa troppo caldo», «c’è bisogno di staccare», si sostiene. Una riforma richiederebbe costi immediati e benefici nel lungo periodo. Nel mercato del lavoro il carico fiscale è elevato, con aliquote fino al 43 per cento, mentre i redditi da capitale sono tassati meno. Incentivare l’acquisto di titoli di Stato è una garanzia di stabilità e autonomia, elementi funzionali alla conservazione.
In questo schema emergono i tratti dell’economia della paura. Rischio, minaccia e protezione. L’idea che l’acquisto di debito pubblico sia guidato dal patriottismo più che dalla convenienza resta discutibile. In un contesto in cui le relazioni contano più dei risultati, il confine tra amicizia e complicità si riduce, mentre chi rompe questi equilibri viene percepito come avversario. Anche le istituzioni europee vengono spesso rappresentate come nemici. Il messaggio politico si basa su contrapposizioni semplici, come quella verso le imprese estere. «L’identità, del resto, è centrale nell’economia della paura: va tutelata poiché rappresenta il segno di appartenenza a una comunità. Senza di essa ci si sente esposti, soli, vulnerabili. Difendere la tradizione, il patrimonio e il retaggio culturale diventa allora un imperativo collettivo. Ci si rifugia nella propria tribù». Il voto si orienta così più sull’identità che sui programmi.
Si crea una dinamica negativa: i giovani più qualificati lasciano il Paese e diventa difficile attrarre lavoratori stranieri qualificati. La forza lavoro risulta più anziana e meno incline al cambiamento. Le imprese restano piccole, spesso familiari, con limitata propensione all’innovazione e bassa produttività. L’Italia reagisce alle emergenze. Ma senza effetti duraturi. L’occupazione femminile, pur indicata come priorità, resta bassa e molte donne si trovano a scegliere tra carriera e maternità. I giovani vengono penalizzati e il capitale umano si riduce. Circa 1.3 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni non studiano, non lavorano e non seguono percorsi formativi. L’istruzione resta centrale, mentre le politiche pubbliche richiedono visione e coraggio. Anni di immobilismo hanno modificato la percezione della realtà, rafforzando il bisogno di protezione e il rifugio nelle proprie cerchie. Tuttavia, questo modello si rivela inefficace. In un contesto in rapido cambiamento, restare fermi significa arretrare.
Amedeo Gasparini