Domenica 21 giugno 2026 Mogno rivivrà un’altra giornata significativa, nella ricorrenza dei 40 anni dalla disastrosa valanga del 25 aprile 1986 e di quello che è poi nato con la ripartenza. Traducendo: il punto iconico di riferimento è la costruzione della chiesa su progetto dell’arch. Mario Botta. Scelta da far tremare i polsi e che portò anche divisione. Fu il primo progetto, ma nel lungo iter per giungere all’avvio del cantiere, l’edificio di Mogno fu preceduto dalla chiesa di S. Maria degli Angeli sul Tamaro, pure in montagna e pure di Botta, voluta dall’imprenditore Egidio Cattaneo. La figlia Sofia ricorda in questa intervista la figura e la presenza dell’arch. Giovan Luigi Dazio, che all’epoca era anche sindaco di Fusio.
Mettere in progettazione e poi far partire un’opera come la ricostruzione di una chiesa, in un minuscolo nucleo di case – Mogno – di un piccolo Comune come Fusio, richiede indubbiamente una buona dose di coraggio. In parallelo è anche la storia di un impegno prolungato che coinvolge in primis chi ha avuto l’ardire, ma al tempo stesso anche la famiglia. Quella dell’arch. Giovan Luigi Dazio, composta dalla moglie Patrizia Zenger e dalle figlie Sofia e Lisa ha profuso un quantitativo non calcolabile di tempo e di energie. Era un aspetto su cui il marito e padre non mancava di tornare quando si ripercorreva l’iter della nuova chiesa. Oggi Sofia Taufer Dazio è presidente della Fondazione Chiesa di Mogno-Fusio. A lei ho chiesto di raccontare come ha vissuto e come sente oggi questa coraggiosa avventura.

La famiglia dell’arch. Giovan Luigi Dazio (Foto Archivio G.L.Dazio)
Sofia, ripercorri un po’ della vita con papà e del suo inscindibile legame con Mogno e con Fusio. Iniziamo da qualche tratto identitario…
Mio papà era un personaggio di grande capacità creativa e lavorativa, con visioni audaci e tanto desiderio di lasciare il segno. Un accenno alla sua giovinezza lo ritengo opportuno in quanto, a parer mio, qualcosa lì è accaduto, perché poi da adulto fosse spinto da quella gagliarda tenacia che lo ha portato a ristrutturare più di 50 rustici in Vallemaggia e a lanciare il progetto della chiesa di Mogno, senza contare i progetti che (ci) ha lasciato nel cassetto.
La stampa ha scritto molto del Dazio-architetto…
Sì, sono molti gli articoli, le pubblicazioni, le interviste uscite in questi anni sui suoi rustici e soprattutto – ovviamente – sulla chiesa di Mogno. Tuttavia, i miei ricordi, dolci e amari, vissuti da figlia, hanno una prospettiva che guarda con preferenza da dietro le quinte di un palcoscenico di successi architettonici. La vita di mio papà è stata quella di chi mirava alla luna convinto che se anche l’avesse mancata sarebbe finito tra le stelle.

L’architetto Giovan Luigi Dazio (Foto Archivio G.L.Dazio)
Una sua frase ricorrente era: “Non farmi parlare del passato che mi mette tristezza”…
Rari i racconti della sua giovinezza, tutto era sempre rivolto al futuro. Per lui, io dovevo sapere già tutto: conoscere tutti i nomi dei sentieri, prati e möt della Lavizzara. Dovevo conoscere tutto l’albero genealogico delle famiglie di Fusio. Mi rincresce di non aver insistito maggiormente perché ci trasmettesse aneddoti e vissuti, non tanto per me, ma per poterli poi raccontare alle mie figlie, nate in questa società dove c’è già tutto e dove tutto è dovuto.
Gli anni delle fatiche da stelle a stelle
Papà faceva parte dell’ultima generazione della civiltà contadina, con tutte le fatiche pesanti da stelle a stelle…
“Siamo cresciuti con la vegetazione”: così descriveva le condizioni in cui erano stati tirati grandi. Questa frase mi aveva colpito. Ci raccontò che al ritorno dall’alpe a fine estate avevano talmente vergogna di quanto fossero sporchi i loro piedi che prendevano il sentiero alto per aggirare il paese, evitando così di incrociare qualcuno. La diga del Sambuco ha avuto un impatto massiccio sulla sua infanzia. La mattina, all’alpe, appena alzato correva fuori dalla capanna per vedere se la diga aveva retto durante la notte. In caso contrario, il significato drammatico sarebbe stato che la mamma… non c’era più.
Proprio per assicurargli un diverso futuro, in famiglia avevano pensato di farlo studiare da maestro…
Ma lui non voleva e loro insistettero, obbligandolo a frequentare la Magistrale. Oppose resistenza a questa scelta e si fece bocciare di proposito. Voleva fare l’architetto. Scese come un vagabondo da Fusio per cercare a Locarno qualcuno che lo accettasse come apprendista.

L’architetto Giovan Luigi Dazio (Foto Archivio G.L.Dazio)
Alla fine la spuntò, ma dovette sudare non poco per arrivare alla meta…
Quando riuscì a intraprendere questa strada, fu dura la salita per arrivare dove s’era imposto. “L’è mia obbligatori diventaa architet”, gli dissero senza perifrasi quando vennero valutati i primi disegni da stagista. La tagliente frecciata lo ferì nel profondo. Ci mise l’anima per farcela e i risultati lo premiarono. Credo che molto del suo operato sia legato ad una sorta di volontà di riscatto: dalla povertà, dalle umiliazioni, dalla scommessa fatta con sé stesso per riuscire a fare “qualcosa che lasci il segno”. Era rimasto molto impressionato dalla genialità di Oscar Niemeyer che progettò Brasilia, uno dei più influenti maestri del Novecento. A 20 anni aveva voluto rendersi conto di persona, andò a Brasilia e ne rimase molto impressionato.
Impronte di futuro, ed ecco la chiesa
Imparò presto la lezione appresa già in casa, cioè lavorare…
Dalla catastrofe della valanga, rafforzò la determinazione a lasciare un’impronta di futuro. “Se hai una bella idea, prima cerca di fartela passare. Se col tempo non passa, vuol dire che è quella buona”, mi ripeteva. Credo che dopo la valanga del 1986, la volontà di lasciare un segno forte in quel piccolo e sconosciuto angolo di Ticino fosse ricorrente.

Esterno della chiesa di Mogno progettata dall’arch. Botta (Foto: Jo Locatelli)
I rapporti di Sofia con il padre e i suoi obiettivi com’erano?
Mi sembrava troppo avanti per i gusti di una ragazzina, non lo capivo. Solo da grande certe affermazioni hanno trovato una spiegazione. Mio papà lavorava e basta. Non conosceva i nomi dei miei amici, era lontano dalla mia giovinezza spensierata, non ha mai compreso nemmeno cosa io facessi di lavoro. Lui era una “nuvoletta” (soprannome coniato da uno dei suoi muratori), spesso e volentieri con la testa altrove, sintonizzato su frequenze che io, ragazzina, non potevo intercettare. Era sempre con qualche progetto in testa. Se non aveva da fare, o da viaggiare, si immalinconiva.
Le stalle furono uno dei campi da lui attenzionati…
“Le stalle non devono crollare”: questo era un altro dei suoi campi d’azione. Conosceva bene quante e quali erano state le fatiche delle generazioni precedenti per mettere al sicuro le bestie e al riparo il fieno. Gli anziani sapevano bene dove costruire. Le stalle, molte delle quali abbandonate, erano un chiodo fisso per mio papà che non voleva vederle andare in rovina per abbandono. Quando si presentava l’occasione, ripeteva che “occorre progettare il futuro ricostruendo il passato, senza però restare prigioniero di rugginose nostalgie”.

Mogno – Valanga del 25 aprile 1986 (Foto Archivio G.L. Dazio)
Cosa ricordi dell’anno della valanga?
La mattina del 25 aprile 1986 la storia di Mogno è cambiata. In parte anche quella della mia famiglia. Quando è cominciato il cantiere e ancor più col passare del tempo crebbe il gran viavai di persone e di visitatori. La prima volta che l’arch. Botta salì a Mogno disse a mio padre: “Dazio, qui ti mancano due cose: una chiesa e il padrino per tua figlia (Lisa era appena nata). Le faccio entrambe io”. Mario Botta condivideva con mio papà ideali di modernità e innovazione. La nostra casa a Mogno era piccola e nei giorni di pioggia i due erano sdraiati per terra sugli enormi piani del progetto, con un susseguirsi di modifiche e commenti.
Messaggino di ricapitolazione per una storia di famiglia, di paese, di vita…
Mio papà a 40 anni aveva già fatto innumerevoli lavori. Oggi, io, 40 anni dopo la valanga, cerco pezzetti di lui che ricompongano quel puzzle incompleto. Un segno, negli anni, l’ha lasciato, eccome. Tanti sono i rustici e le case con la sua firma. Quando salgo a Mogno e Fusio, la sua Brasilia, lui è ovunque, ed è come se non fosse mai andato via.
Giuseppe Zois
Domenica 21 giugno 2026, a Mogno, la Fondazione Chiesa di Mogno-Fusio organizza un evento commemorativo a 40 anni dalla valanga che distrusse la chiesetta e parte del villaggio.