Pane e cannoni (Mondadori 2026) di Federico Rampini racconta un nuovo mondo in guerra e le sue regole. Per trent’anni abbiamo creduto di vivere nell’era della globalizzazione. Mercati aperti, catene produttive planetarie, cooperazione economica destinata a rendere la guerra sempre meno probabile. Quell’illusione è finita. Le nazioni combattono ancora con missili e portaerei. Ma anche con dazi e sanzioni, controllo delle tecnologie strategiche, dominio su risorse energetiche e materie prime. Le catene di approvvigionamento diventano strumenti di pressione geopolitica. Le aziende private vengono arruolate nella competizione tra potenze. I generali entrano nei CdA e i governi tornano a fare politica industriale. È la nuova epoca della geoeconomia, nella quale commercio, tecnologia, finanza e potenza militare si fondono in un unico campo di battaglia. La storia non ha mai smesso di essere governata dai rapporti di forza. Oggi, spiega Rampini, lo scopriamo di nuovo mentre le guerre divampano.
Il 2026 ha segnato il ritorno delle cannoniere. La deportazione del dittatore Nicolás Maduro, poi l’attacco alla Repubblica islamica e l’uccisione di Ali Khamenei e di altri capi iraniani. Teheran e Caracas erano entrambe membri importanti dell’asse antiamericano. Torna così in primo piano il ruolo della forza militare. Rampini argomenta che non è mai esistita quella pace mondiale che ogni tanto qualcuno rimpiange, magari affibbiandole l’etichetta di Pax Americana. Le grandi guerre sono continuate subito dopo il 1945. Siamo smemorati sulle guerre di Mosca e Pechino: dal Tibet all’India, da Budapest a Praga all’Afghanistan. L’adorazione del diritto internazionale da parte di alcuni appare a Rampini come una religione ingenua, o ipocrita. Con le azioni in Venezuela e Iran, Donald Trump ha mosso le sue pedine per diventare l’arbitro dei mercati energetici globali. L’influenza degli Stati Uniti lungo le rotte delle navi petrolifere non era mai stata così alta.
La nuova rivoluzione dell’elettricità a buon mercato negli Stati Uniti sarà un vantaggio competitivo non marginale, spiega Rampini. Gli Accordi di Abramo non sono crollati. Anzi. Diversi governi arabi hanno rafforzato la cooperazione con Israele, condividendo la preoccupazione per l’espansionismo iraniano. La guerra in Iran è la prima in cui l’AI è usata in modo massiccio da entrambe le parti. La guerra dell’AI è anche una guerra industriale. Oggi si combatte attraverso l’economia. Il neologismo “geoeconomia” riassume sanzioni economiche o dazi, embargo sulle terre rare o sui microchip, dirigismi industriali e aiuti di Stato per allevare “campioni nazionali”. Rampini spiega che l’ordine mondiale era già entrato in crisi molto prima di Trump. Il globalismo del WTO non è mai riuscito a rendere gli scambi davvero liberi. Distorsioni persistenti, come i sussidi cinesi e le protezioni europee della Politica agricola comune, mostravano l’incapacità di disciplinare protezionismi strutturali.
Migrazioni e asilo sono il terreno politico più esplosivo dello scontro fra globalismo e sovranità. Edward Luttwak è considerato il padre della geoeconomia nel 1990 e ricorda come l’URSS era in uno stato di sfacelo e di lì a poco si sarebbe disintegrata, “restituendo” varie nazioni ai rispettivi destini autonomi. L’America di George H. W. Bush, però, non voleva infierire con sanzioni dure contro la Cina, nonostante il massacro ordinato da Deng Xiaoping. Luttwak propose di adottare il concetto di geoeconomia per segnalare che, dopo la Guerra Fredda, l’arena principale della competizione fra Stati sarebbe stata economica più che militare. Inizialmente l’idea non ebbe successo, almeno fino allo shock dell’11 settembre. La geoeconomia, però, non sostituisce la sfera militare del nazionalismo. Ronald Reagan, il primo repubblicano a conquistare il voto operaio, lanciò un’offensiva contro il Giappone, accusato di invadere il mercato americano con elettrodomestici e automobili.
Bill Clinton, invece, percorse la Terza via. Di converso, J. D. Vance è emblematico di quell’America che si è ribellata ai costi sociali della globalizzazione. Proviene dal mondo del white trash degli hillbilly – una classe operaia decaduta e impoverita, devastata da droghe, alcolismo, malattie mentali, suicidi. Tra questi bianchi poveri, il premio Nobel per l’economia Angus Deaton ha rilevato l’impennata dei “morti per disperazione” nei decenni delle delocalizzazioni. Ma all’origine c’è una frattura antica tra élite e popolo. Affermare che la globalizzazione abbia impoverito l’America per “fottere” gli Stati Uniti, come dice Trump, è falso, scrive Rampini. La classe dirigente americana sapeva quel che faceva quando negli anni Novanta negoziò me il NAFTA o l’adesione della Cina alla WTO. I leader che firmarono quegli accordi non erano ingenui. Il boom degli scambi, l’apertura delle frontiere, l’invasione di merci e di manodopera immigrata, l’escalation degli investimenti finanziari furono una conseguenza.
E tra i vincitori ci sono multinazionali, gran parte della finanza e le élite qualificate. Tra i perdenti, l’operaio medio americano e il lavoratore immigrato messicano pagato meno di lui nella stessa America. Trump ha saputo catturare il voto operaio, compresi molti lavoratori appartenenti a minoranze etniche. Jake Sullivan teorizzava una politica estera e commerciale fatta su misura per i lavoratori americani. Joe Biden mantenne i dazi del primo Trump. Le voci della sinistra più radicale, come Bernie Sanders, non hanno mai criticato i dazi. L’economia mondiale era già a pezzi prima di Trump. Ma, anziché maltrattare gli amici europei, giapponesi, sudcoreani o indiani, bisognerebbe costruire un’alleanza contro la Cina. Scrive Rampini che Trump ha ragione a denunciare i fallimenti dell’ordine commerciale. Decenni di deindustrializzazione hanno danneggiato i lavoratori americani e creato dipendenze nelle catene di fornitura da Paesi ostili.
La WTO ha tollerato sussidi massicci alle esportazioni, barriere non tariffarie e protezionismi contrari ai suoi principi. Con l’ascesa al potere di Xi Jinping si è frantumata ogni illusione di liberalizzazione politica. La leadership comunista non nascondeva più le proprie ambizioni imperiali. Argomenta l’autore: in passato tutti sono stati molto più protezionisti dell’America, mentre quest’ultima era il mercato di gran lunga più aperto e accogliente; l’Europa è una fortezza circondata da alte muraglie fin dalla nascita del mercato comune del carbone e dell’acciaio, fino alla politica agricola. Con un presidente dem alla Casa Bianca e una maggioranza democratica al Congresso, è poco probabile che l’America torni indietro. Rampini sostiene che servirebbe un rinnovamento culturale nelle gerarchie dei valori dell’intera società. Il de-risking è una reazione pragmatica alle oscillazioni della politica commerciale statunitense.
In un capitolo sulla materia finanziaria, Rampini spiega che la Cina ha sempre manipolato il tasso di cambio, mantenendo il renminbi-yuan in una debolezza artificiosa come strumento di concorrenza sleale per conquistare i mercati altrui. Lo status del dollaro come moneta globale, anziché essere un privilegio, sarebbe un onere da cui l’America dovrebbe liberarsi, perché ha contribuito a mantenere un cambio sopravvalutato, causa di deindustrializzazione. Spingere il dollaro al ribasso, come Trump desidera, ha due effetti positivi. Rende il made in USA meno costoso e i prodotti esteri più cari. Dunque, fa lo stesso lavoro dei dazi. Trump ha scelto per la presidenza della Fed Kevin Warsh, convinto di poter fare affidamento su di lui per abbassare i tassi. Secondo Warsh, la banca centrale è rimasta incapace di cogliere la portata della trasformazione tecnologica in atto e troppo legata a un’ortodossia antinflazionistica, argomenta Rampini.
Nel capitolo sulle sfide tecnologiche, Rampini spiega che per oltre un secolo abbiamo guardato a carri armati, flotte, arsenali nucleari. Contano ancora, ma non bastano più. La competizione fra grandi potenze si estende in luoghi che non hanno un connotato bellico: fabbriche di semiconduttori, impianti chimici, laboratori di biotecnologia, giacimenti di minerali critici, centri di calcolo che addestrano algoritmi. La nuova Guerra Fredda è ancora una volta una gara tra sistemi economici e capacità tecnologiche. La Cina ha mostrato che si può usare la globalizzazione in modo selettivo. Pechino ha investito cifre enormi in settori come AI, tecnologie quantistiche e biotecnologie, mentre consolidava la propria presenza in minerali critici, componenti elettronici e input farmaceutici. L’AI è l’infrastruttura cognitiva delle società moderne. Secondo Rampini, lo Stato deve tornare a giocare un ruolo, ma in modo diverso dal passato. Non come pianificatore onnipotente, bensì come correttore dei fallimenti di mercato.
L’autore sostiene che occorre utilizzare strumenti di politica industriale: prestiti pubblici, garanzie, contratti di acquisto a lungo termine. L’AI, combinata con la robotica, è destinata a trasformare la guerra. Un’intelligenza abbondante può risultare destabilizzante anche quando funziona benissimo. Scrive Rampini che l’AI non arriva in un mondo stabile. Arriva in società già polarizzate, diffidenti verso le istituzioni, attraversate da crisi demografiche, perdita di fiducia nella verità condivisa e aumento delle disuguaglianze. La tecnologia non si deposita su un terreno neutro: amplifica le tensioni preesistenti. L’URSS era rigida, gli Stati Uniti dinamici. Le rivoluzioni tecnologiche generano missioni collettive. Possono creare entusiasmo, senso di progresso, spirito di scoperta. L’AI può però diventare un acceleratore di polarizzazione e produrre un’oligarchia dell’intelligenza. Il punto decisivo non è se cancellerà posti di lavoro, ma se distruggerà la percezione di utilità sociale. Una società in cui metà della popolazione non si sente necessaria perde stabilità politica.
Lo Stato, secondo Rampini, deve creare condizioni: educazione, accesso, infrastrutture cognitive, protezione della concorrenza, uso pubblico intelligente della tecnologia. L’autore prevede che la competizione tra Stati Uniti e Cina non sarà decisa solo nei laboratori. Sarà decisa nella capacità di mantenere società dinamiche sotto pressione tecnologica. La Cina possiede alcuni vantaggi: dati enormi, energia economica, coordinamento politico. L’Occidente ne possiede altri: pluralismo, creatività, attrattività culturale. L’AI accentuerà pregi e difetti di entrambi i modelli. Il sistema più stabile psicologicamente vincerà nel lungo periodo. L’America continua a sfornare rivoluzioni tecnologiche prima e meglio di ogni altra parte del mondo. Molti europei non hanno dubbi: l’America avrebbe tradito i propri ideali. Il tradimento di Lady Liberty è attribuito alle politiche di Trump, a un’involuzione sovranista, razzista e autoritaria. Eppure, gli Stati Uniti restano primato tecnologico, moneta universale, sicurezza energetica, demografia positiva. Rampini richiama il famoso “quadrilatero magico”.
Pechino è in decrescita demografica ed è importatrice di energia. La Russia è in una fase avanzata di spopolamento ed è un nano economico e tecnologico. L’Europa non padroneggia nessuno dei quattro angoli che danno la forza. In un mondo multipolare, tra i fattori di forza bisogna aggiungere le alleanze, la loro qualità e solidità. Resta però la finanza pubblica, settore in cui gli Stati Uniti soffrono di un peggioramento costante. Le lacerazioni della società americana e la polarizzazione politica non promettono nulla di buono. La crisi di consenso verso la democrazia e il malcontento sono reali da decenni, avverte Rampini. Il carovita è un problema. Eppure, gli americani non sognano di emigrare in massa: unico indicatore affidabile di “inferiorità” nei confronti internazionali. Una ragione che spiega la fuga dei cervelli dal resto del mondo è che in America si allenano scienziati e ricercatori a diventare imprenditori di se stessi.
Senza gli Stati Uniti al centro, il sistema globale scivola verso un equilibrio più pericoloso. Se la Cina vuole stabilire nuove norme e istituzioni globali, è probabile che la violenza sarà necessaria – la Storia mostra che ciò avviene quasi sempre. La scelta di Pechino di usare il termine sviluppo pacifico è pragmatica; negare la possibilità di conflitto significa auto-ingannarsi. Perché la Cina possa emergere, deve instaurare le proprie istituzioni e norme nella comunità internazionale. Intanto progredisce nelle tecnologie avanzate, dai microchip all’intelligenza artificiale, modernizza le forze armate, considera la riunificazione con Taiwan una certezza, domina settori cruciali come terre rare, energia solare e batterie elettriche. Quando Trump mette sotto pressione il Venezuela, lo fa anche per reagire alla penetrazione cinese. La militarizzazione della Cina avanza sotto Xi, ma l’uso effettivo della forza militare incontra riserve.
Il 2027 è l’anno-traguardo per l’Esercito popolare di liberazione: è la scadenza entro la quale deve aver sviluppato una capacità deterrente tale da scoraggiare Stati Uniti e Giappone dall’intervenire in difesa di Taiwan nell’eventualità di un’invasione. Le forze armate cinesi sono tenute a prepararsi a uno scenario di guerra totale. Non viviamo più in un’era postbellica. Viviamo in un’era prebellica, molto più simile all’interregno fra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Nel capitolo sulla Russia, Rampini spiega che Mosca ha imposto con chiarezza all’Europa quel che deve fare. La militarizzazione è un processo di lungo termine. Il ruolo dello Stato – e quindi della politica industriale – è centrale. Già nel 1991 Aleksandr Solženicyn scriveva a Mikhail Gorbaciov: «Osservo con allarme che il risveglio della coscienza russa è stato incapace di liberarsi dal pensiero di superpotenza e dalle illusioni imperiali».
Chi continua a vedere nelle aggressioni di Putin una “risposta” alle azioni dell’Occidente, conferma una profonda ignoranza della storia russa e delle linee che ne hanno ispirato i leader. Ed omette di solito due eventi significativi: l’inclusione della Russia nel G7 e l’offerta a Mosca di un partenariato con la NATO. Quelle forme di associazione della Russia con l’Occidente non bastarono a placarne la sete di rivincita. Vladimir Putin ha riesumato il destino eccezionale riservato al Paese, restituendogli l’aurea della sacralità religiosa e dello scontro di civiltà con un Occidente decadente. Rampini sfata anche il mito sulle responsabilità occidentali nella transizione della Russia dal comunismo al capitalismo. Il ruolo della finanza occidentale fu marginale. Quel grande saccheggio che furono le privatizzazioni russe fu perpetrato da un’élite russa ai danni del popolo russo. Da questi furti gli stranieri furono sempre esclusi, scrive Rampini.
Un esempio? Nel 1991 la Fiat offrì 2 miliardi di dollari per comprare la fabbrica russa di automobili AvtoVAZ, che fu (s)venduta a investitori locali per 45 milioni di dollari. È con queste svendite truccate, rapine e favoritismi che si creò una nuova classe di capitalisti russi, spesso ex funzionari dello Stato o del Partito comunista. Poi è intervenuto Putin. Dapprima come emanazione delle caste di oligarchi, poi come maestro nel gioco di ricattarli. Per Putin la Guerra Fredda non è mai finita. L’alleanza con la Chiesa ortodossa riesuma tratti tipici dello zarismo. Dall’epoca della Guerra dei Trent’anni, nessun popolo è stato così traumatizzato da successive ondate di violenza. Putin ha sempre sentito il bisogno di una teoria che giustificasse le sue azioni. Così come Nicola I sottovalutò l’Impero ottomano e Nicola II il Giappone, Putin ha creduto che l’Ucraina sarebbe crollata in pochi giorni.
In Crimea, l’intervento anglo-francese trasformò un conflitto regionale in una guerra su più fronti. Nel 1904-1905, il supporto britannico al Giappone fu decisivo. In Afghanistan, i mujaheddin riforniti dagli Stati Uniti logorarono l’Armata Rossa. La Russia di Putin ha tuttavia mostrato una capacità di adattamento superiore. Le debolezze strutturali restano però irrisolte: l’impatto demografico, le perdite umane, la necessità per il Cremlino di reintegrare milioni di veterani traumatizzati, inclusi ex detenuti. La delazione è una pratica diffusa e socialmente legittimata. La repressione diventa così un fenomeno partecipativo, non solo imposto dall’alto. Rampini argomenta che il problema non è l’Occidente, è il sistema russo. L’invasione ha aggravato le debolezze strutturali russe: inflazione e tassi in forte crescita, carenza di manodopera, erosione delle riserve finanziarie, fuga di capitale umano. Mosca e San Pietroburgo concentrano ricchezza; il resto del Paese ristagna.
La Germania è il Paese che nel Novecento ha costituito la più seria minaccia per la sicurezza di Mosca. Averla risvegliata dal suo letargo geopolitico non è stata una mossa geniale, ironizza Rampini. Svezia e Finlandia sono state solo un assaggio. L’URSS non aveva mai combattuto contro gli Stati Uniti, mentre il suo territorio era stato invaso due volte dalla Wehrmacht. Il pericolo vero per Mosca veniva dal colosso vicino, non da quello lontano. La Germania di Friedrich Merz ha avviato il riarmo non perché sia tornata una nazione imperialista e militarista. Ma perché si sente insicura, impaurita. Putin ha svegliato un gigante addormentato e ne pagherà le conseguenze. Ci vorrà tempo, forse molto, perché Berlino ricostruisca forze armate credibili e un’industria bellica sottodimensionata. In generale, per decenni l’Europa è vissuta in una relazione di dipendenza dagli USA per la difesa, dalla Russia per l’energia e dalla Cina per l’export.
Oggi dipende dagli USA su tutti i fronti. Sulla crisi del modello europeo, Rampini parla dell’eredità disastrosa di Angela Merkel. Il bilancio del Macronismo pare terribile sul piano interno, vista l’instabilità della Francia, ma è devastante anche se osservato dal resto del mondo. Gli appoggi che Vance ed Elon Musk avevano dato nel 2025 ad alcune destre europee radicali non hanno impedito che queste forze condannassero le uscite di Trump sulla Groenlandia. La resilienza europea dipende anche dalle alleanze esterne. Troppe imprese italiane non hanno capito di essere un bersaglio per le nuove guerre ibride, cyberattacchi e sabotaggi. La classe dirigente italiana è una delle più disinformate, fustiga Rampini. Che scrive: se davvero il Grande Satana è l’America, questo dovrebbe spingere gli europei a emanciparsi dalla protezione USA, investendo molto di più nella propria sicurezza. Invece i più accesi americanofobi d’Europa sono anche i primi a denunciare il riarmo.
Duro Rampini: l’opinione pubblica italiana è una delle più arretrate e immature. C’è un vuoto culturale pauroso, riempito da ideologie pseudopacifiste o da un’errata percezione secondo cui l’imperialismo russo o il jihadismo «non ci riguardano, non ce l’hanno con noi». L’arretratezza culturale degli italiani si presta a un paragone con il Dopoguerra. L’Italia post-1945 era un Paese ancora contadino e dominato da tre ideologie, cattolica, comunista, fascista: tutte ostili all’economia di mercato e all’impresa. Il Paese era dunque pervicacemente antindustriale. Oggi serve un coraggio analogo nel settore della sicurezza nazionale, per aprire gli occhi agli italiani sui pericoli reali. Ventisette nani non fanno un gigante, scrive Rampini. Perché l’Europa non è preparata? Per frammentazione. Tutto è diviso: bilanci della difesa, standard tecnici, sistemi d’arma, consorzi industriali, forniture, programmi di ricerca, priorità strategiche. Germania, Francia e Italia seguono logiche industriali nazionali, con qualche cooperazione episodica.
Ma difesa e sicurezza non sono un costo. Mantenere la struttura organizzativa della NATO appare realistico, ma non basta. Serve costruire un’alternativa credibile rispetto alla situazione attuale. L’Europa ha deficit spaventosi anche nelle capacità di trasporto delle truppe, nel rifornimento di carburante in volo, nelle difese dei cieli. Pesano i ritardi di consapevolezza delle opinioni pubbliche. Dopo il 2022, con la guerra in Ucraina e il peggioramento generale della sicurezza, i governi europei hanno iniziato a rivedere come e cosa acquistare per le proprie forze armate. L’arrivo di Trump ha reso formidabili le pressioni per un aumento della spesa militare da parte degli europei. Washington continua a eccellere nella progettazione delle armi più sofisticate al mondo. Però anche loro faticano a produrre rapidamente. Rampini argomenta che l’idea secondo cui le guerre scoppiano perché i fabbricanti di armi vogliono fare più profitti è seducente, ma falsa.
La jihad o le Crociate cristiane sono state alimentate dal fanatismo religioso e combattute anche da armate povere di mezzi. Mao Zedong mandò al macello un milione di soldati cinesi per aiutare la Corea del Nord a invadere il Sud e non c’era un solo capitalista a Pechino o Pyongyang che ricavasse profitti da quel conflitto. Se davvero la guerra fosse stata voluta o attesa dagli interessi economici, avrebbe dovuto essere “anticipata” dai mercati. Invece accadde il contrario. Fino a pochissimi giorni prima dello scoppio della Grande Guerra, i mercati si comportarono come se una guerra generale fosse altamente improbabile. Con l’attentato di Sarajevo la situazione precipitò e si produsse un cambiamento improvviso e violento: panico finanziario, corsa alla liquidità, chiusura delle Borse, congelamento dei mercati. La guerra non era prevista né desiderata dagli interessi economici dominanti. Rampini insiste sull’equivoco pacifista.
È solo quando l’Occidente è entrato in un letargo geopolitico, in una cultura del disarmo, che Putin ha rialzato la testa e ha visto le condizioni per ricostruire l’impero sovietico. Un tempo la leva militare obbligatoria per tutti i maschi era un valore strenuamente difeso dalla sinistra comunista. Un esercito di popolo era considerato l’antidoto a un esercito di destra golpista. La sinistra non era pacifista, altrimenti anziché esaltare i partigiani antifascisti li avrebbe condannati. Non si può scendere in piazza ogni 25 aprile per festeggiare la Liberazione e poi cancellare il diritto-dovere di resistenza armata nei confronti di chi oggi può minacciare sovranità, indipendenza, libertà, democrazia della Repubblica, commenta Rampini. Ai cinici che pensano “chissenefrega se dopo Kiev tocca a polacchi e baltici” bisogna ricordare che Putin è già in Libia e non ha mai rinunciato a influenzare i Balcani.
Altro esempio: è l’Europa ad avere bisogno di armi israeliane, non il contrario, spiega l’autore. I dati sull’import-export rivelano che l’UE compra molte armi da Israele e ne vende pochissime. Gli Stati Uniti comprano da Israele molte più tecnologie per la difesa di quante gliene vendano. La cultura del vittimismo e del rancore ha generato odio per l’Occidente, accettato, incorporato e applicato come un dogma dal grande capitalismo americano. Con il consueto ritardo con cui la periferia dell’impero si adegua alle indicazioni del centro, anche in Europa erano arrivati impulsi simili, sia pure meno generalizzati e meno intransigenti. Il mondo delle grandi aziende si era impregnato di cultura woke. La cultura del vittimismo e della recriminazione, invece di promuovere eccellenza e responsabilità individuale, incentiva una narrazione di debito storico infinito. Lo spostamento a destra di tanti giovani bianchi nasce anche dalla percezione di essere discriminati.
Rampini elenca tre problemi che affliggono anche il mondo delle aziende europee, meno libere rispetto a quelle americane. Primo: l’invidia sociale. Il successo individuale, invece di suscitare ammirazione, genera spesso sospetto, diffidenza o ostilità. Secondo: la diffidenza verso l’economia di mercato, percepita non come opportunità di emancipazione ma come sistema “ingiusto”. Terzo: lo Stato prima della democrazia. I suoi apparati burocratici e corporativi derivano da regimi pre-democratici e mantengono ancora oggi una forza politica formidabile. In conclusione, la geopolitica appariva come una disciplina superata, figlia di un mondo arcaico. Oggi ci accorgiamo che la geopolitica non è mai scomparsa. Eravamo noi ad aver smesso di studiarla. Come del resto la sua sorella gemella, la geoeconomia: una visione dell’economia internazionale come campo di competizione strategica, intrisa di finalità egemoniche.
Amedeo Gasparini
Pane e cannoni (Mondadori 2026) di Federico Rampini racconta un nuovo mondo in guerra e le sue regole. Per trent’anni abbiamo creduto di vivere nell’era della globalizzazione. Mercati aperti, catene produttive planetarie, cooperazione economica destinata a rendere la guerra sempre meno probabile. Quell’illusione è finita. Le nazioni combattono ancora con missili e portaerei. Ma anche con dazi e sanzioni, controllo delle tecnologie strategiche, dominio su risorse energetiche e materie prime. Le catene di approvvigionamento diventano strumenti di pressione geopolitica. Le aziende private vengono arruolate nella competizione tra potenze. I generali entrano nei CdA e i governi tornano a fare politica industriale. È la nuova epoca della geoeconomia, nella quale commercio, tecnologia, finanza e potenza militare si fondono in un unico campo di battaglia. La storia non ha mai smesso di essere governata dai rapporti di forza. Oggi, spiega Rampini, lo scopriamo di nuovo mentre le guerre divampano.
Il 2026 ha segnato il ritorno delle cannoniere. La deportazione del dittatore Nicolás Maduro, poi l’attacco alla Repubblica islamica e l’uccisione di Ali Khamenei e di altri capi iraniani. Teheran e Caracas erano entrambe membri importanti dell’asse antiamericano. Torna così in primo piano il ruolo della forza militare. Rampini argomenta che non è mai esistita quella pace mondiale che ogni tanto qualcuno rimpiange, magari affibbiandole l’etichetta di Pax Americana. Le grandi guerre sono continuate subito dopo il 1945. Siamo smemorati sulle guerre di Mosca e Pechino: dal Tibet all’India, da Budapest a Praga all’Afghanistan. L’adorazione del diritto internazionale da parte di alcuni appare a Rampini come una religione ingenua, o ipocrita. Con le azioni in Venezuela e Iran, Donald Trump ha mosso le sue pedine per diventare l’arbitro dei mercati energetici globali. L’influenza degli Stati Uniti lungo le rotte delle navi petrolifere non era mai stata così alta.
La nuova rivoluzione dell’elettricità a buon mercato negli Stati Uniti sarà un vantaggio competitivo non marginale, spiega Rampini. Gli Accordi di Abramo non sono crollati. Anzi. Diversi governi arabi hanno rafforzato la cooperazione con Israele, condividendo la preoccupazione per l’espansionismo iraniano. La guerra in Iran è la prima in cui l’AI è usata in modo massiccio da entrambe le parti. La guerra dell’AI è anche una guerra industriale. Oggi si combatte attraverso l’economia. Il neologismo “geoeconomia” riassume sanzioni economiche o dazi, embargo sulle terre rare o sui microchip, dirigismi industriali e aiuti di Stato per allevare “campioni nazionali”. Rampini spiega che l’ordine mondiale era già entrato in crisi molto prima di Trump. Il globalismo del WTO non è mai riuscito a rendere gli scambi davvero liberi. Distorsioni persistenti, come i sussidi cinesi e le protezioni europee della Politica agricola comune, mostravano l’incapacità di disciplinare protezionismi strutturali.
Migrazioni e asilo sono il terreno politico più esplosivo dello scontro fra globalismo e sovranità. Edward Luttwak è considerato il padre della geoeconomia nel 1990 e ricorda come l’URSS era in uno stato di sfacelo e di lì a poco si sarebbe disintegrata, “restituendo” varie nazioni ai rispettivi destini autonomi. L’America di George H. W. Bush, però, non voleva infierire con sanzioni dure contro la Cina, nonostante il massacro ordinato da Deng Xiaoping. Luttwak propose di adottare il concetto di geoeconomia per segnalare che, dopo la Guerra Fredda, l’arena principale della competizione fra Stati sarebbe stata economica più che militare. Inizialmente l’idea non ebbe successo, almeno fino allo shock dell’11 settembre. La geoeconomia, però, non sostituisce la sfera militare del nazionalismo. Ronald Reagan, il primo repubblicano a conquistare il voto operaio, lanciò un’offensiva contro il Giappone, accusato di invadere il mercato americano con elettrodomestici e automobili.
Bill Clinton, invece, percorse la Terza via. Di converso, J. D. Vance è emblematico di quell’America che si è ribellata ai costi sociali della globalizzazione. Proviene dal mondo del white trash degli hillbilly – una classe operaia decaduta e impoverita, devastata da droghe, alcolismo, malattie mentali, suicidi. Tra questi bianchi poveri, il premio Nobel per l’economia Angus Deaton ha rilevato l’impennata dei “morti per disperazione” nei decenni delle delocalizzazioni. Ma all’origine c’è una frattura antica tra élite e popolo. Affermare che la globalizzazione abbia impoverito l’America per “fottere” gli Stati Uniti, come dice Trump, è falso, scrive Rampini. La classe dirigente americana sapeva quel che faceva quando negli anni Novanta negoziò me il NAFTA o l’adesione della Cina alla WTO. I leader che firmarono quegli accordi non erano ingenui. Il boom degli scambi, l’apertura delle frontiere, l’invasione di merci e di manodopera immigrata, l’escalation degli investimenti finanziari furono una conseguenza.
E tra i vincitori ci sono multinazionali, gran parte della finanza e le élite qualificate. Tra i perdenti, l’operaio medio americano e il lavoratore immigrato messicano pagato meno di lui nella stessa America. Trump ha saputo catturare il voto operaio, compresi molti lavoratori appartenenti a minoranze etniche. Jake Sullivan teorizzava una politica estera e commerciale fatta su misura per i lavoratori americani. Joe Biden mantenne i dazi del primo Trump. Le voci della sinistra più radicale, come Bernie Sanders, non hanno mai criticato i dazi. L’economia mondiale era già a pezzi prima di Trump. Ma, anziché maltrattare gli amici europei, giapponesi, sudcoreani o indiani, bisognerebbe costruire un’alleanza contro la Cina. Scrive Rampini che Trump ha ragione a denunciare i fallimenti dell’ordine commerciale. Decenni di deindustrializzazione hanno danneggiato i lavoratori americani e creato dipendenze nelle catene di fornitura da Paesi ostili.
La WTO ha tollerato sussidi massicci alle esportazioni, barriere non tariffarie e protezionismi contrari ai suoi principi. Con l’ascesa al potere di Xi Jinping si è frantumata ogni illusione di liberalizzazione politica. La leadership comunista non nascondeva più le proprie ambizioni imperiali. Argomenta l’autore: in passato tutti sono stati molto più protezionisti dell’America, mentre quest’ultima era il mercato di gran lunga più aperto e accogliente; l’Europa è una fortezza circondata da alte muraglie fin dalla nascita del mercato comune del carbone e dell’acciaio, fino alla politica agricola. Con un presidente dem alla Casa Bianca e una maggioranza democratica al Congresso, è poco probabile che l’America torni indietro. Rampini sostiene che servirebbe un rinnovamento culturale nelle gerarchie dei valori dell’intera società. Il de-risking è una reazione pragmatica alle oscillazioni della politica commerciale statunitense.
In un capitolo sulla materia finanziaria, Rampini spiega che la Cina ha sempre manipolato il tasso di cambio, mantenendo il renminbi-yuan in una debolezza artificiosa come strumento di concorrenza sleale per conquistare i mercati altrui. Lo status del dollaro come moneta globale, anziché essere un privilegio, sarebbe un onere da cui l’America dovrebbe liberarsi, perché ha contribuito a mantenere un cambio sopravvalutato, causa di deindustrializzazione. Spingere il dollaro al ribasso, come Trump desidera, ha due effetti positivi. Rende il made in USA meno costoso e i prodotti esteri più cari. Dunque, fa lo stesso lavoro dei dazi. Trump ha scelto per la presidenza della Fed Kevin Warsh, convinto di poter fare affidamento su di lui per abbassare i tassi. Secondo Warsh, la banca centrale è rimasta incapace di cogliere la portata della trasformazione tecnologica in atto e troppo legata a un’ortodossia antinflazionistica, argomenta Rampini.
Nel capitolo sulle sfide tecnologiche, Rampini spiega che per oltre un secolo abbiamo guardato a carri armati, flotte, arsenali nucleari. Contano ancora, ma non bastano più. La competizione fra grandi potenze si estende in luoghi che non hanno un connotato bellico: fabbriche di semiconduttori, impianti chimici, laboratori di biotecnologia, giacimenti di minerali critici, centri di calcolo che addestrano algoritmi. La nuova Guerra Fredda è ancora una volta una gara tra sistemi economici e capacità tecnologiche. La Cina ha mostrato che si può usare la globalizzazione in modo selettivo. Pechino ha investito cifre enormi in settori come AI, tecnologie quantistiche e biotecnologie, mentre consolidava la propria presenza in minerali critici, componenti elettronici e input farmaceutici. L’AI è l’infrastruttura cognitiva delle società moderne. Secondo Rampini, lo Stato deve tornare a giocare un ruolo, ma in modo diverso dal passato. Non come pianificatore onnipotente, bensì come correttore dei fallimenti di mercato.
L’autore sostiene che occorre utilizzare strumenti di politica industriale: prestiti pubblici, garanzie, contratti di acquisto a lungo termine. L’AI, combinata con la robotica, è destinata a trasformare la guerra. Un’intelligenza abbondante può risultare destabilizzante anche quando funziona benissimo. Scrive Rampini che l’AI non arriva in un mondo stabile. Arriva in società già polarizzate, diffidenti verso le istituzioni, attraversate da crisi demografiche, perdita di fiducia nella verità condivisa e aumento delle disuguaglianze. La tecnologia non si deposita su un terreno neutro: amplifica le tensioni preesistenti. L’URSS era rigida, gli Stati Uniti dinamici. Le rivoluzioni tecnologiche generano missioni collettive. Possono creare entusiasmo, senso di progresso, spirito di scoperta. L’AI può però diventare un acceleratore di polarizzazione e produrre un’oligarchia dell’intelligenza. Il punto decisivo non è se cancellerà posti di lavoro, ma se distruggerà la percezione di utilità sociale. Una società in cui metà della popolazione non si sente necessaria perde stabilità politica.
Lo Stato, secondo Rampini, deve creare condizioni: educazione, accesso, infrastrutture cognitive, protezione della concorrenza, uso pubblico intelligente della tecnologia. L’autore prevede che la competizione tra Stati Uniti e Cina non sarà decisa solo nei laboratori. Sarà decisa nella capacità di mantenere società dinamiche sotto pressione tecnologica. La Cina possiede alcuni vantaggi: dati enormi, energia economica, coordinamento politico. L’Occidente ne possiede altri: pluralismo, creatività, attrattività culturale. L’AI accentuerà pregi e difetti di entrambi i modelli. Il sistema più stabile psicologicamente vincerà nel lungo periodo. L’America continua a sfornare rivoluzioni tecnologiche prima e meglio di ogni altra parte del mondo. Molti europei non hanno dubbi: l’America avrebbe tradito i propri ideali. Il tradimento di Lady Liberty è attribuito alle politiche di Trump, a un’involuzione sovranista, razzista e autoritaria. Eppure, gli Stati Uniti restano primato tecnologico, moneta universale, sicurezza energetica, demografia positiva. Rampini richiama il famoso “quadrilatero magico”.
Pechino è in decrescita demografica ed è importatrice di energia. La Russia è in una fase avanzata di spopolamento ed è un nano economico e tecnologico. L’Europa non padroneggia nessuno dei quattro angoli che danno la forza. In un mondo multipolare, tra i fattori di forza bisogna aggiungere le alleanze, la loro qualità e solidità. Resta però la finanza pubblica, settore in cui gli Stati Uniti soffrono di un peggioramento costante. Le lacerazioni della società americana e la polarizzazione politica non promettono nulla di buono. La crisi di consenso verso la democrazia e il malcontento sono reali da decenni, avverte Rampini. Il carovita è un problema. Eppure, gli americani non sognano di emigrare in massa: unico indicatore affidabile di “inferiorità” nei confronti internazionali. Una ragione che spiega la fuga dei cervelli dal resto del mondo è che in America si allenano scienziati e ricercatori a diventare imprenditori di se stessi.
Senza gli Stati Uniti al centro, il sistema globale scivola verso un equilibrio più pericoloso. Se la Cina vuole stabilire nuove norme e istituzioni globali, è probabile che la violenza sarà necessaria – la Storia mostra che ciò avviene quasi sempre. La scelta di Pechino di usare il termine sviluppo pacifico è pragmatica; negare la possibilità di conflitto significa auto-ingannarsi. Perché la Cina possa emergere, deve instaurare le proprie istituzioni e norme nella comunità internazionale. Intanto progredisce nelle tecnologie avanzate, dai microchip all’intelligenza artificiale, modernizza le forze armate, considera la riunificazione con Taiwan una certezza, domina settori cruciali come terre rare, energia solare e batterie elettriche. Quando Trump mette sotto pressione il Venezuela, lo fa anche per reagire alla penetrazione cinese. La militarizzazione della Cina avanza sotto Xi, ma l’uso effettivo della forza militare incontra riserve.
Il 2027 è l’anno-traguardo per l’Esercito popolare di liberazione: è la scadenza entro la quale deve aver sviluppato una capacità deterrente tale da scoraggiare Stati Uniti e Giappone dall’intervenire in difesa di Taiwan nell’eventualità di un’invasione. Le forze armate cinesi sono tenute a prepararsi a uno scenario di guerra totale. Non viviamo più in un’era postbellica. Viviamo in un’era prebellica, molto più simile all’interregno fra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Nel capitolo sulla Russia, Rampini spiega che Mosca ha imposto con chiarezza all’Europa quel che deve fare. La militarizzazione è un processo di lungo termine. Il ruolo dello Stato – e quindi della politica industriale – è centrale. Già nel 1991 Aleksandr Solženicyn scriveva a Mikhail Gorbaciov: «Osservo con allarme che il risveglio della coscienza russa è stato incapace di liberarsi dal pensiero di superpotenza e dalle illusioni imperiali».
Chi continua a vedere nelle aggressioni di Putin una “risposta” alle azioni dell’Occidente, conferma una profonda ignoranza della storia russa e delle linee che ne hanno ispirato i leader. Ed omette di solito due eventi significativi: l’inclusione della Russia nel G7 e l’offerta a Mosca di un partenariato con la NATO. Quelle forme di associazione della Russia con l’Occidente non bastarono a placarne la sete di rivincita. Vladimir Putin ha riesumato il destino eccezionale riservato al Paese, restituendogli l’aurea della sacralità religiosa e dello scontro di civiltà con un Occidente decadente. Rampini sfata anche il mito sulle responsabilità occidentali nella transizione della Russia dal comunismo al capitalismo. Il ruolo della finanza occidentale fu marginale. Quel grande saccheggio che furono le privatizzazioni russe fu perpetrato da un’élite russa ai danni del popolo russo. Da questi furti gli stranieri furono sempre esclusi, scrive Rampini.
Un esempio? Nel 1991 la Fiat offrì 2 miliardi di dollari per comprare la fabbrica russa di automobili AvtoVAZ, che fu (s)venduta a investitori locali per 45 milioni di dollari. È con queste svendite truccate, rapine e favoritismi che si creò una nuova classe di capitalisti russi, spesso ex funzionari dello Stato o del Partito comunista. Poi è intervenuto Putin. Dapprima come emanazione delle caste di oligarchi, poi come maestro nel gioco di ricattarli. Per Putin la Guerra Fredda non è mai finita. L’alleanza con la Chiesa ortodossa riesuma tratti tipici dello zarismo. Dall’epoca della Guerra dei Trent’anni, nessun popolo è stato così traumatizzato da successive ondate di violenza. Putin ha sempre sentito il bisogno di una teoria che giustificasse le sue azioni. Così come Nicola I sottovalutò l’Impero ottomano e Nicola II il Giappone, Putin ha creduto che l’Ucraina sarebbe crollata in pochi giorni.
In Crimea, l’intervento anglo-francese trasformò un conflitto regionale in una guerra su più fronti. Nel 1904-1905, il supporto britannico al Giappone fu decisivo. In Afghanistan, i mujaheddin riforniti dagli Stati Uniti logorarono l’Armata Rossa. La Russia di Putin ha tuttavia mostrato una capacità di adattamento superiore. Le debolezze strutturali restano però irrisolte: l’impatto demografico, le perdite umane, la necessità per il Cremlino di reintegrare milioni di veterani traumatizzati, inclusi ex detenuti. La delazione è una pratica diffusa e socialmente legittimata. La repressione diventa così un fenomeno partecipativo, non solo imposto dall’alto. Rampini argomenta che il problema non è l’Occidente, è il sistema russo. L’invasione ha aggravato le debolezze strutturali russe: inflazione e tassi in forte crescita, carenza di manodopera, erosione delle riserve finanziarie, fuga di capitale umano. Mosca e San Pietroburgo concentrano ricchezza; il resto del Paese ristagna.
La Germania è il Paese che nel Novecento ha costituito la più seria minaccia per la sicurezza di Mosca. Averla risvegliata dal suo letargo geopolitico non è stata una mossa geniale, ironizza Rampini. Svezia e Finlandia sono state solo un assaggio. L’URSS non aveva mai combattuto contro gli Stati Uniti, mentre il suo territorio era stato invaso due volte dalla Wehrmacht. Il pericolo vero per Mosca veniva dal colosso vicino, non da quello lontano. La Germania di Friedrich Merz ha avviato il riarmo non perché sia tornata una nazione imperialista e militarista. Ma perché si sente insicura, impaurita. Putin ha svegliato un gigante addormentato e ne pagherà le conseguenze. Ci vorrà tempo, forse molto, perché Berlino ricostruisca forze armate credibili e un’industria bellica sottodimensionata. In generale, per decenni l’Europa è vissuta in una relazione di dipendenza dagli USA per la difesa, dalla Russia per l’energia e dalla Cina per l’export.
Oggi dipende dagli USA su tutti i fronti. Sulla crisi del modello europeo, Rampini parla dell’eredità disastrosa di Angela Merkel. Il bilancio del Macronismo pare terribile sul piano interno, vista l’instabilità della Francia, ma è devastante anche se osservato dal resto del mondo. Gli appoggi che Vance ed Elon Musk avevano dato nel 2025 ad alcune destre europee radicali non hanno impedito che queste forze condannassero le uscite di Trump sulla Groenlandia. La resilienza europea dipende anche dalle alleanze esterne. Troppe imprese italiane non hanno capito di essere un bersaglio per le nuove guerre ibride, cyberattacchi e sabotaggi. La classe dirigente italiana è una delle più disinformate, fustiga Rampini. Che scrive: se davvero il Grande Satana è l’America, questo dovrebbe spingere gli europei a emanciparsi dalla protezione USA, investendo molto di più nella propria sicurezza. Invece i più accesi americanofobi d’Europa sono anche i primi a denunciare il riarmo.
Duro Rampini: l’opinione pubblica italiana è una delle più arretrate e immature. C’è un vuoto culturale pauroso, riempito da ideologie pseudopacifiste o da un’errata percezione secondo cui l’imperialismo russo o il jihadismo «non ci riguardano, non ce l’hanno con noi». L’arretratezza culturale degli italiani si presta a un paragone con il Dopoguerra. L’Italia post-1945 era un Paese ancora contadino e dominato da tre ideologie, cattolica, comunista, fascista: tutte ostili all’economia di mercato e all’impresa. Il Paese era dunque pervicacemente antindustriale. Oggi serve un coraggio analogo nel settore della sicurezza nazionale, per aprire gli occhi agli italiani sui pericoli reali. Ventisette nani non fanno un gigante, scrive Rampini. Perché l’Europa non è preparata? Per frammentazione. Tutto è diviso: bilanci della difesa, standard tecnici, sistemi d’arma, consorzi industriali, forniture, programmi di ricerca, priorità strategiche. Germania, Francia e Italia seguono logiche industriali nazionali, con qualche cooperazione episodica.
Ma difesa e sicurezza non sono un costo. Mantenere la struttura organizzativa della NATO appare realistico, ma non basta. Serve costruire un’alternativa credibile rispetto alla situazione attuale. L’Europa ha deficit spaventosi anche nelle capacità di trasporto delle truppe, nel rifornimento di carburante in volo, nelle difese dei cieli. Pesano i ritardi di consapevolezza delle opinioni pubbliche. Dopo il 2022, con la guerra in Ucraina e il peggioramento generale della sicurezza, i governi europei hanno iniziato a rivedere come e cosa acquistare per le proprie forze armate. L’arrivo di Trump ha reso formidabili le pressioni per un aumento della spesa militare da parte degli europei. Washington continua a eccellere nella progettazione delle armi più sofisticate al mondo. Però anche loro faticano a produrre rapidamente. Rampini argomenta che l’idea secondo cui le guerre scoppiano perché i fabbricanti di armi vogliono fare più profitti è seducente, ma falsa.
La jihad o le Crociate cristiane sono state alimentate dal fanatismo religioso e combattute anche da armate povere di mezzi. Mao Zedong mandò al macello un milione di soldati cinesi per aiutare la Corea del Nord a invadere il Sud e non c’era un solo capitalista a Pechino o Pyongyang che ricavasse profitti da quel conflitto. Se davvero la guerra fosse stata voluta o attesa dagli interessi economici, avrebbe dovuto essere “anticipata” dai mercati. Invece accadde il contrario. Fino a pochissimi giorni prima dello scoppio della Grande Guerra, i mercati si comportarono come se una guerra generale fosse altamente improbabile. Con l’attentato di Sarajevo la situazione precipitò e si produsse un cambiamento improvviso e violento: panico finanziario, corsa alla liquidità, chiusura delle Borse, congelamento dei mercati. La guerra non era prevista né desiderata dagli interessi economici dominanti. Rampini insiste sull’equivoco pacifista.
È solo quando l’Occidente è entrato in un letargo geopolitico, in una cultura del disarmo, che Putin ha rialzato la testa e ha visto le condizioni per ricostruire l’impero sovietico. Un tempo la leva militare obbligatoria per tutti i maschi era un valore strenuamente difeso dalla sinistra comunista. Un esercito di popolo era considerato l’antidoto a un esercito di destra golpista. La sinistra non era pacifista, altrimenti anziché esaltare i partigiani antifascisti li avrebbe condannati. Non si può scendere in piazza ogni 25 aprile per festeggiare la Liberazione e poi cancellare il diritto-dovere di resistenza armata nei confronti di chi oggi può minacciare sovranità, indipendenza, libertà, democrazia della Repubblica, commenta Rampini. Ai cinici che pensano “chissenefrega se dopo Kiev tocca a polacchi e baltici” bisogna ricordare che Putin è già in Libia e non ha mai rinunciato a influenzare i Balcani.
Altro esempio: è l’Europa ad avere bisogno di armi israeliane, non il contrario, spiega l’autore. I dati sull’import-export rivelano che l’UE compra molte armi da Israele e ne vende pochissime. Gli Stati Uniti comprano da Israele molte più tecnologie per la difesa di quante gliene vendano. La cultura del vittimismo e del rancore ha generato odio per l’Occidente, accettato, incorporato e applicato come un dogma dal grande capitalismo americano. Con il consueto ritardo con cui la periferia dell’impero si adegua alle indicazioni del centro, anche in Europa erano arrivati impulsi simili, sia pure meno generalizzati e meno intransigenti. Il mondo delle grandi aziende si era impregnato di cultura woke. La cultura del vittimismo e della recriminazione, invece di promuovere eccellenza e responsabilità individuale, incentiva una narrazione di debito storico infinito. Lo spostamento a destra di tanti giovani bianchi nasce anche dalla percezione di essere discriminati.
Rampini elenca tre problemi che affliggono anche il mondo delle aziende europee, meno libere rispetto a quelle americane. Primo: l’invidia sociale. Il successo individuale, invece di suscitare ammirazione, genera spesso sospetto, diffidenza o ostilità. Secondo: la diffidenza verso l’economia di mercato, percepita non come opportunità di emancipazione ma come sistema “ingiusto”. Terzo: lo Stato prima della democrazia. I suoi apparati burocratici e corporativi derivano da regimi pre-democratici e mantengono ancora oggi una forza politica formidabile. In conclusione, la geopolitica appariva come una disciplina superata, figlia di un mondo arcaico. Oggi ci accorgiamo che la geopolitica non è mai scomparsa. Eravamo noi ad aver smesso di studiarla. Come del resto la sua sorella gemella, la geoeconomia: una visione dell’economia internazionale come campo di competizione strategica, intrisa di finalità egemoniche.
Amedeo Gasparini