Commento

Marina Cvetaeva e il quadrilatero poetico della solitudine

Tra il 1916 e il 1933 Marina Cvetaeva compone quattro cicli poetici dedicati ad Aleksandr Blok, Anna Achmatova, Vladimir Majakovskij e Aleksandr Puškin. Ai poeti (Einaudi 2026), curato da Paola Ferretti, li raccoglie in un unico volume. Per l’autrice la poesia diventa il luogo di un confronto assoluto. I quattro cicli compongono un affresco di straordinaria intensità, un quadrilatero in cui la poesia si misura continuamente con la morte, l’esilio e la storia. Cvetaeva entra nel vivo dell’universo di ciascuno dei quattro autori. S’indigna e si esalta insieme a loro. Tenta di catturarne l’essenza, trasformandoli in costellazioni poetiche. La costruzione dei componimenti è guidata da una forma di intertestualità del tutto peculiare. Marina Cvetaeva compie quattro incursioni in mondi poetici alla sua altezza e intesse quattro arazzi che tappezzano, come scrive Ferretti, un autentico quadrilatero di solitudine e splendore.

Per Cvetaeva, Blok è un’epifania angelica e inattingibile. Lo chiama «reggitore dell’anima mia» e afferma che «Il tuo sentiero è inestirpabile». La sua figura assume tratti quasi mistici: «Lui beve le albe, beve il mare – a sazietà», «Favilli e non ti spegni», «Traverserò da capo a capo le lande della mezzanotte». Blok diventa una presenza luminosa e irraggiungibile, un’apparizione destinata a sottrarsi a ogni tentativo di possesso. Achmatova è invece musa e antagonista, specchio e rivale. Cvetaeva la celebra con immagini di grande forza. «Musa del Pianto, tra le muse più magnifica! Progenie ossessa delle notti bianche». Il legame tra le due poetesse si fonda su una comune appartenenza spirituale e geografica. Tra i versi più intensi emergono quelli dedicati al figlio Lev Gumilëv. «Lev è il nome del bimbo, / Anna – quello della madre. / Nel nome di lui – il livore, / in quello di lei – la quiete».

Majakovskij occupa una posizione diversa. È il fratello dissonante, il compagno di strada impossibile da assimilare del tutto. Figura tumultuosa e rivoluzionaria, viene osservato da Cvetaeva con una miscela di fascinazione e distanza. Puškin, infine, è il classico restituito alla sua forza originaria e indomita. Cvetaeva lo ritrae così: «Flagello di gendarmi, dio di studenti, / bile di mariti, trastullo di mogli, / Puškin – nel ruolo di monumento? / di Convitato di pietra? – Lui». Il poeta nazionale viene liberato dalla retorica e riportato alla sua natura ribelle e scandalosa. Accanto ai ritratti dei protagonisti, emergono anche alcune delle riflessioni sulla natura stessa della poesia. «Da lontano – arriva al poeta la parola. / Lontano – arriva il poeta con la parola». E «perché i poeti – / seguono rotte di comete: / ardere senza scaldare, svellere, / non coltivare – scoppio e scasso».

Amedeo Gasparini

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