Il cappuccino Mario Collarini ha guidato la navigazione del famoso Calendario per 16 anni, durante i quali ha pubblicato anche libri per il vescovo Pier Giacomo Grampa e con lo psichiatra Graziano Martignoni.

Padre Mario Collarini al lavoro
È sempre un’impresa ardua subentrare a figure che hanno dominato, nei loro campi d’impegno, la scena. Al cappuccino Mario Collarini era stata affidata senza troppe perifrasi, la responsabilità delle EFI, Edizioni Francescane Italiane e al tempo stesso Edizioni Frate Indovino, quest’ultima una corazzata che nei tempi migliori – con l’ideatore e fondatore Padre Mariangelo da Cerqueto – aveva superato i 6 milioni di tiratura del famoso Calendario con le previsioni del tempo, ma non solo, naturalmente, che nelle sue molteplici diramazioni ha trovato un’edizione per il pubblico svizzero, con specificità legate al territorio, a partire dalle festività e da alcuni santi. Non c’era tempo da perdere quando la decisione fu presa. L’iniziatore era mancato il 15 novembre 2002, dopo aver firmato il taccuino 2003.
P. Mario Collarini, stanziale nel convento di Gualdo Tadino, città nelle cui vicinanze era nato, si rimboccò le maniche e si mise all’opera: che ha continuato fino all’edizione del 2020, sedici intensi anni. Dovette solcare mare agitati dalle nuove tecnologie, dalle sfide social, soprattutto il campo della meteo con offerte in moltiplicazione diversificata, dalle previsioni giornaliere a quelle di lungo corso. Il frate, di autentico e profondo spirito francescano, si applicò con tutte le sue energie: di creatività, di intelligenza, di cultura, di sensibilità. Possedeva molte qualità del carisma francescano: dalla frugalità alla semplicità, dall’essenzialità a uno sconfinato amore per la natura e il creato. Tutti doni che arricchirono i contenuti di un Calendario che doveva fare i conti con la modernità e tutti i suoi complessi affluenti. P. Mario era per la schiettezza, per una stretta di mano, un guardarsi negli occhi e un parlarsi diretto. Allergico a mail, messaggini, FB, WA, Instagram e via dicendo. Portava con sé il telefonino, ma preferiva la cornetta, appena poteva sgattaiolava nell’orto, fra i filari di vite, i girasoli, gli alberi da frutta, le arnie; prima ancora correva, però, dove sapeva esserci qualche problema, sofferenze, lacrime da asciugare, vicinanza da portare di persona. La sua sensibilità si percepiva dal contatto e dalla parola. Inutile aggiungere che si teneva informato, leggeva molto, si documentava e, più ancora, sapeva valorizzare le capacità dei singoli e affidava incarichi con fiducia e rispetto. Altra nota di merito: teneva in alta considerazione la libertà dell’altro che gli stava davanti.

P. Mario Collarini nel suo orto
Con le sue Edizioni – con una platea di destinatari molto estesa – ha pubblicato anche titoli di interesse allargato al Ticino e alla Svizzera. Tra questi: “Per chi crede e per chi cerca – Sulle strade di Dio con il vescovo Pier Giacomo Grampa”, “L’abbraccio del Padre”, “Ave, piena di Grazia” entrambi del vescovo Grampa, “I colori della felicità” e “Aiutiamoci a sperare”, di chi scrive con lo psichiatra Graziano Martignoni.
Impossibile condensare in qualche riga l’avventura umana e professionale, ma anche spirituale in senso profondo, che ho visto stemperarsi, anno dopo anno, per quasi metà vita con P. Mario: che sentivo in vicinanza anche quando eravamo – e si lavorava – da remoto per settimane. Era bello sapere che P. Mario nel suo studio, curvo al solito posto, piccolo notes e biro alla mano, oppure fra i viali dell’esteso orto-giardino, era sempre reperibile. Sempre, salvo quando si appartava con Dio, dal primo mattino fino a quando, stanco, si ritirava nella sua camera, con una qualche sosta di aggiornamento sulle cose del mondo alla TV. E lì non era neppure raro capitasse di trovarlo appisolato, dopo la sua lunga giornata avendo un occhio su tutto. Quando però si doveva progettare qualche idea di futuro, lui, prontuario di saggezza cappuccina, teneva banco a orologio incontrollato, puntuale e bravo nel fare sintesi, anche con qualche sferzante arguzia, prima di un ultimo bicchierino di immancabile “Laurus” dei Monaci Camaldolesi. Una piccola grande felicità a nostra insaputa.
Giuseppe Zois
Il calendario della misericordia in anticipo di mesi
su quando fu indetto da Papa Francesco

Frate Indovino nel suo studio
Padre Mario Collarini sapeva leggere nei segni dei tempi con anticipo e un esempio in tal senso ci fu in occasione dell’Anno della Misericordia, indetto da Papa Francesco nel 2016. I Calendari di Frate Indovino vengono preparati e stampati con anticipo di mesi per poter arrivare ai lettori già nell’autunno che precede l’anno d’uscita. Il Calendario del 2016 era già avanti di mesi nella lavorazione quando il Papa diede l’annuncio nella primavera del 2016. Tradotto: erano già stati assegnati i tempi ai 12 “addetti ai lavori” a vario titolo, scelti e invitati a esprimersi tematicamente sul vasto repertorio della misericordia e al disegnatore Severino Baraldi che ne illustrò il percorso nei mesi.
Alfabeto della serenità per restare umani
Come anticorpi “umanitari”, nelle pagine del Calendario 2016 con le “Orme sulla sabbia” c’era tutto un elenco di terapie di comprovata efficacia, quanto meno sull’animo umano, sull’interiorità. Questi i loro nomi: Amicizia, Bontà, Condivisione, Dialogo, Empatia, Fiducia, Gioia, Humour, Insieme, Libertà, Mitezza, Noi, Ottimismo, Rispetto, Positività, Quotidianità, Speranza, Trasparenza, Umanità, Valori, Zaino. È una ricetta che va sotto il nome di “Alfabeto della serenità”.
In aggiunta c’erano i referti di 12 “opinionisti” di qualità, uno per ogni mese con le loro esperienze di vita; nell’ordine dei mesi: il sociologo Ulderico Bernardi (gennaio); la cantante Orietta Berti (febbraio); l’alpinista e scrittrice Nives Meroi (marzo); il musicista Gianluigi Trovesi (aprile); il chirurgo Luigi Rainiero Fassati (maggio); lo psichiatra Graziano Martignoni (giugno); la scrittrice Susanna Tamaro (luglio); lo psichiatra Paolo Crepet (agosto); la scrittrice e mamma Corinne Zaugg (settembre); il sacerdote don Fortunato Di Noto, presidente di Meter contro la pedofilia (ottobre); il giornalista, umanista e scrittore Angelo Frigerio (novembre) e il sacerdote don Chino Pezzoli (fondatore Comunità Promozione umana, contro emarginazione e droga (dicembre).
A rileggere oggi quello svolgimento, si ha la misura di quanto fosse profetico Collarini, anche per la lettura che diede egli stesso – con lucida diagnosi – delle patologie sociali che si stavano manifestando, in particolare la piaga della solitudine, alleata della diffidenza e dell’individualismo crescenti. E si era in anticipo di 4 anni sulla pandemia del covid.
Dove abbiamo sbagliato e che cosa ci manca?
“Nonostante l’urbanizzazione dissennata del XX secolo, nonostante la globalizzazione, nonostante la proliferazione e il perfezionamento degli strumenti di comunicazione di massa che consentono forme di reciproca presenza, praticamente ormai senza limiti di spazio e di tempo, non riusciamo a scrollarci di dosso, noi uomini dell’avviato terzo millennio, lo spettro della paura e della solitudine”.
Poi si chiedeva: “Da che cosa dipende? Che cosa abbiamo sbagliato? Che cosa ci manca? Non sarà che la nostra eccessiva fiducia in noi stessi ci ha giocato brutti scherzi? Non sarà che abbiamo preteso da noi stessi una consistenza, una solidità esistenziale che non abbiamo? O forse ci siamo dimenticati di appartenere a due città in contiguità l’una con l’altra, ma diverse: quella terrestre prima e quella celeste poi?”.
G.Z.