Commento

I pensieri sparsi di Wittgenstein in cerca di chiarezza

Pensieri 1914-1951 (Einaudi 2026) raccoglie, nella cura di Luigi Perissinotto, una selezione di annotazioni private di Ludwig Wittgenstein, scritte a margine dei suoi manoscritti su temi quali l’arte, la religione, la musica, la letteratura, l’architettura, il tempo. Il curatore chiarisce che il volume non è un testo di Wittgenstein: non è stato concepito né da lui composto. Fu Georg Henrik von Wright, insieme agli altri esecutori letterari, a scegliere e ordinare cronologicamente il materiale. Come ricorda quest’ultimo, alcune annotazioni sono estemporanee e colpiscono per la loro profondità. Tuttavia, molti tra gli “aforismi” più incisivi di Wittgenstein si trovano nelle sue opere vere e proprie. Wittgenstein, discutibilmente considerato il massimo filosofo del Novecento, appare in queste pagine impegnato, quasi ossessivamente, in quella che chiama “opera di chiarificazione”. Sul proprio modo di fare filosofia, Wittgenstein annota che «il mio modo di filosofare è per me sempre qualcosa di nuovo».

«Ogni mattina», scrive, «bisogna farsi di nuovo strada tra i morti detriti per arrivare al nucleo vivo e caldo». Il metodo non gli risulta agevole e richiede un coraggio quasi fisico. «Quando si filosofa si deve scendere nell’antico caos, e sentirvisi a proprio agio». «Ogni cosa», osserva, «è diventata così complessa che, per padroneggiarla, è richiesto un intelletto fuori dal comune». E distingue due facoltà spesso confuse: «voler pensare è una cosa; avere il talento per farlo è un’altra». Sulla genesi del pensiero osserva che «è con la penna che realmente penso, perché la testa spesso non sa nulla di quel che la mia mano scrive». Sulla verità e la conoscenza di sé, Wittgenstein sostiene che «la verità può essere detta solo da chi già riposa in essa». E che «niente è così difficile come non ingannare se stessi». «Negare la responsabilità significa non chiamare nessuno a rispondere di nulla».

«L’odio tra gli uomini deriva dal nostro isolarci gli uni dagli altri» – per lui, del resto, «le parole sono azioni». Wittgenstein dedica diverse annotazioni alla musica. Osserva con una punta di amarezza che «oggi le persone credono che gli scienziati siano lì per istruirle, i poeti e i musicisti ecc. per allietarle». Anche l’ambizione personale non sfugge al suo giudizio. Essa «è la morte del pensiero». E ammette che «uno scrittore con molto più talento di me ne avrebbe ancora poco». Su Arthur Schopenhauer annota soltanto che «si potrebbe dire che è uno spirito alquanto rozzo», mentre su chi possiede autentica saldezza morale afferma, senza mezzi termini, che «l’incorruttibilità è tutto». Al tema della fede Wittgenstein torna più volte. «Se qualcosa è buono, è anche divino», scrive in un’annotazione; più avanti, con accento quasi imperativo, osserva che «“credere” significa sottomettersi a un’autorità». E invita: «Credi! Non fa male».

«Non lasciarti guidare dall’esempio altrui, ma dalla natura!», scrive Wittgenstein, aggiungendo che «non si possono costruire nuvole». E che «per scendere nel profondo non c’è bisogno di andar molto lontano». Su un piano più speculativo, ipotizza «una legge fondamentale della storia naturale» secondo cui «ogni volta che qualcosa, nella natura, “ha una funzione”, “serve a uno scopo”, questa medesima cosa compaia anche là dove non serve a nessuno scopo, anzi, è “del tutto priva di utilità”». Anche il sogno, scrive altrove, «è come un’idea gravida di sviluppi». In un appunto quasi enigmatico osserva che «devi portare qualcosa di vecchio. Ma per una costruzione». Il pensiero che anticipa la sua conclusione più programmatica sul proprio mestiere di filosofo. «Niente è, in effetti, più importante della costruzione di concetti fittizi, perché è proprio grazie a essi che impariamo a comprendere i nostri».

Amedeo Gasparini

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