Locarno Film Festival

La cura che disarma il carcere

Locarno79 - Frank & Louis

Petra Volpe, regista e sceneggiatrice svizzera, con il suo film Frank & Louis, proiettato in Piazza Grande, celebra l’umanità, quella parte degli esseri umani che non può essere disgiunta dalla compassione, perché siamo esseri compassionevoli, con un’innata propensione a soccorrere e aiutare il prossimo. Ma purtroppo sono attitudini che abbiamo perso e sostituito con l’indifferenza e la mancanza di empatia. Petra Volpe, con la sua filmografia impegnata socialmente e anche politicamente, si è distinta per la risonanza dei suoi lavori, raccontando con ironia e realismo realtà come il diritto di voto in Svizzera. Ha diretto Heldin, un intenso ritratto di un’infermiera durante un turno, scelto dalla Svizzera per gli Oscar e premiato dal cinema svizzero. Il suo nome, in questo suo Frank & Louis, spicca per il modo con cui mette in scena, all’interno di un carcere, lo stile che la contraddistingue. Stringe l’inquadratura filmando particolari, posizionando la cinepresa su oggetti, su spazi limitati, con riprese in primo piano, isolando dettagli e restituendo allo spettatore l’oppressione dell’ambiente carcerario, sia fisica sia psicologica, lavorando su campi stretti, su volti e piccoli gesti. Con la sua lentezza calibrata e il ritmo sospeso, il film restituisce la vita in carcere, fatta di attese, ripetizioni e tempo che non passa. Entra nel carcere dove alcuni detenuti si occupano di altri detenuti affetti da demenza. Frank interpretato da Kingsley Ben-Adir, si presta per ottenere la libertà condizionale; e Louis, interpretato da Rob Morgan, due ergastolani, intraprendono un percorso di cura reciproco, prendendosi cura l’uno dell’altro dentro il carcere, con Frank nel ruolo del “Therapy Worker”, che lo vede confrontato inizialmente con il rifiuto e la violenza di Louis. Le loro storie si intrecciano dando vita a un legame autentico e trasformativo. Nel film si intravede una forma di giustizia riparativa che non assolve ma restituisce umanità anche a chi ha dei conti pesanti con la giustizia. Una giustizia che si fonda sui rapporti, sul concetto di reinserimento sociale e riabilitazione, dove il danno non viene cancellato ma si apre in uno spazio di senso per il valore della vita e della dignità, con l’eterno dilemma tra punizione e possibilità di riscatto. Siamo abituati a un’immagine del carcere al cinema come luogo di potere e repressione, sorveglianza costante e gerarchie rigide. Pensiamo al carcere come a un’istituzione totale, concetto introdotto e descritto da Erving Goffman, come un luogo di controllo e separazione. Volpe però ci mostra come anche in un istituto carcerario possa nascere una relazione di cura e umanità, capace di scalfire la durezza del sistema penitenziario. Il film sposta il fulcro dal reato alla relazione, insistendo sui legami e sulla vulnerabilità, e questo spiazza perché decostruisce una credenza consolidata.

Nicoletta Barazzoni

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