Commento

Un’idea borghese di libertà (1968-1974): come nacque il Giornale di Montanelli

Nel gennaio 1968 il Corriere della Sera saluta il direttore Alfio Russo. Siciliano, rude, senza la grande cultura classica del suo predecessore Mario Missiroli, ma capace di imporre in Via Solferino una linea conservatrice e di scoprire una generazione intera di talenti. Da Giuliano Zincone a Gaspare Barbiellini Amidei. Da Giulia Borgese, prima donna assunta al giornale, a Franco Di Bella. Sotto la sua direzione Indro Montanelli firma una delle prime grandi inchieste sull’Eni di Enrico Mattei. Enzo Bettiza, che in quegli anni lavora accanto a lui, descriverà nel suo libro Via Solferino il Corriere di allora come un giornale in cui un’intera società, industrie, teatri, banche, ruotava ancora attorno alle mura di Via Solferino. Il licenziamento di Russo avviene in modo quasi grottesco. È lo stesso direttore uscente, seduto alla sua scrivania, a telefonare al Resto del Carlino per convocare il successore, Giovanni Spadolini.

Storico e futuro presidente del Senato, è un direttore più mondano che redazionale. Sempre al telefono, porta con sé pochi fedelissimi, ma allarga il giornale verso la grande cultura, pubblicando Leonardo Sciascia, Denis Mack Smith, Goffredo Parise. La proprietà aveva offerto la direzione anche a Montanelli prima di lui. Il giornalista toscano rifiutò, per modestia oltre che per calcolo politico, intuendo già il clima che gli avrebbe legato le mani pur al comando del giornale più prestigioso d’Italia. Il 1970 porta i primi bagliori dei cosiddetti Anni di piombo – immortalati anche al titolo di un volume della “Storia d’Italia”. Il Corriere non ne resta immune. Montanelli è tra i pochi a cogliere subito la gravità del fenomeno terroristico. Buona parte degli intellettuali italiani lo minimizza o lo deride. Resterà celebre il titolo beffardo con cui Giorgio Bocca liquidò le prime notizie sulle Brigate Rosse come “eterna favola”.

Nel marzo 1972, Giulia Maria Crespi licenzia anche Spadolini, sostituendolo con Piero Ottone, già ribattezzato da Montanelli il «killer dei padroni». Il giornale, spaventato dalla percezione di una minaccia “fascista” incombente, scivola sensibilmente a sinistra. Tanto che Eugenio Montale arriverà a definirlo, con un’espressione rimasta proverbiale, un vero e proprio soviet. Alla fine del 1972 i conti sono in rosso di quasi due miliardi di lire, cifra che l’anno dopo si moltiplica fino a sette miliardi, a fronte di un fatturato salito solo marginalmente. Montanelli, sempre più isolato nei corridoi di Via Solferino, comincia in quei mesi a lavorare ai primi contatti per un progetto che tiene segreto quasi a tutti. Un giornale nuovo, indipendente da editori e da partiti. Capace di restituire voce a quella parte di borghesia lombarda che sente di aver perso il proprio quotidiano di riferimento.

A muovere per primo le acque è proprio Bettiza. Nato a Spalato da padre italiano e madre montenegrina, arrivato in Italia dopo la guerra con già tre lingue in tasca, ex comunista diventato anticomunista dopo un’esperienza in Unione Sovietica. Arrivato al Corriere nel 1964 su segnalazione di Guido Piovene, dopo un passaggio all’Espresso sotto lo pseudonimo di Sarmatius, Bettiza recluta in segreto una trentina di articolisti e una sessantina tra tecnici e collaboratori, scaglionando le dimissioni per dare all’uscita di massa un peso storico. Lui stesso racconterà, come l’importante fosse coordinare l’uscita in un blocco compatto, quasi un evento non episodico, ma storico. Con lui lascia il Corriere anche Gian Galeazzo Biazzi Vergani, cremonese, redattore capo di scuola rigorosa entrato in Via Solferino nel 1952, futuro condirettore e uomo-macchina del nuovo giornale. Un uomo, ricorderà Giorgio Soavi, con cui negli anni si scambiava anche qualche cazzotto.

Al fianco di Bettiza e Biazzi Vergani arriva un intero drappello di corrieristi. Egisto Corradi, nato nel 1914 da una famiglia contadina di Parma, reduce dell’Armir e della ritirata di Russia, autore di un resoconto sulla campagna del 1942-1943 poi eclissato dal più fortunato Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern. Sarà considerato il principe dei giornalisti di guerra, testimone a Budapest, al Vajont, in Vietnam e nella Praga sessantottina. Cesare Zappulli, napoletano, economista einaudiano, porta con sé nella nuova avventura un busto di San Gennaro come portafortuna. Mario Cervi, cremasco del 1921, reduce di guerra in Grecia e prigioniero in Germania, torna in Italia dal Cile del golpe di Augusto Pinochet, dove aveva seguito l’11 settembre 1973. Si aggiungono Gianfranco Piazzesi, che si era battuto insieme ai radicali per la difesa di Aldo Moro; Giancarlo Masini, responsabile delle pagine scientifiche; e Antonio Spinosa, ritrattista di personaggi storici.

Non tutti vengono dal Corriere. Dall’Europeo arriva Renzo Trionfera, condirettore del settimanale, mentre da Il Tempo arriva Egidio Sterpa. Dall’estero rispondono nomi come Raymond Aron, Jean-François Revel, Alain de Benoist e Gregor von Rezzori, insieme con Vittorio Dan Segre da Gerusalemme e a François Fejtő da Parigi, a comporre quello che verrà definito il tempio del liberalismo. I veri padri del progetto, oltre a Montanelli e Bettiza, sono però due figure meno note. Gianni Granzotto, friulano, ex direttore de Il Lavoro, diventerà AD della nuova società editrice e poi presidente. Piovene, vicentino nobile, letterato raffinato, Premio Strega nel 1970 con Le stelle fredde, già segnato da una malattia neurologica che teneva nascosta. Bettiza racconterà come Piovene avesse detto che arrivati a una certa età l’unica cosa per cui valga la pena vivere sia la verità. Morirà a Londra pochi mesi dopo il lancio del giornale.

Prima di arrivare al lancio, però, serve il licenziamento di Montanelli. Il 17 ottobre 1973, dopo quasi quarant’anni di Corriere, Ottone si presenta nell’abitazione milanese in Via Durini per comunicargli la decisione della proprietà, confessandogli che se avesse saputo in anticipo di dover portare quel messaggio avrebbe rifiutato la direzione stessa del giornale. Marcello Staglieno, che lo raggiunge lo stesso giorno, lo trova sorpreso, ma non abbattuto. Sapeva che prima o poi sarebbe successo. Ottobre 1973 è anche il mese di due interviste, a Cesare Lanza su Il Mondo e a Stefano Malatesta su Panorama, in cui Montanelli mette nero su bianco il disagio per lo stile «disordinato, tumultuoso, terribilmente demagogico» del Corriere di allora. E l’idea di un giornale “povero”. Capace di ripagare con la sola fiducia dei lettori il coraggio di chi lo fa. A Lanza confida anche il proprio sogno: fondare un giornale libero.

Trovare i capitali si rivela il problema più duro. Montanelli tenta prima con la famiglia Rizzoli, che di lì a poco acquisterà comunque gran parte del Corriere; poi con Gianni Agnelli e con il genero di Arnoldo Mondadori, Mario Formenton. Entrambi si tirano indietro, anche per l’intervento contrario dello stesso Spadolini, che gioca un ruolo decisivo nel dissuadere Formenton. Rifiutato a sua volta l’industriale Nino Rovelli, la soluzione arriva da Eugenio Cefis, presidente della Montedison. Che attraverso la controllata SPI garantisce un finanziamento annuo di dodici milioni di lire, mantenendo però la proprietà della testata nelle mani dei sette giornalisti fondatori. Il 27 febbraio 1974 nasce così la Società Europea di Edizioni, con Piovene presidente, Granzotto AD, e Montanelli, Bettiza, Zappulli, Biazzi Vergani e Trionfera come soci, ciascuno con sette azioni ordinarie. Tuttavia, il nome del nuovo quotidiano rischia di essere tutt’altro da quello che diventerà celebre.

Il 25 giugno 1974 esce il primo numero, in edicola a 230mila copie subito esaurite, prima di stabilizzarsi attorno alle centocinquantamila. Un lancio febbrile, raccontato da Paolo Granzotto come una notte quasi comica. Il caporedattore Leopoldo Sofisti che inciampa in un filo tranciando il collegamento con le agenzie, una colonna di piombo del fondo di Montanelli che esplode tra le mani del tipografo. Sofisti era l’uomo capace di leggere i titoli al contrario e di annunciare, prima di ogni chiusura, la celebre frase «Ho acceso il motore». Nell’ideale gerarchia della redazione era il numero tre dopo Montanelli e Biazzi Vergani, pur non avendo mai firmato una sola riga in vent’anni di giornale. Nel caos di quella notte, Piovene conversava di letteratura francese con Bettiza come fossero in un salotto. Mentre Montanelli, il “capitano Achab”, tuonava di andare finalmente in macchina limando ancora il proprio fondo.

Nel primo editoriale ai lettori, intitolato “Al lettore”, Montanelli parla apertamente di rivolta e di sfida. La rivolta contro i condizionamenti padronali che gravano sul giornalismo italiano, la sfida all’idea che un giornale debba per forza vivere all’ombra di un protettore. Il quotidiano si costruisce un’identità precisa fin dai primi numeri. Veste grafica sobria e istituzionale, poca cronaca e molta politica estera. Il ricavato dei necrologi devoluto in beneficenza, nessuna edizione del lunedì fino al 1979. Due invenzioni ne diventano il marchio di fabbrica. La prima è il “Controcorrente”, la rubrichina con cui Montanelli commenta l’attualità con ironia tagliente. Era un assillo quotidiano per lo stesso direttore, che nei giorni di magra restava in poltrona a rimuginare un possibile sberleffo. La seconda è la terza pagina, dove gli articoli di apertura non proseguono mai nelle pagine interne, affidate a Giorgio Zampa e Sandra Artom.

Si aggiunge il filo diretto con i lettori, tradizione che Montanelli manterrà per tutta la vita. La sede è a Palazzo Same, in Piazza Cavour a Milano, dove Bettiza e Montanelli condividono per un periodo la stessa stanza. Bettiza era “il barone”, non solo per il portamento aristocratico, ma anche per un certo distacco dalla realtà spartana di un giornale alle prime armi, dove mancavano i mezzi del Corriere e abbondavano i disagi. La sede romana apre invece in Piazza di Pietra, trovata da Zappulli, con Trionfera come primo capo della redazione. Le reazioni del Corriere oscillano tra curiosità e sufficienza. Ottone ammetterà anni dopo che la Crespi, curiosissima, mandò qualcuno a comprare il primo numero alle sei del mattino. I primi numeri del Giornale nuovo erano graficamente modesti. E non sembravano un pericolo reale. La flessione di tiratura che colpì il Corriere in quei mesi, ma poi fu riassorbita.

Ma la borghesia lombarda che Montanelli sperava di risvegliare, quella che secondo lui aveva smesso di riconoscersi nel Corriere virato a sinistra, si dimostrò in larga parte assente. L’avventura del primo Giornale testimoniò uno dei mali cronici dell’industria e della borghesia italiana: la mancanza di una classe convintamente e autenticamente liberale. Pochi industriali sostennero davvero il progetto con la pubblicità, a eccezione di un prestito da trecento milioni concesso dal banchiere Roberto Calvi, conosciuto da Montanelli fin dai tempi della campagna di Russia. Montanelli lo riassumerà anni dopo, in un’intervista a Marco Travaglio, con una delle sue battute più amare. Quella borghesia, dirà, resta la più vile di tutto l’Occidente. Sempre pronta a correre dietro a chi alza la voce o minaccia. Il Giornale comincia così la sua vita da vascello corsaro. Povero, isolato. E già segnato fin dal primo giorno dal carattere del proprio fondatore.

Amedeo Gasparini

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