Teatro

Emanuele Santoro rilegge Guglielmo Tell

Emanuele Santoro

Emanuele Santoro

Emanuele Santoro, con assistente alla regia Antonella Barrera e la partecipazione di Claudia Klinzing, che sul palcoscenico intona musiche dal vivo, come Frau Stirnimann, Heidi o l’inno nazionale svizzero, teatralmente e registicamente parlando, con lo spettacolo Guglielmo Tell per la scuola di Max Frisch, andato in scena al Foce, fanno del mito tradizionale e fondativo della Svizzera libera alcune variazioni sul tema. Lo spettacolo è sorretto da alcuni cambi di prospettiva sull’eroe leggendario, tenendo fede al testo originale di Max Frisch, in una lettura registica che riprende alcuni dei passaggi del racconto che si presta ad altrettante divagazioni. Lo scrittore svizzero risale al mito di Guglielmo Tell e lo guarda dalla parte opposta rispetto alla versione eroica tradizionale, mentre Emanuele Santoro lo rilegge insistendo sulle espressioni dialettali, che funzionano da acceleratore comico, spezzando la solennità e avvicinando i personaggi alla gente comune, per far risaltare l’ironia dissacrante di Frisch. Santoro porta il gioco ancora più vicino a noi, alla Svizzera italiana e alla sua pluralità linguistica. L’adattamento di Santoro non si limita a mettere in scena Frisch, ma usa Frisch per giocare anche con l’identità svizzera contemporanea. L’ironia è voluta da Santoro, che inserisce la Migros nel suo spettacolo, Obelix e Asterix, il bypass e la dentiera, così che molte frasi sembrano innocenti ma stanno prendendo in giro il modo in cui, ancora oggi, costruiamo le nostre certezze. Perché una comunità può rafforzare la propria identità attorno a una storia anche quando i fatti storici sono incerti. È quasi un modo per dire: guardate quanto sono terreni e buffi questi miti quando li porti nella lingua di tutti i giorni. È stata una scelta piuttosto coerente con lo spirito del testo frischiano, anche se non ripreso interamente nella sua forma originale.

I vari lavori teatrali ispirati a Guglielmo Tell esprimono una denuncia dei balivi, mentre nel lavoro di Santoro il pendolo oscilla tra storia e leggenda, dando però molta più voce al balivo, che finisce quasi per assumere il ruolo di giudice del popolo svizzero, più che quello dell’usurpatore perché il balivo non è mostrato come straniero e nemico da abbattere ma come figura che osserva i limiti di un popolo. Pur avendo sullo sfondo la lotta storica contro l’Austria, la sottomissione e la riscossione del gettito delle tasse imposte dagli Asburgo alla Svizzera primitiva. Nel 1971, in Wilhelm Tell für die Schule, Frisch non celebra affatto l’eroe. Frisch prende una storia che tutti conoscono: il tiranno Gessler, il cappello, la mela, la balestra, con Tell che si ribella in un atto di insubordinazione. Ma siamo proprio sicuri che sia andata così? E soprattutto, perché abbiamo bisogno che sia andata così? Domande che sono rimbalzate negli anni e che riaffiorano nel sottotesto dello spettacolo di Santoro, avvalorate o smentite dai dubbi e dalle certezze degli storici, a iniziare dalle diverse versioni che raccontano i fatti in modo differente. Il famoso balivo Gessler, che nella tradizione è praticamente il cattivo assoluto, nel lavoro di Santoro si conferma come il “cavaliere grassoccio”, un gran simpaticone che giudica lo svizzerotto, grezzo e taurino; lo smonta svestendolo dei panni del granitico e solenne padre della patria. Tell non è più l’arcere coraggioso bensì un rude cacciatore, inserito in un ambiente molto provinciale, con le sue rigidità. Il favonio provoca mal di testa all’insofferente balivo, a rischio itterizia per quel suo fegato malato, muorendo trafitto da un dardo di balestra. Il povero Tell è l’emblema di un popolo con le sue antipatie e le sue assurdità. Per chi scrive (n.d.a.), Guglielmo Tell ha la sua ragion d’essere. Se non ci fosse stato, vero o fasullo che sia, bisognava inventarlo perché inginocchiarsi davanti a un cappello, anche se, come lascia intendere Schiller, non si tratta di una trovata provocatoria dell’inviato dell’Impero bensì di un rito che rientra nella legalità medievale – quindi un rito pur sempre imposto e non di certo concordato democraticamente. Un rito del genere non rispecchia, soprattutto nella prospettiva dei valori contemporanei, i principi di uno Stato di diritto, come quelli che si stavano delineando nella Svizzera primitiva di ieri, e quelli ancorati nella Costituzione della Svizzera moderna, o postmoderna di oggi.

Nicoletta Barazzoni

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