
Diego Maderni
Toccante, commovente e anche confortante il segno di gratitudine espresso in un annuncio di partecipazione al dolore per la perdita di un docente che ha saputo tracciare un solco profondo nella formazione. L’uomo di cui si conserva un ricordo così presente e vivo è Diego Maderni. A colpire è anche la memoria che permane e accompagna come una preziosa bussola. Scrivono con linguaggio che parla: “Sono passati più di 20 anni da quando eravamo i suoi allievi, ma il tempo non ha cancellato ciò che ci ha trasmesso né l’affetto che ci ha sempre legato a lui”. Poi la gratitudine che rivela il sentire cresciuto, maturato, affinato tra i banchi, con la scuola davvero “maestra” di esistenza, ben oltre l’istantanea di un voto, di un giudizio affrettato. “Grazie per quello che ci ha insegnato e, soprattutto, per quello che ha rappresentato per noi”.
Gli allievi della “Classe Mat/Post 2002-2003” mettono i loro nomi in ordine alfabetico come fosse il registro di classe: Angela, Anja, Diana, Fabian, Lara, Lorenzo, Luca, Lukas, Nelly, Paola, Valentina”. Stavolta i loro voti, se il professor Diego Maderni potesse farlo – e sicuramente lo farà con un sorriso di meritato compiacimento da dove si trova – sarebbero con una lode comune, per questa classe, e per una splendida uscita, così spontanea nell’autenticità che rivaluta una gioventù generalmente e genericamente sparlata.
“Con tristezza salutiamo il nostro professore”, avevano iniziato l’addio: “Ci sono maestri che insegnano una materia. E poi ci sono quelli che lasciano un segno per tutta la vita”. Ecco, qui sta la differenza che diventa una staffetta interminabile con il testimone che passa in tante mani, anzi, in tante interiorità, dritte al cuore.
Come epilogo in consonanza mi viene in mente una frase del romanziere e poeta Aleksandr Puškin dedicata all’amico e filosofo Pëtr Chaadaev: “Sulla pietra consacrata dell’amicizia io scrivo i nostri nomi”. E qui sono undici luminosi e illuminanti nomi.
Giuseppe Zois