Commento

La grande prova della vita: Middei e sette ribelli della letteratura

Non rinnegare il cuore (Feltrinelli 2026) raccoglie le storie di sette figure che Guendalina Middei ripercorre rivolgendosi direttamente a loro, con il “tu”, intrecciando la loro vicenda alla propria. «Fin da quando ero ragazza mi hanno dato della strana», confessa. «Basta un’opinione fuori dal coro e subito ti affibbiano l’etichetta di “strano”». Middei racconta di essersi riconosciuta proprio in questi «spiriti non allineati». È dalla letteratura, sostiene, che ha imparato a scegliere, a disobbedire quando serve e che «la libertà nessuno te la regala e se la vuoi, devi prendertela». Il primo ritratto è quello di Ernest Hemingway. Middei ne descrive il fascino irresistibile. «Soccombere al suo fascino sembrava urlare: “voglio vivere, vivere e vivere intensamente ogni minuto”». Ne loda la scrittura, capace di essere «tanto semplice e tanto bello al tempo stesso». Ricorda la sua Parigi: una città di poeti e visionari.

Segue Michail Bulgakov. L’autrice definisce Il Maestro e Margherita «uno di quei libri che dovrebbe far parte della biblioteca di ogni lettore». Ricostruisce l’episodio della telefonata di Stalin allo scrittore, colpito dalla lettera che Bulgakov aveva scritto al governo sovietico, denunciando la censura che gli era stata imposta. Una chiamata che, scrive, «non fu diversa da una telefonata con Satana in persona». Il romanzo, spiega, è in realtà tre romanzi in uno: al suo interno convivono la storia del Maestro e di Ponzio Pilato, l’arrivo del diavolo Woland a Mosca e la storia d’amore tra il Maestro e Margherita. «Perché l’amore è sempre l’anima delle cose». Bulgakov le ricorda che nella vita «ci sono tre strade: vincere, perdere o arrendersi». Ma lui scelse la quarta. E che di fronte a un destino ostile «ancorasti il tuo destino, la tua poesia alle stelle».

Il terzo capitolo è su Emily Dickinson – «vestita sempre di bianco», ricorda Middei. «I tuoi affetti si contano sulla punta delle dita: una sorella, un cane di nome Carlo, una cognata e un amico filosofo». Della sua poesia scrive che «non grida ma bisbiglia, non pretende ma accarezza», nata «in un mondo che non ti comprendeva e che ti giudicava strana, diversa». E ricorda che «le parole servono proprio a questo: a scegliere e a scegliersi». Definendola «zingara, beduina, viandante», come lei stessa si descriveva, Middei sottolinea che «la libertà non è tanto un luogo o uno spazio fisico, ma un momento», un’attitudine fatta soprattutto di tempo. Respinge la lettura riduttiva della poetessa. «Dickinson non era depressa», scrive. «Ho sempre trovato liberatorio leggere Emily Dickinson: anche le sue poesie in apparenza più tristi sono state per me fonte di sollievo».

Il quarto ritratto è quello di Mahmoud Darwish. Middei racconta che, da adolescente, l’unico libro “orientale” che era entrato a far parte della biblioteca era Le mille e una notte. Sulla forza della letteratura scrive che «leggendo, non ti senti più solo, perché scopri che quello che pensi, immagini e provi, altri lo hanno provato prima di te». Un arazzo di storie e di voci che «regala la forza del “noi” in un mondo che sa dire soltanto io, io, io», facendoci sentire la complessità della vita e degli individui. Il quinto capitolo racconta Vincent van Gogh. «Ancora oggi tutta Arles parla di lui». Ricorda che venne giudicato pazzo. Gli si rivolge direttamente. «A vent’anni non avevi la più pallida idea di quale sarebbe stata la tua strada». Ripercorre i suoi anni da commesso, insegnante, mercante, vagabondo. Sempre rincorrendo una meta, ma senza mai trovare casa.

Racconta il trasferimento ad Arles, in un albergo in Rue de la Cavalerie 30, dove voleva creare un cenacolo di artisti nella casetta gialla in place Lamartine. Racconta l’arrivo di Paul Gauguin, «razionale, ordinato, riflessivo», che definì Arles «il più sporco buco del Sud» – a differenza di un van Gogh «impulsivo, impaziente ed emotivo». E la rottura che ne seguì con l’episodio dell’orecchio che gli valse il soggiorno a Saint-Rémy. Qui non riusciva più a dipingere i girasoli, ma voleva dipingere i cipressi. Il sesto capitolo è dedicato a Grazia Deledda, che inseguì le sue passioni con insolita tenacia e rivendicò per sé la libertà di amare e di scegliere chi amare. Middei ricorda che la scrittrice fu la prima e unica donna italiana a vincere il Nobel per la Letteratura. Al netto di «due grandi colpe: essere nata donna ed essere sarda».

Ricorda che Luigi Pirandello le diede della “provincialotta”. Lei, definita una piccola George Sand sarda, descriveva la sua Sardegna come le brughiere di Emily Brontë. Ricorda infine che fu accusata, tra Sardegna e Roma, di essere moderna e insieme antiquata. Chiude la rassegna Italo Calvino, verso cui Middei confessa un’iniziale insofferenza. «Mi è sempre stato antipatico», scrive. «Non l’ho mai sopportato: un’antipatia “a pelle”», avendo sempre avuto un debole per i tipi strani: motivo per cui il suo scrittore preferito in assoluto resta Fëdor Dostoevskij. Calvino è descritto come perennemente abbottonato, sfuggente, misurato. Il capitolo si trasforma però in una parziale ritrattazione. «Sento di doverti chiedere scusa», scrive, «per averti frainteso, per non averti capito, per averti snobbato», ammettendo che a sedurla fu infine «la scrittura, più densa, libera, corposa, più voluttuosa» di Calvino. Tanto che oggi Il barone rampante è uno dei suoi classici preferiti.

Amedeo Gasparini

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