Commento

Ayn Rand, i first-handers e l’Unico di Stirner

Ayn Rand nasce a San Pietroburgo nel 1905, figlia di un farmacista ebreo la cui attività viene confiscata dai bolscevichi dopo la rivoluzione. La famiglia perde tutto in nome di un bene collettivo deciso da altri. È la ferita che diventerà il nucleo emotivo di ogni cosa che scriverà. Emigra negli Stati Uniti nel 1926 e adotta lo pseudonimo con cui firmerà tutta la sua opera. Rand è dunque un’esule che ha visto con i propri occhi cosa succede quando lo Stato decide di possedere, in nome di tutti, ciò che un singolo ha costruito. La fonte meravigliosa esce nel 1943, dopo il rifiuto di una dozzina di editori. E stabilisce il vocabolario di tutta la sua filosofia successiva attraverso una distinzione che percorre l’intero libro. Esistono due modi di stare al mondo. Creare a partire dalla propria visione. Oppure vivere riflettendo e assecondando quella altrui.

Rand chiama i primi first-handers, i secondi second-handers. Non è una differenza di talento, ma di fonte: da dove viene il giudizio secondo cui un’opera è buona. Per i primi, dal proprio criterio. Per i secondi, dall’approvazione di chi guarda. Da una parte, chi crea, chi sperimenta e anche chi fallisce, ma solo come prodotto dalla guida, dall’istinto individuale. Dall’altra, l’essere passivo in balia – che spreca la sua vita. Howard Roark è un architetto che costruisce solo ciò in cui crede davvero. Preferisce fare l’operaio piuttosto che disegnare edifici che disprezza. E quando un progetto di edilizia popolare che ha accettato di firmare in forma anonima viene alterato in cantiere contro i patti, lo fa saltare in aria. Il processo che segue, con l’arringa finale in propria difesa, è il pezzo più citato del libro. Un’apologia dell’integrità creativa contro qualunque compromesso. Anche quando il compromesso porterebbe successo, denaro, riconoscimento.

Il suo opposto è Peter Keating. Abbastanza dotato, ma costruisce l’intera carriera lusingando i committenti, copiando stili altrui. La tesi del romanzo è che la fonte reale della civiltà sia l’individuo raro che origina qualcosa dal nulla, non chi lo imita dopo. Tutti gli altri, compresi quelli che lo disprezzano, vivono a valle di quello che lui ha creato per primo. In Atlas Shrugged, ovvero Atlante scrollò le spalle, del 1957, Rand immagina una società in cui industriali, inventori, ingegneri – la manciata di persone da cui dipende il funzionamento di tutto – vengono trattati come una risorsa automatica invece che come la causa specifica della prosperità comune. Dagny Taggart – che dirige la più grande ferrovia del paese – e Hank Rearden – l’industriale che ha inventato una lega metallica rivoluzionaria – incarnano questa logica rovesciata. Ogni loro successo viene tassato, regolamentato, guardato con sospetto. Non con gratitudine.

Il successo trattato come una colpa da espiare porta i più capaci a chiedersi, uno dopo l’altro, perché continuare a provarci. Guidati da John Galt, un ingegnere che ha inventato un motore capace di ricavare energia dall’elettricità atmosferica, i produttori cominciano a sparire uno alla volta, rifugiandosi in una valle nascosta che il libro chiama in codice Atlantide. Non è uno sciopero nel senso classico, braccia incrociate in attesa di condizioni migliori: è il ritiro totale della propria mente da un mondo che la sfrutta senza riconoscerla. Con un’ingegnosa metafora sul peso del mondo sulle spalle di Atlante, Rand invoca lo scrollamento del gigante. Il gesto che dà il titolo al romanzo, scrollare le spalle, comporta lasciare cadere il peso che non appartiene. Quando i produttori scompaiono davvero, la società collassa in poche settimane, rivelando che la prosperità considerata automatica era in realtà generata da persone specifiche e insostituibili.

Da questi due romanzi Rand ricava una filosofia che chiamerà Oggettivismo. La ragione come unico strumento di conoscenza valido, l’interesse razionale come fondamento dell’etica al posto del sacrificio, il capitalismo di libero mercato come unico sistema compatibile con la dignità dell’individuo. Da giovane Rand aveva letto con entusiasmo Friedrich Nietzsche. Il disprezzo di Roark per la morale del gregge ne porta ancora tracce, anche se Rand prenderà le distanze dall’irrazionalismo nietzschiano una volta sistematizzata la sua dottrina. Il confronto più scomodo, però, è con Max Stirner. Che nel 1844 pubblica L’Unico e la sua proprietà. La sua mossa è più radicale di qualunque cosa si trovi in Rand: non solo Dio, la nazione o la morale sono idee fisse a cui l’individuo si sacrifica come se fossero reali, ma lo è anche l’Uomo. Secondo Stirner, prima ci si inginocchiava davanti al cielo, ora davanti all’Umanità.

Roark non si inginocchia davanti a un committente o a un pubblico – questo è indubbio. Ma si inginocchia davanti a un’idea: l’integrità creativa, il progetto puro non contaminato dal compromesso, l’Uomo Razionale fedele a sé stesso a qualunque costo. L’Unico di Stirner non deve rendere conto a nessuna idea, nemmeno alla propria versione migliore immaginata. Userebbe i propri principi come strumenti, pronto a scartarli nell’istante in cui smettessero di servirlo. Per Rand, tuttavia, un ego senza standard oggettivi non è libertà, ma capriccio distruttivo. Il suo Oggettivismo conserva ciò che Stirner butta via: la ragione come standard non negoziabile, la proprietà come diritto stabile e non come possesso revocabile a piacimento, uno Stato per quanto minimo che garantisca contratti vincolanti. Dove Stirner scioglie ogni legame in un’unione di egoisti sempre revocabile, buona finché conviene, Rand costruisce un intero sistema morale e politico per impedire che l’interesse razionale collassi nell’arbitrio.

Letti oggi, i due romanzi circolano più come riferimento implicito che come testo dichiarato. Fondatori di aziende tecnologiche che si descrivono come gli ultimi Atlante rimasti, dibattiti ricorrenti su chi abbia davvero costruito una data ricchezza, la retorica della deregolamentazione come liberazione dei produttori da un sistema che li punirebbe. Ed è proprio qui che i loro limiti diventano evidenti: nessuno sciopero dei produttori ha mai fatto collassare un’economia reale nel modo in cui Rand lo immagina. E i critici hanno osservato che la dicotomia tra produttori e parassiti cancella l’interdipendenza reale, visto che anche il motore di Galt ha bisogno dell’acciaio e di un ordine giuridico che ne protegga il brevetto. C’è anche un’ironia biografica spesso citata. Negli ultimi anni Rand accettò pensione pubblica e assistenza sanitaria statale. Avrebbe poi addotto una giustificazione che distingueva l’opporsi all’esistenza di quei programmi dal riprendersi quanto lo Stato le aveva già preso.

Amedeo Gasparini

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