Il 6 gennaio 1980 il Giornale nuovo inaugura l’edizione del lunedì, colmando l’unica vera lacuna dei suoi primi cinque anni di vita. Gli anni Ottanta si aprono per Indro Montanelli nel segno dell’atlantismo più convinto. Racconterà come un soggiorno di sei mesi in Israele, dopo un antisionismo giovanile mai sfociato in antisemitismo nemmeno sotto il fascismo, gli avesse fatto cambiare idea in modo definitivo. Il primo giugno 1980 intervista Ronald Reagan, che nell’occasione rivendica la ricostruzione delle difese americane e la ripresa economica dopo gli anni di crisi ereditati, promettendo di continuare la stessa linea per un secondo mandato. «Non mi piace lasciare un lavoro a mezzo», risponde il presidente alla domanda sul perché, a settantatré anni, scegliesse ancora la Casa Bianca al proprio ranch californiano. Nel 1982 il Giornale nuovo diventa l’ottavo quotidiano italiano per diffusione: 259.215 copie vendute.
L’anno dopo perde semplicemente l’aggettivo “nuovo” dalla testata, segno che ormai si è imposto come realtà consolidata e non più come scommessa editoriale. Proprio nel 1983, però, arriva la prima vera frattura interna. Il condirettore Enzo Bettiza, eletto senatore nel 1976 e poi deputato europeo dal 1979, sempre più vicino al riformismo socialista di Bettino Craxi e convinto che l’anticomunismo liberal-conservatore di Montanelli non avesse più futuro politico, entra in rotta di collisione con il fondatore. Montanelli lo allontana insieme al notista romano Francesco Damato, che si era “innamorato” di Craxi al punto da difendere in un editoriale, poi cestinato, le lottizzazioni di potere volute dal segretario socialista durante lo scandalo Eni-Petromin. Sono gli unici due giornalisti che Montanelli caccerà in vent’anni di direzione. Lo scambio di lettere tra Montanelli e Bettiza, pubblicato in parte sullo stesso giornale, è duro e dolente.
Montanelli rivendica nove anni di indipendenza da ogni partito. Bettiza ribatte di non aver mai voluto agganciare il Giornale al carro di Craxi, ma solo consolidare un più robusto polo laico-socialista. Livio Caputo ricorderà come Bettiza fosse ormai convinto che Craxi, di cui era diventato amico personale, fosse l’unico politico in grado di sconfiggere il PCI. Montanelli non voleva sentirne parlare, certo che i lettori del giornale non avrebbero apprezzato un simile cambio di rotta. La rottura sarà totale. Non si parleranno per tredici anni. Al posto di Bettiza sale Gian Galeazzo Biazzi Vergani, condirettore fino al 1991. Il 1983 si porta via Renzo Trionfera, uno dei sette fondatori originari. Montanelli lo ricorderà come uno di quei giornalisti che «non si arruolano nei giornali: si sposano». L’anno dopo tocca a Cesare Zappulli, colpito da un tumore ai polmoni a sessantanove anni.
Sia Montanelli sia Mario Cervi gli dedicano un ricordo commosso, ricordando entrambi la straordinaria rapidità con cui l’economista napoletano riusciva a consegnare un articolo perfetto due ore dopo averlo promesso. Nel 1985 se ne va Gianni Granzotto, l’altro grande architetto della fondazione. In pochi anni il nucleo originario si dimezza. Resta però intatta, per tutto il decennio, la guerra a distanza con Craxi, definito da Montanelli un personaggio arrogante e guappesco. Dal concetto padronale del potere. E ricambiato con un’antipatia altrettanto solida, alimentata dal fatto che Montanelli era tra i pochi giornalisti italiani a non corteggiarlo mai. La rubrica “Controcorrente” si trasforma per anni in un tiro al bersaglio quotidiano contro il Capo del Garofano: «Craxi contro Craxi», «Un Craxi da scoprire», «Il signor undici per cento», «Dagli amici mi guardo io», solo per citare i titoli di un’unica estate – quella del 1983.
Bersaglio altrettanto costante è Ciriaco De Mita, che arriverà a querelare Montanelli più volte senza risultato. Tra le poche convergenze, la comune disapprovazione per la decisione di Craxi, allora premier, di lasciar fuggire nel 1985 il mandante del sequestro dell’Achille Lauro, nonostante l’intera Italia avesse invece tributato applausi al pugno duro mostrato a Sigonella nei confronti degli americani. Nel frattempo, prosegue, ora a quattro mani con Cervi, la Storia d’Italia, che copre in quegli anni il fascismo e la guerra. Cervi racconterà come la collaborazione fosse nata quasi per caso, alla Tavernetta da Elio, quando chiese a Montanelli quando sarebbe uscito il volume successivo. Fu lui a proporsi come coautore. E il giorno dopo Cilindro gli portò due pagine dattiloscritte dicendogli semplicemente di proseguire da lì. Montanelli, spiegherà Cervi, considerava gli storici doverosamente revisionisti, convinto che ripetere solo quanto già scritto fosse tempo sprecato.
Altro rito quotidiano di quegli anni è la visione comune, ogni pomeriggio in ufficio, delle inchieste televisive dell’ispettore Derrick. Ai due, ammetterà Cervi, piaceva la rassicurante normalità di quelle trame tedesche. Nello stesso 1986 il quotidiano ottiene una delle sue interviste più controverse, quella di Lucio Lami ad Augusto Pinochet, che difende il proprio golpe come una difesa della democrazia da chi voleva instaurare la dittatura del proletariato. E affida al tempo il giudizio finale sulla propria opera di governo. Sempre nel 1987 un giovane Marco Travaglio, introdotto al Maestro dallo scrittore Giovanni Arpino, incontra per la prima volta Montanelli, che liquida a modo suo la questione della proprietà del giornale. Silvio Berlusconi mette i soldi, dice, ma il padrone resta lui; e il naso nella linea editoriale non glielo fa mettere. I rapporti tra i due non sono comunque privi di attriti.
Quando esplode il caso dello stalliere di Arcore, il mafioso Vittorio Mangano, assunto da Berlusconi anche per timore di sequestri dopo che i figli avevano dovuto trasferirsi in Spagna, Montanelli chiede spiegazioni all’editore. Nel 1990 la legge Mammì, che vieta di possedere insieme reti televisive e giornali, costringe Berlusconi a cedere le proprie quote al fratello Paolo Berlusconi, restando comunque famiglia azionista di maggioranza. Innumerevoli volte l’editore chiederà di abbassare i toni contro Craxi, suo ospite abituale nei weekend ad Arcore, arrivando a suggerire di criticarlo solo dal lunedì al venerdì. Montanelli rincarerà la dose. Il 25 maggio 1990 muore Egisto Corradi, ricordato da Montanelli in un lungo necrologio come un uomo la cui umiltà superava perfino la sua stessa bravura. La “Cassazione” per qualunque questione di guerra. Biazzi Vergani lascia la condirezione per la presidenza della società editrice, in un passaggio di consegne complesso.
Alessandro Gilioli lo descriverà come il Grande Frenatore della redazione. L’uomo che di fatto dirigeva la riunione delle dodici seduto alla scrivania del direttore mentre Montanelli, alle sue spalle, si appisolava. Sempre Gilioli fotograferà un giornale ormai spaccato in due territori. Le pagine ancora in mano a Montanelli, come la prima e la terza. E quelle di fatto governate da Fininvest, come spettacoli, sport ed economia. Sullo sfondo, la grande Storia accelera. Il 4 giugno 1989 i carri armati cinesi schiacciano nel sangue le proteste di Piazza Tienanmen. Alberto Pasolini Zanelli scrive che quei carri hanno fatto più danno al regime schiacciando il simulacro della libertà eretto dagli studenti. Il 9 novembre cade il Muro di Berlino. E con esso, paradossalmente, anche le vendite del Giornale. Che aveva costruito sull’Anticomunismo la propria identità e si sentiva vincitore della Guerra Fredda.
Nell’aprile 1990 comincia la raccolta firme per il referendum di Mario Segni sulla preferenza unica, che arriverà a seicentomila adesioni entro l’estate. Sono anche gli anni in cui il Giornale, colpito dalla crisi generale dell’editoria, scende sotto la soglia psicologica delle centocinquantamila copie. A dicembre 1990 Nicola Matteucci firma un intervento sulla confusione della politica italiana, denunciando conflitti crescenti tra magistratura, informazione e istituzioni in un clima che definisce preagonico. Beppe Severgnini firma un ritratto della Mosca di Boris Eltsin. Cervi s’interroga sul futuro dei flussi migratori dall’Est europeo verso un’Italia impreparata ad affrontarli. Segue, tra gennaio e febbraio 1991, la Prima Guerra del Golfo. Il Novecento per cui il Giornale era nato, quello della grande contrapposizione ideologica, si avvia alla fine. Ma proprio mentre il suo nemico storico crolla, il quotidiano di Montanelli sta per scoprire un avversario più insidioso. Tutto italiano. È Tangentopoli.
Amedeo Gasparini
Il 6 gennaio 1980 il Giornale nuovo inaugura l’edizione del lunedì, colmando l’unica vera lacuna dei suoi primi cinque anni di vita. Gli anni Ottanta si aprono per Indro Montanelli nel segno dell’atlantismo più convinto. Racconterà come un soggiorno di sei mesi in Israele, dopo un antisionismo giovanile mai sfociato in antisemitismo nemmeno sotto il fascismo, gli avesse fatto cambiare idea in modo definitivo. Il primo giugno 1980 intervista Ronald Reagan, che nell’occasione rivendica la ricostruzione delle difese americane e la ripresa economica dopo gli anni di crisi ereditati, promettendo di continuare la stessa linea per un secondo mandato. «Non mi piace lasciare un lavoro a mezzo», risponde il presidente alla domanda sul perché, a settantatré anni, scegliesse ancora la Casa Bianca al proprio ranch californiano. Nel 1982 il Giornale nuovo diventa l’ottavo quotidiano italiano per diffusione: 259.215 copie vendute.
L’anno dopo perde semplicemente l’aggettivo “nuovo” dalla testata, segno che ormai si è imposto come realtà consolidata e non più come scommessa editoriale. Proprio nel 1983, però, arriva la prima vera frattura interna. Il condirettore Enzo Bettiza, eletto senatore nel 1976 e poi deputato europeo dal 1979, sempre più vicino al riformismo socialista di Bettino Craxi e convinto che l’anticomunismo liberal-conservatore di Montanelli non avesse più futuro politico, entra in rotta di collisione con il fondatore. Montanelli lo allontana insieme al notista romano Francesco Damato, che si era “innamorato” di Craxi al punto da difendere in un editoriale, poi cestinato, le lottizzazioni di potere volute dal segretario socialista durante lo scandalo Eni-Petromin. Sono gli unici due giornalisti che Montanelli caccerà in vent’anni di direzione. Lo scambio di lettere tra Montanelli e Bettiza, pubblicato in parte sullo stesso giornale, è duro e dolente.
Montanelli rivendica nove anni di indipendenza da ogni partito. Bettiza ribatte di non aver mai voluto agganciare il Giornale al carro di Craxi, ma solo consolidare un più robusto polo laico-socialista. Livio Caputo ricorderà come Bettiza fosse ormai convinto che Craxi, di cui era diventato amico personale, fosse l’unico politico in grado di sconfiggere il PCI. Montanelli non voleva sentirne parlare, certo che i lettori del giornale non avrebbero apprezzato un simile cambio di rotta. La rottura sarà totale. Non si parleranno per tredici anni. Al posto di Bettiza sale Gian Galeazzo Biazzi Vergani, condirettore fino al 1991. Il 1983 si porta via Renzo Trionfera, uno dei sette fondatori originari. Montanelli lo ricorderà come uno di quei giornalisti che «non si arruolano nei giornali: si sposano». L’anno dopo tocca a Cesare Zappulli, colpito da un tumore ai polmoni a sessantanove anni.
Sia Montanelli sia Mario Cervi gli dedicano un ricordo commosso, ricordando entrambi la straordinaria rapidità con cui l’economista napoletano riusciva a consegnare un articolo perfetto due ore dopo averlo promesso. Nel 1985 se ne va Gianni Granzotto, l’altro grande architetto della fondazione. In pochi anni il nucleo originario si dimezza. Resta però intatta, per tutto il decennio, la guerra a distanza con Craxi, definito da Montanelli un personaggio arrogante e guappesco. Dal concetto padronale del potere. E ricambiato con un’antipatia altrettanto solida, alimentata dal fatto che Montanelli era tra i pochi giornalisti italiani a non corteggiarlo mai. La rubrica “Controcorrente” si trasforma per anni in un tiro al bersaglio quotidiano contro il Capo del Garofano: «Craxi contro Craxi», «Un Craxi da scoprire», «Il signor undici per cento», «Dagli amici mi guardo io», solo per citare i titoli di un’unica estate – quella del 1983.
Bersaglio altrettanto costante è Ciriaco De Mita, che arriverà a querelare Montanelli più volte senza risultato. Tra le poche convergenze, la comune disapprovazione per la decisione di Craxi, allora premier, di lasciar fuggire nel 1985 il mandante del sequestro dell’Achille Lauro, nonostante l’intera Italia avesse invece tributato applausi al pugno duro mostrato a Sigonella nei confronti degli americani. Nel frattempo, prosegue, ora a quattro mani con Cervi, la Storia d’Italia, che copre in quegli anni il fascismo e la guerra. Cervi racconterà come la collaborazione fosse nata quasi per caso, alla Tavernetta da Elio, quando chiese a Montanelli quando sarebbe uscito il volume successivo. Fu lui a proporsi come coautore. E il giorno dopo Cilindro gli portò due pagine dattiloscritte dicendogli semplicemente di proseguire da lì. Montanelli, spiegherà Cervi, considerava gli storici doverosamente revisionisti, convinto che ripetere solo quanto già scritto fosse tempo sprecato.
Altro rito quotidiano di quegli anni è la visione comune, ogni pomeriggio in ufficio, delle inchieste televisive dell’ispettore Derrick. Ai due, ammetterà Cervi, piaceva la rassicurante normalità di quelle trame tedesche. Nello stesso 1986 il quotidiano ottiene una delle sue interviste più controverse, quella di Lucio Lami ad Augusto Pinochet, che difende il proprio golpe come una difesa della democrazia da chi voleva instaurare la dittatura del proletariato. E affida al tempo il giudizio finale sulla propria opera di governo. Sempre nel 1987 un giovane Marco Travaglio, introdotto al Maestro dallo scrittore Giovanni Arpino, incontra per la prima volta Montanelli, che liquida a modo suo la questione della proprietà del giornale. Silvio Berlusconi mette i soldi, dice, ma il padrone resta lui; e il naso nella linea editoriale non glielo fa mettere. I rapporti tra i due non sono comunque privi di attriti.
Quando esplode il caso dello stalliere di Arcore, il mafioso Vittorio Mangano, assunto da Berlusconi anche per timore di sequestri dopo che i figli avevano dovuto trasferirsi in Spagna, Montanelli chiede spiegazioni all’editore. Nel 1990 la legge Mammì, che vieta di possedere insieme reti televisive e giornali, costringe Berlusconi a cedere le proprie quote al fratello Paolo Berlusconi, restando comunque famiglia azionista di maggioranza. Innumerevoli volte l’editore chiederà di abbassare i toni contro Craxi, suo ospite abituale nei weekend ad Arcore, arrivando a suggerire di criticarlo solo dal lunedì al venerdì. Montanelli rincarerà la dose. Il 25 maggio 1990 muore Egisto Corradi, ricordato da Montanelli in un lungo necrologio come un uomo la cui umiltà superava perfino la sua stessa bravura. La “Cassazione” per qualunque questione di guerra. Biazzi Vergani lascia la condirezione per la presidenza della società editrice, in un passaggio di consegne complesso.
Alessandro Gilioli lo descriverà come il Grande Frenatore della redazione. L’uomo che di fatto dirigeva la riunione delle dodici seduto alla scrivania del direttore mentre Montanelli, alle sue spalle, si appisolava. Sempre Gilioli fotograferà un giornale ormai spaccato in due territori. Le pagine ancora in mano a Montanelli, come la prima e la terza. E quelle di fatto governate da Fininvest, come spettacoli, sport ed economia. Sullo sfondo, la grande Storia accelera. Il 4 giugno 1989 i carri armati cinesi schiacciano nel sangue le proteste di Piazza Tienanmen. Alberto Pasolini Zanelli scrive che quei carri hanno fatto più danno al regime schiacciando il simulacro della libertà eretto dagli studenti. Il 9 novembre cade il Muro di Berlino. E con esso, paradossalmente, anche le vendite del Giornale. Che aveva costruito sull’Anticomunismo la propria identità e si sentiva vincitore della Guerra Fredda.
Nell’aprile 1990 comincia la raccolta firme per il referendum di Mario Segni sulla preferenza unica, che arriverà a seicentomila adesioni entro l’estate. Sono anche gli anni in cui il Giornale, colpito dalla crisi generale dell’editoria, scende sotto la soglia psicologica delle centocinquantamila copie. A dicembre 1990 Nicola Matteucci firma un intervento sulla confusione della politica italiana, denunciando conflitti crescenti tra magistratura, informazione e istituzioni in un clima che definisce preagonico. Beppe Severgnini firma un ritratto della Mosca di Boris Eltsin. Cervi s’interroga sul futuro dei flussi migratori dall’Est europeo verso un’Italia impreparata ad affrontarli. Segue, tra gennaio e febbraio 1991, la Prima Guerra del Golfo. Il Novecento per cui il Giornale era nato, quello della grande contrapposizione ideologica, si avvia alla fine. Ma proprio mentre il suo nemico storico crolla, il quotidiano di Montanelli sta per scoprire un avversario più insidioso. Tutto italiano. È Tangentopoli.
Amedeo Gasparini