C’è poco in lingua italiana su Napoleone III, che pure si rivelò decisivo per l’unità d’Italia. Edward Shawcross gli ha consacrato una corposa biografia, The People’s Emperor (Faber & Faber 2026). Che si apre il 1° settembre 1870, tra le macerie di Sedan, il momento in cui la parabola del suo protagonista si chiude in tragedia. Luigi Napoleone Bonaparte, imperatore dei francesi dal dicembre 1852 con il nome di Napoleone III, attraversa la città sotto le bombe prussiane. Shawcross ricorda che pochi avevano previsto quel disastro. Così come pochi, decenni prima, avevano previsto che quell’uomo sarebbe diventato imperatore. Alexis de Tocqueville lo aveva descritto come un nano, mentre Victor Hugo lo bollò come “Napoléon le Pétit”. Fu Karl Marx a fissare la formula più celebre sulla sua vicenda: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Shawcross ricostruisce un’infanzia segnata dall’assenza.
Louis-Napoléon nacque da Ortensia di Beauharnais e dal fratello di Napoleone Bonaparte, Luigi Bonaparte, Re d’Olanda e comte de Saint-Leu. Un matrimonio infelice. Che Hortense non riuscì mai a nascondere di detestare. Il padre non era presente alla nascita, la sua paranoia abituale lo portava a dubitare della propria paternità. Non ebbe un ruolo nella crescita del figlio. Che fu invece inseparabile dal fratello maggiore Napoleone Luigi Bonaparte, la nonna materna, Giuseppina di Beauharnais, prima moglie di Napoleone, lo viziò particolarmente. Shawcross lo descrive come un bambino gentile, generoso ed empatico, cresciuto nell’orbita di una famiglia già segnata dalla grandezza e dalla caduta. Dopo Waterloo, i Bonaparte furono banditi dalla Francia. Hortense si stabilì ad Arenenberg, in Svizzera, trasformando la propria dimora in un museo dedicato a Napoleone. Qui Louis-Napoléon crebbe tra le reliquie della gloria dello zio. Spesso solo. Spesso a fantasticare.
La notizia della morte di Napoleone, il 5 maggio 1821, lo raggiunse ad Augusta come un colpo devastante. Talvolta stava Roma, presso la nonna paterna, Madame Mère – Letizia Ramolino – che regnava sui parenti in maniera dispotica e con un pallore che ricordava i busti di marmo di cui si circondava. Il giovane visse un’atmosfera che Shawcross definisce impregnata di un alone del passato. Autodidatta per necessità, prestò servizio volontario nell’artiglieria della milizia svizzera nel 1830. L’irrequietezza politica arrivò presto. A Roma, entrò in contatto con il sottobosco rivoluzionario italiano, aderendo alla Carboneria – organizzazione che contava tra le proprie fila molti ex bonapartisti. Fu durante i moti del 1831 che suo fratello maggiore si ammalò e morì. Rifugiatosi presso la madre, cadde in depressione. Ne nacque, nel 1832, il suo primo manifesto politico, Rêveries politiques, saturo di utopismo.
Vi sosteneva che il popolo dovesse essere la fonte dell’emanazione del potere. E che la sovranità risiedesse nel popolo stesso, non in un monarca di diritto divino. A differenza di legittimisti, orléanisti e repubblicani, Louis-Napoléon voleva fondare un quarto movimento capace di attingere alla nostalgia diffusa per Napoleone e per l’Impero. Quando morì di tubercolosi, a ventun anni, il duca di Reichstadt, Napoleone II, l’unico figlio legittimo di Napoleone, le speranze dinastiche di Louis-Napoléon si spostarono su di lui. Seguirono anni di tentativi di colpo di Stato falliti e prigionia. Il Re Luigi Filippo scelse di non processarlo né giustiziarlo, per non farne un martire bonapartista. Qui il soggiorno di Louis-Napoléon in Sud-America. Nel 1837 la madre Ortensia morì di cancro allo stomaco tra le sue braccia. Fu lei, più di ogni altro membro della famiglia, a instillargli la convinzione che il Bonapartismo avesse ancora un futuro.
Un secondo tentativo di colpo di stato, a Boulogne, si concluse con la condanna all’ergastolo nella fortezza di Ham. Furono proprio quegli anni a consolidare la sua immagine pubblica. Vi scrisse Des idées napoléoniennes, un testo diffuso a basso prezzo e in uno stile accessibile che lo definì, agli occhi dei contemporanei, un uomo del popolo. Nel dicembre 1840 il rientro delle ceneri di Napoleone a Parigi, salutato da folle immense lungo la Senna al grido di «Vive l’empereur!», ravvivò il culto imperiale. Nel 1846, forte della stessa abilità nel travestimento che gli aveva già permesso di lasciare l’Italia nel 1831 vestito da domestico e da gentiluomo inglese, uscì dalla fortezza vestito da operaio. La rivoluzione del 1848 gli offrì l’occasione attesa da una vita. Cacciato Luigi Filippo, proclamata la Seconda Repubblica, Louis-Napoléon voleva esserne il capo. Si presentò agli elettori francesi come candidato, non come usurpatore.
I suoi avversari lo sottovalutarono: Adolphe Thiers lo considerava un idiota, un playboy da distrarre con le donne mentre altri governavano al suo posto. Alle elezioni di dicembre ottenne oltre 5,5 milioni di voti, il risultato più alto mai raccolto da un singolo candidato fino a quel momento. Il Times commentò che la sua candidatura dimostrava a cosa potesse condurre «popular ignorance, invested with full political rights». Trentatré anni dopo Waterloo, un altro Bonaparte era a capo dello Stato francese. La presidenza fu tutt’altro che operosa. Louis-Napoléon portò a Parigi l’amante inglese Harriet Howard, inaugurando una tradizione che molti successori avrebbero rispettato – e trascorreva le giornate piegando fogli in forme intricate o scarabocchiando sui documenti di Stato, tra passeggiate nel Bois de Boulogne e serate a teatro. Fu leale, però, verso chi gli era vicino.
Nominò il vecchio zio Girolamo Bonaparte, governatore degli Invalides e affidò al cugino Napoleone Girolamo Bonaparte, detto Plon-Plon per la difficoltà infantile a pronunciare “Napoléon”, l’ambasciata a Madrid. Impossibilitato dalla costituzione a ricandidarsi, il 2 dicembre 1851 Louis-Napoléon lanciò un colpo di stato contro la stessa Repubblica che aveva giurato di difendere da presidente. Gli arresti all’alba di Thiers e di altri oppositori, pane, vino e denaro distribuiti ai soldati. Il colpo riuscì. Hugo tentò di organizzare la resistenza nelle strade. Un plebiscito a fine dicembre chiese al Paese di ratificare l’accaduto. 7,4 milioni di sì contro 640.000 no. Un’adesione che la repubblicana George Sand giudicò impossibile da comprare o intimidire. Sull’onda di quel consenso, Louis-Napoléon varò una nuova costituzione che fondeva l’autoritarismo con la democrazia di massa. Il Corps législatif vide ridotti il numero e poteri, la censura pose fine alla libertà di stampa.
La formula “Liberté, Égalité, Fraternité” sparì dagli edifici pubblici, sostituita dall’effigie di Louis-Napoléon al posto di Marianne. Il 2 dicembre 1852, nacque il Secondo Impero e Louis-Napoléon divenne Napoleone III. Per consolidare il trono serviva un’imperatrice. La Howard, ricompensata con un castello e una rendita, non poteva ricoprire quel ruolo. La scelta cadde su Eugenia de Montijo, che affascinò subito Napoleone III. Sotto il nuovo regime Parigi, città allora nota soprattutto per il proprio fetore e per le epidemie di colera, divenne il grande cantiere del secolo. Entrò in scena Georges-Eugène Haussmann. Un workaholic ossessionato dalla propria digestione, incaricato di trasformare la capitale in un centro imperiale da cui il potere di Napoleone III potesse irradiarsi su Francia ed Europa. Fu proprio durante una visita di Stato che l’imperatore condusse la regina Vittoria del Regno Unito fino alla tomba dello zio.
Nel 1856 nacque l’erede, Napoleone Eugenio Luigi Bonaparte, o Napoleone IV, verso cui il padre nutrì un affetto profondo e costante. La vita coniugale restava tuttavia complicata. Eugénie non amava l’intimità con il marito, che continuò a cercare altrove, spesso e volentieri, le proprie soddisfazioni. Tra le amanti figurò Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, inviata a Parigi per sedurlo. Fu Camillo Benso, suo cugino, a suggerire alla propria corte piemontese che un simile approccio potesse servire alla causa dell’unità italiana. Nel 1858 un attentato dinamitardo dell’italiano Felice Orsini, che nella lettera scritta prima dell’esecuzione chiedeva a Napoleone III di liberare l’Italia, colpì l’imperatore. La fece pubblicare sul giornale del governo e, pur non potendo evitarne la condanna, ne restò segnato. Da quell’episodio nacque l’incontro segreto di Plombières con Cavour, giunto in treno fino alla cittadina termale per concordare un’alleanza franco-piemontese contro l’Austria.
In cambio dell’appoggio militare, Napoleone III chiese la cessione di Nizza e Savoia, territori sottratti alla Francia dopo il 1815. E propose che Plon-Plon sposasse Maria Clotilde di Savoia, figlia quindicenne di Vittorio Emanuele II. Un’unione che i contemporanei paragonarono a quella tra un elefante e una gazzella. La guerra contro l’Austria, dichiarata da Franz Joseph il 26 aprile 1859, fu il secondo grande conflitto guidato personalmente da Napoleone III. Che non aveva mai comandato un esercito e che a Milano fu accolto, come scrisse egli stesso a Eugénie, non da entusiasmo, ma da un delirio. Ma a Solferino Napoleone III scoprì il volto reale della guerra che aveva scatenato. Visitare i feriti fu, secondo Shawcross, il compito che più lo travolse di sofferenza e senso di colpa. Fu proprio l’orrore di quella battaglia a spingere Henry Dunant, testimone della carneficina, a fondare la Croce Rossa.
Napoleone III, scosso, iniziò a chiedersi se l’indipendenza italiana valesse il sacrificio di tante vite francesi. Firmò col Kaiser un armistizio a Villafranca che lasciò a metà l’opera, cedendo la Lombardia, ma non il Veneto. E fece infuriare Cavour al punto da spingerlo alle dimissioni. In compenso Napoleone III ottenne Nizza e Savoia tramite plebiscito. E visitò per primo, tra i monarchi di Francia, l’Algeria. Qui sostenne, controcorrente per l’epoca, che arabi, berberi ed ebrei potessero diventare cittadini francesi a pieno titolo. Dal 1860 l’imperatore concesse gradualmente parte dei propri poteri dittatoriali, convinto che la libertà non fondi mai un edificio politico duraturo, ma lo corona quando il tempo lo ha già consolidato. Furono anni di grandi opere, da Les Halles all’acqua più economica per i parigini. Ma il fisico dell’imperatore, però, si sgretolava. Nevralgie atroci, calcoli alla vescica, emorroidi, insonnia, un fiato corto per il fumo incessante.
L’amico medico Henri Conneau gli inseriva occasionalmente un catetere per allargare l’uretra, ma Napoleone III rifiutò l’intervento chirurgico, affidandosi come i genitori prima di lui alle terme. Le notti le dedicava a un’altra passione, la biografia di Giulio Cesare. Che nel 1865 vendette quarantamila copie nelle prime tre ore. Il decennio successivo fu segnato da avventure sempre più rischiose. Approfittando della Guerra civile americana, Napoleone III intervenne in Messico installando Massimiliano del Messico su un trono sostenuto da prestiti che gravarono su un governo già prossimo al fallimento. Alla Polonia insorta contro la Russia nel 1863, nonostante le pressioni di Plon-Plon, non offrì invece alcun sostegno concreto. Quando Otto von Bismarck sconfisse l’Austria a Sadowa nel 1866, Napoleone III sperò invano in un ruolo di arbitro europeo. Ottenne solo il Veneto, da girare all’Italia, mentre un tentativo di acquistare il Lussemburgo si risolse in un’umiliazione a opera della Prussia.
L’Esposizione universale del 1867 fu un trionfo di pubblico. Gioachino Rossini compose per l’occasione “Hymne à Napoléon III et à son vaillant people”. Ma coincise con la notizia della crisi messicana e con la caduta di Massimiliano, fucilato il 19 giugno 1867 nonostante gli appelli internazionali, tra cui quelli di Giuseppe Garibaldi e Hugo, raccolti dal generale Benito Juárez. Gli ultimi anni dell’Impero furono un susseguirsi di riforme liberali che si ritorcevano contro il loro autore. La liberalizzazione della stampa e del diritto di riunione, la legalizzazione degli scioperi, aprirono la strada a un’agitazione operaia. Nel 1870 il cugino Pietro Napoleone Bonaparte – figlio di Luciano Bonaparte, fratello del primo imperatore – uccise a colpi di rivoltella il giornalista Victor Noir, scatenando una tempesta politica. Eppure, il plebiscito del 1870 sulle riforme liberali confermò il consenso di massa, 7,3 milioni di sì contro 1,5 di no.
Léon Gambetta riconobbe che l’imperatore non era mai stato così forte. Fu proprio quella percezione, secondo Shawcross, a ingannare Napoleone III sulla soglia del disastro. Scambiò per volontà nazionale l’entusiasmo bellicista della corte, alimentato soprattutto da Eugénie, ostile alla Prussia. E dichiarò guerra a un esercito francese impreparato contro le forze combinate di Prussia e dei suoi alleati tedeschi. La disfatta fu rapida e totale. Contro i 420mila uomini prussiani e alleati, la Francia poté opporre solo 300mila soldati raccolti in fretta e distribuiti su un fronte troppo ampio. Rinchiuso a Sedan, malato, in preda a un dolore fisico che lo costrinse più volte a scendere da cavallo, Napoleone III prese quella che Shawcross definisce una decisione più coraggiosa di quella dello zio. A differenza di Napoleone, fuggito da Egitto, Russia e da Waterloo, scelse di restare con il proprio esercito e di arrendersi, per risparmiare un’inutile carneficina.
Fu prima ricevuto da Bismarck, che gli negò l’incontro con il re di Prussia, Guglielmo I, finché la resa non fosse firmata, poi dal sovrano stesso. Sorprese quest’ultimo insistendo di non aver mai voluto la guerra, di esservi stato spinto dall’opinione pubblica francese. Fu quindi condotto prigioniero al castello di Wilhelmshöhe, che peraltro era lo stesso da cui regnava un tempo zio Girolamo, re di Westfalia. A Parigi la notizia sconvolse il Paese. Eugénie, incredula, gridò che un Napoleone non si arrende mai e che in realtà era morto. La folla tirò giù anche la colonna dello zio in Place Vendôme e Gambetta proclamava decaduta la dinastia. Temendo il saccheggio delle Tuileries, come nel 1792, Eugénie fuggì grazie all’aiuto del suo dentista americano, Thomas Evans, raggiungendo l’Inghilterra e stabilendosi a Camden Place, a Chislehurst, nel Kent. Bismarck proclamò l’Impero tedesco nella Sala degli Specchi di Versailles.
Fu il massimo dell’umiliazione per la Francia. Con condizioni di pace durissime: la cessione di Alsazia e Lorena e cinque miliardi di franchi di riparazioni, da versare entro cinque anni sotto occupazione militare tedesca. Liberato con la fine della guerra, Napoleone III raggiunse l’Inghilterra nel marzo 1871, mentre a Parigi la rivolta della Comune, nata dal tentativo del governo di Thiers di disarmare la Guardia nazionale, si concludeva nella “Settimana di sangue” sotto il comando di Patrice de Mac Mahon. Una repressione che, appresa la notizia, lo lasciò sgomento per la sua ferocia, superiore a qualunque cosa fosse mai accaduta sotto il Secondo Impero. A Camden Place, Plon-Plon tentò di convincere Eugénie a sostenere un suo piano di restaurazione appoggiato da Bismarck, incolpandola del crollo dell’Impero. Lei lo respinse per tutti i “sabotaggi” compiuti nei lustri. Anziano e provato, Napoleone III rifiutò ogni nuova avventura politica.
Confidò che in Francia si fossero già tentate tutte le forme di governo senza successo. Costretto a sottoporsi all’intervento chirurgico per i calcoli renali che aveva rimandato per una vita, fu operato il 2 gennaio 1873. Un secondo intervento si rese necessario il 6 gennaio. Un terzo venne programmato, ma non si tenne mai. Le sue ultime parole, riporta Shawcross, furono: «A Sedan non ci siamo comportati da codardi, vero?». Luigi Napoleone Bonaparte morì il 9 gennaio 1873. La notizia suscitò grande scalpore in Gran Bretagna. Fu sepolto con il gran cordone della Legion d’onore, la spada al fianco e ai piedi il kepi indossato a Sedan. Sei anni dopo, nel 1879, anche il figlio morì in Sudafrica nella guerra anglo-zulu, colpito da diciassette ferite da lancia. Con lui si spense la breve rinascita elettorale del Bonapartismo. Plon-Plon si autoproclamò erede di un movimento privo di futuro.
Shawcross ricorda il giudizio di Émile Zola, repubblicano di ferro, secondo cui Napoleone III fu tutto sommato un buon uomo, nonché quello della Sand, per cui affidare i destini di tutti a un solo uomo resta l’atto più insensato che un popolo civile possa commettere. L’autore rifiuta le analogie superficiali con le dittature del Novecento. Il Secondo Impero non fu uno Stato di polizia o uno Stato a partito unico. Fu una democrazia illiberale. Una dittatura popolare. Oggi, la Parigi amata da turisti e cineasti è la sua eredità più visibile. Eppure, non esiste una sola statua dedicata a lui – Mac Mahon ha un intero viale. Nel 1987 Napoleone III ricevette un modesto omaggio. Una targa fuori dalla Gare du Nord. Oggi, nota Shawcross, gli unici che si fermano in quel punto sono i viaggiatori in cerca di una sigaretta al treno. Tributo che l’imperatore, fumatore incallito, avrebbe apprezzato.
Amedeo Gasparini
C’è poco in lingua italiana su Napoleone III, che pure si rivelò decisivo per l’unità d’Italia. Edward Shawcross gli ha consacrato una corposa biografia, The People’s Emperor (Faber & Faber 2026). Che si apre il 1° settembre 1870, tra le macerie di Sedan, il momento in cui la parabola del suo protagonista si chiude in tragedia. Luigi Napoleone Bonaparte, imperatore dei francesi dal dicembre 1852 con il nome di Napoleone III, attraversa la città sotto le bombe prussiane. Shawcross ricorda che pochi avevano previsto quel disastro. Così come pochi, decenni prima, avevano previsto che quell’uomo sarebbe diventato imperatore. Alexis de Tocqueville lo aveva descritto come un nano, mentre Victor Hugo lo bollò come “Napoléon le Pétit”. Fu Karl Marx a fissare la formula più celebre sulla sua vicenda: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Shawcross ricostruisce un’infanzia segnata dall’assenza.
Louis-Napoléon nacque da Ortensia di Beauharnais e dal fratello di Napoleone Bonaparte, Luigi Bonaparte, Re d’Olanda e comte de Saint-Leu. Un matrimonio infelice. Che Hortense non riuscì mai a nascondere di detestare. Il padre non era presente alla nascita, la sua paranoia abituale lo portava a dubitare della propria paternità. Non ebbe un ruolo nella crescita del figlio. Che fu invece inseparabile dal fratello maggiore Napoleone Luigi Bonaparte, la nonna materna, Giuseppina di Beauharnais, prima moglie di Napoleone, lo viziò particolarmente. Shawcross lo descrive come un bambino gentile, generoso ed empatico, cresciuto nell’orbita di una famiglia già segnata dalla grandezza e dalla caduta. Dopo Waterloo, i Bonaparte furono banditi dalla Francia. Hortense si stabilì ad Arenenberg, in Svizzera, trasformando la propria dimora in un museo dedicato a Napoleone. Qui Louis-Napoléon crebbe tra le reliquie della gloria dello zio. Spesso solo. Spesso a fantasticare.
La notizia della morte di Napoleone, il 5 maggio 1821, lo raggiunse ad Augusta come un colpo devastante. Talvolta stava Roma, presso la nonna paterna, Madame Mère – Letizia Ramolino – che regnava sui parenti in maniera dispotica e con un pallore che ricordava i busti di marmo di cui si circondava. Il giovane visse un’atmosfera che Shawcross definisce impregnata di un alone del passato. Autodidatta per necessità, prestò servizio volontario nell’artiglieria della milizia svizzera nel 1830. L’irrequietezza politica arrivò presto. A Roma, entrò in contatto con il sottobosco rivoluzionario italiano, aderendo alla Carboneria – organizzazione che contava tra le proprie fila molti ex bonapartisti. Fu durante i moti del 1831 che suo fratello maggiore si ammalò e morì. Rifugiatosi presso la madre, cadde in depressione. Ne nacque, nel 1832, il suo primo manifesto politico, Rêveries politiques, saturo di utopismo.
Vi sosteneva che il popolo dovesse essere la fonte dell’emanazione del potere. E che la sovranità risiedesse nel popolo stesso, non in un monarca di diritto divino. A differenza di legittimisti, orléanisti e repubblicani, Louis-Napoléon voleva fondare un quarto movimento capace di attingere alla nostalgia diffusa per Napoleone e per l’Impero. Quando morì di tubercolosi, a ventun anni, il duca di Reichstadt, Napoleone II, l’unico figlio legittimo di Napoleone, le speranze dinastiche di Louis-Napoléon si spostarono su di lui. Seguirono anni di tentativi di colpo di Stato falliti e prigionia. Il Re Luigi Filippo scelse di non processarlo né giustiziarlo, per non farne un martire bonapartista. Qui il soggiorno di Louis-Napoléon in Sud-America. Nel 1837 la madre Ortensia morì di cancro allo stomaco tra le sue braccia. Fu lei, più di ogni altro membro della famiglia, a instillargli la convinzione che il Bonapartismo avesse ancora un futuro.
Un secondo tentativo di colpo di stato, a Boulogne, si concluse con la condanna all’ergastolo nella fortezza di Ham. Furono proprio quegli anni a consolidare la sua immagine pubblica. Vi scrisse Des idées napoléoniennes, un testo diffuso a basso prezzo e in uno stile accessibile che lo definì, agli occhi dei contemporanei, un uomo del popolo. Nel dicembre 1840 il rientro delle ceneri di Napoleone a Parigi, salutato da folle immense lungo la Senna al grido di «Vive l’empereur!», ravvivò il culto imperiale. Nel 1846, forte della stessa abilità nel travestimento che gli aveva già permesso di lasciare l’Italia nel 1831 vestito da domestico e da gentiluomo inglese, uscì dalla fortezza vestito da operaio. La rivoluzione del 1848 gli offrì l’occasione attesa da una vita. Cacciato Luigi Filippo, proclamata la Seconda Repubblica, Louis-Napoléon voleva esserne il capo. Si presentò agli elettori francesi come candidato, non come usurpatore.
I suoi avversari lo sottovalutarono: Adolphe Thiers lo considerava un idiota, un playboy da distrarre con le donne mentre altri governavano al suo posto. Alle elezioni di dicembre ottenne oltre 5,5 milioni di voti, il risultato più alto mai raccolto da un singolo candidato fino a quel momento. Il Times commentò che la sua candidatura dimostrava a cosa potesse condurre «popular ignorance, invested with full political rights». Trentatré anni dopo Waterloo, un altro Bonaparte era a capo dello Stato francese. La presidenza fu tutt’altro che operosa. Louis-Napoléon portò a Parigi l’amante inglese Harriet Howard, inaugurando una tradizione che molti successori avrebbero rispettato – e trascorreva le giornate piegando fogli in forme intricate o scarabocchiando sui documenti di Stato, tra passeggiate nel Bois de Boulogne e serate a teatro. Fu leale, però, verso chi gli era vicino.
Nominò il vecchio zio Girolamo Bonaparte, governatore degli Invalides e affidò al cugino Napoleone Girolamo Bonaparte, detto Plon-Plon per la difficoltà infantile a pronunciare “Napoléon”, l’ambasciata a Madrid. Impossibilitato dalla costituzione a ricandidarsi, il 2 dicembre 1851 Louis-Napoléon lanciò un colpo di stato contro la stessa Repubblica che aveva giurato di difendere da presidente. Gli arresti all’alba di Thiers e di altri oppositori, pane, vino e denaro distribuiti ai soldati. Il colpo riuscì. Hugo tentò di organizzare la resistenza nelle strade. Un plebiscito a fine dicembre chiese al Paese di ratificare l’accaduto. 7,4 milioni di sì contro 640.000 no. Un’adesione che la repubblicana George Sand giudicò impossibile da comprare o intimidire. Sull’onda di quel consenso, Louis-Napoléon varò una nuova costituzione che fondeva l’autoritarismo con la democrazia di massa. Il Corps législatif vide ridotti il numero e poteri, la censura pose fine alla libertà di stampa.
La formula “Liberté, Égalité, Fraternité” sparì dagli edifici pubblici, sostituita dall’effigie di Louis-Napoléon al posto di Marianne. Il 2 dicembre 1852, nacque il Secondo Impero e Louis-Napoléon divenne Napoleone III. Per consolidare il trono serviva un’imperatrice. La Howard, ricompensata con un castello e una rendita, non poteva ricoprire quel ruolo. La scelta cadde su Eugenia de Montijo, che affascinò subito Napoleone III. Sotto il nuovo regime Parigi, città allora nota soprattutto per il proprio fetore e per le epidemie di colera, divenne il grande cantiere del secolo. Entrò in scena Georges-Eugène Haussmann. Un workaholic ossessionato dalla propria digestione, incaricato di trasformare la capitale in un centro imperiale da cui il potere di Napoleone III potesse irradiarsi su Francia ed Europa. Fu proprio durante una visita di Stato che l’imperatore condusse la regina Vittoria del Regno Unito fino alla tomba dello zio.
Nel 1856 nacque l’erede, Napoleone Eugenio Luigi Bonaparte, o Napoleone IV, verso cui il padre nutrì un affetto profondo e costante. La vita coniugale restava tuttavia complicata. Eugénie non amava l’intimità con il marito, che continuò a cercare altrove, spesso e volentieri, le proprie soddisfazioni. Tra le amanti figurò Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, inviata a Parigi per sedurlo. Fu Camillo Benso, suo cugino, a suggerire alla propria corte piemontese che un simile approccio potesse servire alla causa dell’unità italiana. Nel 1858 un attentato dinamitardo dell’italiano Felice Orsini, che nella lettera scritta prima dell’esecuzione chiedeva a Napoleone III di liberare l’Italia, colpì l’imperatore. La fece pubblicare sul giornale del governo e, pur non potendo evitarne la condanna, ne restò segnato. Da quell’episodio nacque l’incontro segreto di Plombières con Cavour, giunto in treno fino alla cittadina termale per concordare un’alleanza franco-piemontese contro l’Austria.
In cambio dell’appoggio militare, Napoleone III chiese la cessione di Nizza e Savoia, territori sottratti alla Francia dopo il 1815. E propose che Plon-Plon sposasse Maria Clotilde di Savoia, figlia quindicenne di Vittorio Emanuele II. Un’unione che i contemporanei paragonarono a quella tra un elefante e una gazzella. La guerra contro l’Austria, dichiarata da Franz Joseph il 26 aprile 1859, fu il secondo grande conflitto guidato personalmente da Napoleone III. Che non aveva mai comandato un esercito e che a Milano fu accolto, come scrisse egli stesso a Eugénie, non da entusiasmo, ma da un delirio. Ma a Solferino Napoleone III scoprì il volto reale della guerra che aveva scatenato. Visitare i feriti fu, secondo Shawcross, il compito che più lo travolse di sofferenza e senso di colpa. Fu proprio l’orrore di quella battaglia a spingere Henry Dunant, testimone della carneficina, a fondare la Croce Rossa.
Napoleone III, scosso, iniziò a chiedersi se l’indipendenza italiana valesse il sacrificio di tante vite francesi. Firmò col Kaiser un armistizio a Villafranca che lasciò a metà l’opera, cedendo la Lombardia, ma non il Veneto. E fece infuriare Cavour al punto da spingerlo alle dimissioni. In compenso Napoleone III ottenne Nizza e Savoia tramite plebiscito. E visitò per primo, tra i monarchi di Francia, l’Algeria. Qui sostenne, controcorrente per l’epoca, che arabi, berberi ed ebrei potessero diventare cittadini francesi a pieno titolo. Dal 1860 l’imperatore concesse gradualmente parte dei propri poteri dittatoriali, convinto che la libertà non fondi mai un edificio politico duraturo, ma lo corona quando il tempo lo ha già consolidato. Furono anni di grandi opere, da Les Halles all’acqua più economica per i parigini. Ma il fisico dell’imperatore, però, si sgretolava. Nevralgie atroci, calcoli alla vescica, emorroidi, insonnia, un fiato corto per il fumo incessante.
L’amico medico Henri Conneau gli inseriva occasionalmente un catetere per allargare l’uretra, ma Napoleone III rifiutò l’intervento chirurgico, affidandosi come i genitori prima di lui alle terme. Le notti le dedicava a un’altra passione, la biografia di Giulio Cesare. Che nel 1865 vendette quarantamila copie nelle prime tre ore. Il decennio successivo fu segnato da avventure sempre più rischiose. Approfittando della Guerra civile americana, Napoleone III intervenne in Messico installando Massimiliano del Messico su un trono sostenuto da prestiti che gravarono su un governo già prossimo al fallimento. Alla Polonia insorta contro la Russia nel 1863, nonostante le pressioni di Plon-Plon, non offrì invece alcun sostegno concreto. Quando Otto von Bismarck sconfisse l’Austria a Sadowa nel 1866, Napoleone III sperò invano in un ruolo di arbitro europeo. Ottenne solo il Veneto, da girare all’Italia, mentre un tentativo di acquistare il Lussemburgo si risolse in un’umiliazione a opera della Prussia.
L’Esposizione universale del 1867 fu un trionfo di pubblico. Gioachino Rossini compose per l’occasione “Hymne à Napoléon III et à son vaillant people”. Ma coincise con la notizia della crisi messicana e con la caduta di Massimiliano, fucilato il 19 giugno 1867 nonostante gli appelli internazionali, tra cui quelli di Giuseppe Garibaldi e Hugo, raccolti dal generale Benito Juárez. Gli ultimi anni dell’Impero furono un susseguirsi di riforme liberali che si ritorcevano contro il loro autore. La liberalizzazione della stampa e del diritto di riunione, la legalizzazione degli scioperi, aprirono la strada a un’agitazione operaia. Nel 1870 il cugino Pietro Napoleone Bonaparte – figlio di Luciano Bonaparte, fratello del primo imperatore – uccise a colpi di rivoltella il giornalista Victor Noir, scatenando una tempesta politica. Eppure, il plebiscito del 1870 sulle riforme liberali confermò il consenso di massa, 7,3 milioni di sì contro 1,5 di no.
Léon Gambetta riconobbe che l’imperatore non era mai stato così forte. Fu proprio quella percezione, secondo Shawcross, a ingannare Napoleone III sulla soglia del disastro. Scambiò per volontà nazionale l’entusiasmo bellicista della corte, alimentato soprattutto da Eugénie, ostile alla Prussia. E dichiarò guerra a un esercito francese impreparato contro le forze combinate di Prussia e dei suoi alleati tedeschi. La disfatta fu rapida e totale. Contro i 420mila uomini prussiani e alleati, la Francia poté opporre solo 300mila soldati raccolti in fretta e distribuiti su un fronte troppo ampio. Rinchiuso a Sedan, malato, in preda a un dolore fisico che lo costrinse più volte a scendere da cavallo, Napoleone III prese quella che Shawcross definisce una decisione più coraggiosa di quella dello zio. A differenza di Napoleone, fuggito da Egitto, Russia e da Waterloo, scelse di restare con il proprio esercito e di arrendersi, per risparmiare un’inutile carneficina.
Fu prima ricevuto da Bismarck, che gli negò l’incontro con il re di Prussia, Guglielmo I, finché la resa non fosse firmata, poi dal sovrano stesso. Sorprese quest’ultimo insistendo di non aver mai voluto la guerra, di esservi stato spinto dall’opinione pubblica francese. Fu quindi condotto prigioniero al castello di Wilhelmshöhe, che peraltro era lo stesso da cui regnava un tempo zio Girolamo, re di Westfalia. A Parigi la notizia sconvolse il Paese. Eugénie, incredula, gridò che un Napoleone non si arrende mai e che in realtà era morto. La folla tirò giù anche la colonna dello zio in Place Vendôme e Gambetta proclamava decaduta la dinastia. Temendo il saccheggio delle Tuileries, come nel 1792, Eugénie fuggì grazie all’aiuto del suo dentista americano, Thomas Evans, raggiungendo l’Inghilterra e stabilendosi a Camden Place, a Chislehurst, nel Kent. Bismarck proclamò l’Impero tedesco nella Sala degli Specchi di Versailles.
Fu il massimo dell’umiliazione per la Francia. Con condizioni di pace durissime: la cessione di Alsazia e Lorena e cinque miliardi di franchi di riparazioni, da versare entro cinque anni sotto occupazione militare tedesca. Liberato con la fine della guerra, Napoleone III raggiunse l’Inghilterra nel marzo 1871, mentre a Parigi la rivolta della Comune, nata dal tentativo del governo di Thiers di disarmare la Guardia nazionale, si concludeva nella “Settimana di sangue” sotto il comando di Patrice de Mac Mahon. Una repressione che, appresa la notizia, lo lasciò sgomento per la sua ferocia, superiore a qualunque cosa fosse mai accaduta sotto il Secondo Impero. A Camden Place, Plon-Plon tentò di convincere Eugénie a sostenere un suo piano di restaurazione appoggiato da Bismarck, incolpandola del crollo dell’Impero. Lei lo respinse per tutti i “sabotaggi” compiuti nei lustri. Anziano e provato, Napoleone III rifiutò ogni nuova avventura politica.
Confidò che in Francia si fossero già tentate tutte le forme di governo senza successo. Costretto a sottoporsi all’intervento chirurgico per i calcoli renali che aveva rimandato per una vita, fu operato il 2 gennaio 1873. Un secondo intervento si rese necessario il 6 gennaio. Un terzo venne programmato, ma non si tenne mai. Le sue ultime parole, riporta Shawcross, furono: «A Sedan non ci siamo comportati da codardi, vero?». Luigi Napoleone Bonaparte morì il 9 gennaio 1873. La notizia suscitò grande scalpore in Gran Bretagna. Fu sepolto con il gran cordone della Legion d’onore, la spada al fianco e ai piedi il kepi indossato a Sedan. Sei anni dopo, nel 1879, anche il figlio morì in Sudafrica nella guerra anglo-zulu, colpito da diciassette ferite da lancia. Con lui si spense la breve rinascita elettorale del Bonapartismo. Plon-Plon si autoproclamò erede di un movimento privo di futuro.
Shawcross ricorda il giudizio di Émile Zola, repubblicano di ferro, secondo cui Napoleone III fu tutto sommato un buon uomo, nonché quello della Sand, per cui affidare i destini di tutti a un solo uomo resta l’atto più insensato che un popolo civile possa commettere. L’autore rifiuta le analogie superficiali con le dittature del Novecento. Il Secondo Impero non fu uno Stato di polizia o uno Stato a partito unico. Fu una democrazia illiberale. Una dittatura popolare. Oggi, la Parigi amata da turisti e cineasti è la sua eredità più visibile. Eppure, non esiste una sola statua dedicata a lui – Mac Mahon ha un intero viale. Nel 1987 Napoleone III ricevette un modesto omaggio. Una targa fuori dalla Gare du Nord. Oggi, nota Shawcross, gli unici che si fermano in quel punto sono i viaggiatori in cerca di una sigaretta al treno. Tributo che l’imperatore, fumatore incallito, avrebbe apprezzato.
Amedeo Gasparini