
David Grossmann a Strasburgo nel 2015 (Fonte: Wikimedia)
In questi giorni di sottolineatura del 7 ottobre 2023, con la cosiddetta «Operazione Alluvione Al-Aqsa» e con l’eccidio di 1200 israeliani e 251 rapiti, vicino al kibbutz di Re’im, è tornato spesso in cronaca David Grossman. Il famoso scrittore e intellettuale è un testimone lucido, che ha vissuto lo squarcio al cuore di un figlio caduto in guerra e resta comunque un coraggioso e strenuo sostenitore del perseguimento della pace. Il 12 agosto del 2006, Uri – secondogenito di David e Michal – fu ucciso alla vigilia dei suoi 21 anni nell’ultimo giorno della Seconda guerra del Libano. Quel lutto è stato elaborato in diversi libri, tra i quali A un cerbiatto somiglia il mio amore (colpì molto il suo straziante addio, pronunciato il 17 agosto a nome anche della mamma, del fratello Yonatan e della sorella Ruti). Lo intervistai a Bergamo il 27 gennaio del 2009: gli tremava ancora la voce e gli si inumidivano gli occhi quando la memoria portava a quella perdita incolmabile. David però in quel lacerante distacco si imponeva di cogliere spiragli di luce, la volontà di leggere e conciliare quasi un ossimoro: la difesa della patria da una parte e il dovere-impegno del soldato di Israele di «difendere noi stessi e la nostra anima; di insistere a preservarla dalla tentazione della forza e da pensieri semplicistici, dalla deturpazione del cinismo, dalla volgarità del cuore e dal disprezzo degli altri, che sono la vera, grande maledizione di chi vive in una area di tragedia come la nostra».

Memoriale delle vittime del Nova Festival durante gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023
C’è un parallelo che corre proprio in questi giorni del terzo anniversario della strage. È quello con Gadi Eisenkot il generale che ha visto cadere nelle battaglie di Gaza il minore dei suoi 5 figli, Gal, morto nel dicembre 2023, durante le prime offensive israeliane di rappresaglia per l’ecatombe subita. Intanto la guerra continua. Sono calcolati in 75 mila i palestinesi uccisi in questi 3 anni, con 363 kmq di territorio ridotto in macerie a Gaza.

Rovine di Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, distrutta dai bombardamenti israeliani, 23 febbraio 2025 (Foto: Jaber Jehad Badwan)
L’ex-capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane Eisenkot, che a Gaza ha perso anche due nipoti, fece parte per alcuni mesi del Consiglio di guerra ristretto con la speranza di poter fare da moderatore tra i falchi del governo Netanyahu. Decise di lasciare anche per le modalità con cui fu condotta la crisi degli ostaggi e per non aver saputo «trasformare i risultati militari in avanzamenti diplomatici». Si è rimesso in politica e oggi è un contendente molto accreditato in vista delle imminenti elezioni – il 27 ottobre 2026 – quale leader dello schieramento Yashar! (“Diritto!”). Tra gli obiettivi: quello primario di onorare la memoria del prezzo altissimo pagato dal figlio Gal e da tutte le vittime a vario titolo del più grande massacro per Israele dopo l’Olocausto.

L’allora capo di stato maggiore Gadi Eisenkot (al centro) nel 2011 (Foto: IDF)
Si dice che la cronaca racconta e la storia spiega. Forse è vero che nella modernità del presente tutto si è fatto contemporaneo e le parole di Grossman in quella intervista – che con la velocità odierna dei tempi pare lontana – conservano purtroppo una drammatica attualità, ma anche l’insopprimibile anelito di una giusta pace. È la prospettiva tracciata dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme che – ricordando il “dramma gravissimo” del 2023 – ha detto che «quanto successo nel Sud di Israele 3 anni fa, certamente ha segnato uno spartiacque nella vita di Israele, ma anche nella nazione e tra i palestinesi. Il futuro sicuramente è tutto da ricostruire in questo momento, non solo a livello di infrastrutture, ma anche a livello di relazioni, di umanità, che ha bisogno di essere ripensata dentro tutto quello che è accaduto».

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa (Foto: Wikimedia)
G.Z.
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“La vera ansia che permea la nostra vita in Israele”
Lo scrittore che ha perso un figlio in guerra, il dovere di costruire ponti di pace lasciando la via della violenza e dell’odio. “È necessario che i moderati di entrambe le parti si mettano insieme per isolare gli estremisti”.

David Grossmann (Foto: www.stephan-roehl.de)
Il giardino di parole nel quale David Grossman continua a seminare, coltivare e far crescere fiori di ragione e di speranza è attraversato da un forte vento simbolico che lo scrittore fa soffiare contro la guerra, «l’azione più inumana possibile”, strenuamente convinto al tempo stesso che “tocca alla politica e non alle armi piegarsi sulle questioni irrisolte, sui drammi aperti, sui processi di integrazione e di convivenza da risolvere… La politica è sforzo di capire le ragioni dell’altro pur sapendo che esiste una zona d’ombra, quella che delimita appunto l’“altro”, nella quale non si potrà mai penetrare sino in fondo, proprio perché l’”altro” è diverso, ma non inferiore». Lo scrittore non ci sta e non si piega al meccanismo della vendetta e alle soluzioni muscolari del “rispondere colpo su colpo”. Con i suoi interventi pubblici, i suoi scritti, il suo non sottrarsi, rappresenta un esempio e una strada. Ed è un respiro che si coglie nella sua posizione, che nell’intervista del 2009 partì dalla Shoah per giungere fino al presente. Lo vediamo dagli stralci di quella lunga conversazione, rimasta molto attuale e purtroppo anche aperta.
Cosa deve significare il ricordo della Shoah
Dobbiamo ricordare la Shoah per scongiurare un’altra “notte della ragione”. Ma come evitare che il ricordo sia un momento vuoto?
Dobbiamo ricordare. Ma a volte l’atto di ricordare può diventare un cliché, nel senso che noi diciamo le cose, senza però sentire l’essenza stessa di quello che noi diciamo. Quando noi pronunciamo la parola Shoah, a volte questa diventa un simbolo con il rischio che rimanga vuota. Per ricordare veramente, occorre mettersi lì, nei panni delle vittime ma anche dei carnefici, in quelle stesse situazioni e chiederci che cosa avremmo fatto noi, come avremmo reagito se vittime e anche se carnefici. Questo è l’unico modo per ricreare in vita quel dilemma morale, quella durezza della vita quotidiana, la disperazione dell’umanità in quelle condizioni. Solo così possiamo ricordare.
Perché bisogna fare i conti con la Shoah?
Ho scritto un libro, Vedi alla voce amore perché c’è stato un momento nella mia vita in cui ho capito che non avrei più saputo chi ero come ebreo, israeliano, scrittore, padre, uomo, se non avessi fatto i conti con la Shoah. In effetti chiunque, uomo o donna, insegnante, giornalista, tassista, carpentiere dovrebbe porsi questa domanda, se noi vogliamo veramente evitare che si ripeta questa catastrofe umana e disumana. Essere ebreo e israeliano non è sempre sovrapponibile, a volte le due identità sono persino in lotta. Eppure io non potrei rinunciare a nessuna.
Lezione centrale dall’Olocausto per oggi?
L’insegnamento sta nel come noi educhiamo i nostri figli; nei modi di gestire la politica; nel dove trovare un senso dominante in Israele considerando che potrebbe non esserci un futuro. La nostra esistenza è molto fragile e nessuno sa se riusciremo davvero a sopravvivere. Questa è la vera ansia che permea la nostra vita in Israele e a volte questo può spiegare perché reagiamo in maniera esagerata a qualunque tipo di minaccia. Sia gli israeliani che i palestinesi continuano a ritrovarsi su una via programmata, quella della violenza e dell’odio… Noi, purtroppo, israeliani e palestinesi, siamo bloccati in una stessa trappola.
La soluzione realistica: due Stati per due popoli
Quale soluzione vede Grossman dal suo osservatorio per israeliani e palestinesi?
Se noi vivessimo in un mondo perfetto, sarebbe bello vivere senza bisogno né dello Stato né delle frontiere. Ovviamente questo mondo perfetto appartiene al sogno. Realisticamente la soluzione è in due Stati per due popoli, così che i palestinesi possano veramente vivere la loro vita al meglio, nella pace, investendo tutti i loro talenti e le loro qualità per costruire una società dove far crescere i figli senza l’umiliazione dell’occupazione. E anche Israele ha diritto ad uno Stato sovrano, sicuro, indipendente, che abbia un futuro possibile, per poter sfruttare al meglio tutto il suo potenziale. Io vedrei due Stati che possono vivere insieme, con normali frontiere, come quelle che dividono tutti i Paesi, dove non esiste un muro e dove ci sono tanti punti di passaggio, attraverso i quali transitare per motivi commerciali, perché c’è un libero movimento delle persone, delle idee e delle merci.
“Ma io non voglio sconfiggere l’altro”
Lei da tempo va sostenendo la necessità che le parti si parlino almeno per capirsi. Ma sembra un messaggio per sordi…
Le persone in Israele oggi sono terrorizzate e quando si è terrorizzati non si è aperti al dialogo con l’Altro. Si vuole prima sconfiggere l’Altro e poi magari ascoltare. Io, invece, non voglio sconfiggere l’Altro: ritengo che ci debbano essere due parti, che siano abbastanza forti da potersi parlare e farsi reciprocamente concessioni dolorose ma necessarie… È un lungo processo il superamento di questi ostacoli psicologici, del sospetto e della paura, del pregiudizio nei confronti degli Altri.
Di che cosa ha bisogno soprattutto la pace?
Mi domando anch’io quanto sangue dovrà ancora essere sparso e quanto tempo ci vorrà prima che si giunga alla pace. Se non acceleriamo il passo, cresceranno la frustrazione e l’odio, spianando la strada aperta da Hamas. È necessario che i moderati di entrambe le parti si mettano insieme per isolare gli estremisti. Sarà un lungo processo ma sono sicuro che riusciremo a risolvere questa situazione perché i nostri ideali sono forti.
Giuseppe Zois