Mi sono conosciuto nel sogno (Adelphi 2026), nella nuova edizione ampliata a cura di Valentina Fortichiari e con prefazione di Giuseppe Pontiggia, raccoglie gli appunti quotidiani che Guido Morselli tenne dall’aprile 1938 al luglio 1972, pochi mesi prima della morte. Il suicidio costella specialmente la prima parte del volume. Quasi una triste eterogenesi dei finni. Pontiggia individua nella pratica del diario dello scrittore bolognese un tentativo di stabilire con il presente un rapporto che a Morselli, altrove, sfuggiva sempre. Ricorda a questo proposito Wolfgang Goethe – che consigliava di scrivere non per vivere nel futuro ma nel presente – e Michel de Montaigne, per cui descriversi «al naturale» resta un’aspirazione mai esaurita. Il diario, scrive Pontiggia, funziona per Morselli come uno specchio che restituisce identità a un narratore altrimenti disseminato nelle proprie trame. Ne definisce anche la statura, chiamandolo un «narratore europeo».
Proprio l’immagine dello specchio ricorre già nelle prime pagine, in una nota del 1943. «È necessario guardarsi allo specchio. Bisogna “vedersi” ogni tanto. Per conservare pieno e reale il senso di sé, bisogna che almeno una volta al giorno ritroviamo le nostre sembianze». Il titolo del volume viene proprio da un appunto del 3 dicembre di quell’anno. «Io mi sono conosciuto nel sogno», legato al racconto di un sogno in cui Morselli si trovava in villeggiatura in una stazione climatica di montagna. Già in un appunto del 1938 fissa un pensiero sulla natura umana che tornerà più volte, in forme diverse, nel diario. «Negli uomini, non esiste veramente che una sola coerenza: quella delle loro contraddizioni». Sul rapporto con le donne e sull’amore, Morselli annota il 13 maggio 1944: «Esser fedeli a una donna, significa esser fedeli a se stessi».
Il 16 settembre 1956 osserva come in una donna «la sua opacità amorosa, la sua coerenza nel non capire nulla dell’amore» restino intatte, «fenomeni della natura». Attraversa il diario una riflessione sul suicidio che, letta oggi, anticipa la morte. Il 26 novembre 1948 spiega: «Nessuno si è mai tolto volontariamente la vita. Il suicidio è una condanna a morte della cui esecuzione il giudice incarica il condannato». E poche righe più avanti aggiunge che si uccide chi, «avendo l’energia ad agire», non può farlo. Il 28 luglio 1967: «Tutto della vita è inutile, se la morte è invincibile». Lo stesso senso di inutilità aveva già preso, nel novembre 1959, la forma di un bilancio esistenziale: «Ho lavorato senza mai un risultato; ho oziato, la mia vita si è svolta nella identica maniera. Ho pregato, non ho ottenuto nulla; ho bestemmiato, non ho ottenuto nulla […] Tutto è ugualmente inutile».
Il 1° luglio 1960 osserva che «l’esperienza umana è troppo contraddittoria per poter essere veramente “preziosa”». Negli anni Sessanta la riflessione si fa più esplicitamente metafisica. Il 9 settembre 1963 scrive: «Dagli dèi, dobbiamo imparare per lo meno una virtù: la discrezione. Essi si comportano in ogni caso come se non esistessero», in un appunto che affianca a un riferimento a Friedrich Nietzsche. Poco dopo osserva che nessun «senso» esiste nel mondo della natura. E sviluppa l’idea di Dio come «anti-caso». Probabilmente, scrive, l’unica entità di cui si possa dire con sicurezza che non ubbidisce al caso è Dio, la cui idea nasce come evasione, come bisogno di postulare qualcosa sottratto ai nostri limiti. In seguito, torna sulla crisi del soggetto: «Il soggettivismo ha finito con lo scuotere le basi della nostra stessa consapevolezza di “esserci”. All’origine di tutte le nostre crisi […] sta un’angoscia esistenziale».
Non lontano da questo pensiero è un’altra annotazione. «Il tempo è una conseguenza (un espediente) della spazialità; il giovane uomo che tu eri non si è vanificato, non è ricaduto nel nulla: è, ma non è qui». Non mancano gli aforismi più leggeri, spesso rivolti al proprio Paese e a quello in cui visse a lungo. Della Svizzera scrive, nell’ottobre 1952, che è «questa repubblica platonico-alberghiera». Dell’Italia, l’anno dopo, che è «quel paese dove è estremamente facile fare quello di cui non si ha diritto, estremamente difficile fare quello di cui si ha diritto». Di sé, come emiliano, annota nel 1955: «autodidatta e anticonformista». Sul piano teologico alterna posizioni quasi opposte: «Dio è come il mare: sorregge chi gli si abbandona», scrive in un primo appunto. Per poi annotare, l’anno dopo, che «Dio è il nome di una psicosi, di cui prima o dopo tutti soffriamo».
Le letture accompagnano costantemente la scrittura del diario. Tra le pagine compaiono, tra i più noti, Marcel Proust, Charles Baudelaire, Gustave Flaubert, Martin Buber, Franz Kafka – di cui Morselli segna la fine della lettura de Il processo – e Michail Bulgakov, terminato in biblioteca con Il Maestro e Margherita. Da Cesare Pavese riprende una riflessione sul dolore, che «non è affatto un privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio», e da André Gide una frase in francese sulla ripetizione necessaria di ciò che è già stato detto, perché nessuno ascolta. Chiude il diario, il 30 luglio 1972, una constatazione amara su vent’anni di dispute teologiche, scismi, scomuniche e guerre, «per concludere che “Dio è morto”» — mentre l’ultima nota raccolta nel volume resta un motto quasi da manuale: «Criticare humanum est».
Amedeo Gasparini
Mi sono conosciuto nel sogno (Adelphi 2026), nella nuova edizione ampliata a cura di Valentina Fortichiari e con prefazione di Giuseppe Pontiggia, raccoglie gli appunti quotidiani che Guido Morselli tenne dall’aprile 1938 al luglio 1972, pochi mesi prima della morte. Il suicidio costella specialmente la prima parte del volume. Quasi una triste eterogenesi dei finni. Pontiggia individua nella pratica del diario dello scrittore bolognese un tentativo di stabilire con il presente un rapporto che a Morselli, altrove, sfuggiva sempre. Ricorda a questo proposito Wolfgang Goethe – che consigliava di scrivere non per vivere nel futuro ma nel presente – e Michel de Montaigne, per cui descriversi «al naturale» resta un’aspirazione mai esaurita. Il diario, scrive Pontiggia, funziona per Morselli come uno specchio che restituisce identità a un narratore altrimenti disseminato nelle proprie trame. Ne definisce anche la statura, chiamandolo un «narratore europeo».
Proprio l’immagine dello specchio ricorre già nelle prime pagine, in una nota del 1943. «È necessario guardarsi allo specchio. Bisogna “vedersi” ogni tanto. Per conservare pieno e reale il senso di sé, bisogna che almeno una volta al giorno ritroviamo le nostre sembianze». Il titolo del volume viene proprio da un appunto del 3 dicembre di quell’anno. «Io mi sono conosciuto nel sogno», legato al racconto di un sogno in cui Morselli si trovava in villeggiatura in una stazione climatica di montagna. Già in un appunto del 1938 fissa un pensiero sulla natura umana che tornerà più volte, in forme diverse, nel diario. «Negli uomini, non esiste veramente che una sola coerenza: quella delle loro contraddizioni». Sul rapporto con le donne e sull’amore, Morselli annota il 13 maggio 1944: «Esser fedeli a una donna, significa esser fedeli a se stessi».
Il 16 settembre 1956 osserva come in una donna «la sua opacità amorosa, la sua coerenza nel non capire nulla dell’amore» restino intatte, «fenomeni della natura». Attraversa il diario una riflessione sul suicidio che, letta oggi, anticipa la morte. Il 26 novembre 1948 spiega: «Nessuno si è mai tolto volontariamente la vita. Il suicidio è una condanna a morte della cui esecuzione il giudice incarica il condannato». E poche righe più avanti aggiunge che si uccide chi, «avendo l’energia ad agire», non può farlo. Il 28 luglio 1967: «Tutto della vita è inutile, se la morte è invincibile». Lo stesso senso di inutilità aveva già preso, nel novembre 1959, la forma di un bilancio esistenziale: «Ho lavorato senza mai un risultato; ho oziato, la mia vita si è svolta nella identica maniera. Ho pregato, non ho ottenuto nulla; ho bestemmiato, non ho ottenuto nulla […] Tutto è ugualmente inutile».
Il 1° luglio 1960 osserva che «l’esperienza umana è troppo contraddittoria per poter essere veramente “preziosa”». Negli anni Sessanta la riflessione si fa più esplicitamente metafisica. Il 9 settembre 1963 scrive: «Dagli dèi, dobbiamo imparare per lo meno una virtù: la discrezione. Essi si comportano in ogni caso come se non esistessero», in un appunto che affianca a un riferimento a Friedrich Nietzsche. Poco dopo osserva che nessun «senso» esiste nel mondo della natura. E sviluppa l’idea di Dio come «anti-caso». Probabilmente, scrive, l’unica entità di cui si possa dire con sicurezza che non ubbidisce al caso è Dio, la cui idea nasce come evasione, come bisogno di postulare qualcosa sottratto ai nostri limiti. In seguito, torna sulla crisi del soggetto: «Il soggettivismo ha finito con lo scuotere le basi della nostra stessa consapevolezza di “esserci”. All’origine di tutte le nostre crisi […] sta un’angoscia esistenziale».
Non lontano da questo pensiero è un’altra annotazione. «Il tempo è una conseguenza (un espediente) della spazialità; il giovane uomo che tu eri non si è vanificato, non è ricaduto nel nulla: è, ma non è qui». Non mancano gli aforismi più leggeri, spesso rivolti al proprio Paese e a quello in cui visse a lungo. Della Svizzera scrive, nell’ottobre 1952, che è «questa repubblica platonico-alberghiera». Dell’Italia, l’anno dopo, che è «quel paese dove è estremamente facile fare quello di cui non si ha diritto, estremamente difficile fare quello di cui si ha diritto». Di sé, come emiliano, annota nel 1955: «autodidatta e anticonformista». Sul piano teologico alterna posizioni quasi opposte: «Dio è come il mare: sorregge chi gli si abbandona», scrive in un primo appunto. Per poi annotare, l’anno dopo, che «Dio è il nome di una psicosi, di cui prima o dopo tutti soffriamo».
Le letture accompagnano costantemente la scrittura del diario. Tra le pagine compaiono, tra i più noti, Marcel Proust, Charles Baudelaire, Gustave Flaubert, Martin Buber, Franz Kafka – di cui Morselli segna la fine della lettura de Il processo – e Michail Bulgakov, terminato in biblioteca con Il Maestro e Margherita. Da Cesare Pavese riprende una riflessione sul dolore, che «non è affatto un privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio», e da André Gide una frase in francese sulla ripetizione necessaria di ciò che è già stato detto, perché nessuno ascolta. Chiude il diario, il 30 luglio 1972, una constatazione amara su vent’anni di dispute teologiche, scismi, scomuniche e guerre, «per concludere che “Dio è morto”» — mentre l’ultima nota raccolta nel volume resta un motto quasi da manuale: «Criticare humanum est».
Amedeo Gasparini