In piena vigoria fisica e intellettuale, “don Mino” come è familiarmente chiamato compie 90 anni: per lui si potrebbe dire “quattro volte e mezza vent’anni”, a significare il dinamismo che continua a contraddistinguere i suoi giorni.

Monsignor Pier Giacomo Grampa
Anni fa un giornale mi chiese un ricordo appropriato per ogni vescovo che ho avuto da editori del fu-Giornale del Popolo. Ripiegai su una metafora: Giuseppe Martinoli un cielo senza nuvole con la saldezza dei duemila anni di Chiesa; Ernesto Togni la brezza del mattino che accarezza il viso e lo sguardo con il suo impegno per la nostra gioia; Eugenio Corecco con le sue illuminanti intuizioni sul futuro incombente e quindi il passaggio dalle parrocchie alle zone pastorali; Giuseppe Torti la luna, con la delicatezza della transizione e l’apertura ai segni della modernità e ai segnali della speranza; infine Grampa, il vento che soffia instancabile apportatore di novità con il suo passaggio e i cambiamenti che solleva nella scia. E a portare questa ventata che interpretava c’era la luce del Concilio, primavera ecumenica alla quale non era e non è ancora seguita l’estate. Grampa si è mosso sulle orme tracciate e lasciate da Papa Montini, la sua stella polare nel magistero. Montini era Paolo, e non Amleto come qualcuno lo ha etichettato molto superficialmente. Grampa nel suo episcopato ha privilegiato, cercato e dato concretezza all’idea dei fatti più delle parole, spinto dalla potente molla di un dinamismo che è la sua icona.
Parole da allergia acuta
“emerito” e “servo inutile”
Nominato vescovo il 18 dicembre 2003 e ordinato il 25 gennaio 2004, ha voluto connotare con un impulso a tutto campo la sua azione. Il timing gli dava sulla carta 8 anni davanti per pianificare e svolgere il programma che aveva nell’animo e in testa: è ancora in vigore infatti, ad altimetria variabile di Roma, il termine anagrafico dei 75 anni per andare in pensione, rassegnando le dimissioni o per dirla in termini dolcificati diventare “emeriti”. Non ha mai fatto mistero don Mino della contrarietà a questa soglia, che nel suo caso ha avuto due anni di bonifica. Né ci sta alla definizione di “servo inutile”, sia pure nella sfumatura anche qui di “uno che fa il suo dovere senza cercare un utile”. Lui ha lavorato e continua a farlo anche oggi, quando – il 28 ottobre – scoccano i 90 anni, operaio della prima ora nella vigna, per stare ad un’altra parabola evangelica.

Il vescovo Grampa negli anni della sua Visita pastorale
La Visita pastorale
e i principali cantieri
Traducendo nel pratico, per il campo della Diocesi che gli veniva affidato, don Mino aveva uno sciame di priorità, a partire dalla Visita pastorale che s’è imposto, visto che l’ultima completa risaliva a Martinoli, giunto a fine mandato nel 1978. Dalla Cattedrale fino all’ultimo oratorio dell’ultimo paese del Ticino, don Mino è stato nelle (allora) 255 parrocchie, con un tour non indifferente per la meticolosità che è nel suo stile operativo. Ricapitolando il decennale della sua permanenza sulla cattedra di San Lorenzo, si possono indicare: i cantieri di restauro/ristrutturazione della Cattedrale con annesso museo e del Palazzo vescovile; l’acquisizione del Monastero San Giuseppe poi trasformato in Centro pastorale diocesano, radunandovi tutti gli uffici e Commissioni; l’acquisizione del convento di Loreto. E prima di scendere a Lugano non vanno dimenticati i lavori di ristrutturazione, ampliamento e restauro del Collegio Papio – dove s’è speso per qualcosa come 38 anni – e dell’annessa chiesa, dotata di un organo con note da… un milione. Nella lunga stagione sulle rive del Verbano, il futuro vescovo non volle trascurare la fondamentale componente pastorale della sua vocazione per cui è stato in cura d’anime a Moghegno-Aurigeno e Ascona.

Un’immagine molto simbolica e pastorale: qui è sul monte Tamaro
L’ossigeno ritrovato
al “Giornale del Popolo”
L’elenco delle principali opere al suo attivo sarebbe incompiuto se non si citasse la sua ferma e decisa salvaguardia del “Giornale del Popolo”, cui ha continuato a dare un apporto anche dopo essersi ritirato – pardon, “trasferito” – all’Istituto S. Angelo di Loverciano: più di 10 anni nei quali ha dimostrato nel concreto quanta e quale fosse l’importanza che don Mino attribuiva al quotidiano diocesano, che proprio quest’anno – al 21 dicembre – avrebbe raggiunto i cent’anni di esistenza. Gli aveva assicurato il futuro appena giunto in Curia, grazie a un provvidenziale accordo con Matilde Soldati e il “Corriere del Ticino”, che si sarebbe verosimilmente potuto continuare. Questo è di sicuro il rammarico più grosso che si porta addosso, anche perché se fosse stato coinvolto più direttamente, la scommessa – lui, pochissimo incline alle sconfitte – l’avrebbe vinta. Peccato per la comunicazione nel suo complesso: è una delle non poche testate venute meno (in un certo periodo si era arrivati a 7 quotidiani nel Ticino), ma val la pena di ricordare che un suo predecessore, a precisa domanda nel merito, rispose senza esitare che piuttosto di chiudere il GdP avrebbe venduto una chiesa o forse due. Quelle intanto hanno banchi sempre più vuoti e il giornale, che entrava in case di altra ispirazione con i suoi valori, principi e lettura della vita e dei fatti – non c’è più.

Il vescovo emerito Pier Giacomo Grampa con l’amministratore apostolico Alain de Raemy
Uno sguardo sempre
“oltre la siepe”
Non ho avuto don Mino come editore, ci siamo mancati, scherzi del tempo: lui giunse tardi per il giornale e io ero già partito. Un’ultima annotazione però ci vuole a margine di questi 90 anni di don Mino, e con un sodalizio iniziato a fine anni 60, lui già al Papio e io esordiente all’Eco di Locarno con Raimondo Rezzonico. Abbiamo totalizzato mezzo secolo di collaborazione mai interrotta: non ricordo, e credo nemmeno lui che ne era l’autore, quanti articoli ha prodotto – sempre per volontariato di causa, giusto rilevarlo – per il “suo” giornale. Idem per le numerose rubriche che sfornò nel corso dei decenni, imbufalendosi anche se talvolta per motivi di foliazione non si dava seguito immediato alla pubblicazione. Ce n’è una tuttavia alla quale teneva molto, si chiamava: “Oltre la siepe”. Appunto, un’altra sua metafora. Sempre, l’infinito!
E infiniti sono gli auguri del popolo che continua a volergli bene. Anche per la sua impulsività da “emotivo primario”.
Giuseppe Zois