Nato il 5 novembre 1926 a Caneggio, Franco Biffi fu ordinato sacerdote nel 1949, proseguendo gli studi prima all’Università Gregoriana di Roma, poi a quella di Lovanio, in Belgio. Nominato Segretario cantonale dell’Organizzazione cristiano sociale ticinese nel 1953, fu insegnante di sociologia in seminario fino al 1967 quando venne nominato arciprete di Mendrisio. Nel 1968 divenne Vicario generale dal nuovo Vescovo Giuseppe Martinoli. Chiamato a Roma alla cattedra di sociologia dell’Università Lateranense, ne fu nominato Rettore nel 1974, primo straniero a ricoprire questa prestigiosa carica. Nonostante l’alta responsabilità ricoperta, fu sempre vicinissimo al suo Ticino, collaborando col settimanale ”Il Lavoro” dell’OCST e col “Giornale del Popolo”. Domenica 8 novembre 2026, alle ore 10, verrà celebrata una S. Messa nella chiesa parrocchiale di Caneggio.

Monsignor Franco Biffi (Fonte: Parrocchie di Breggia)
Dal Mendrisiotto con vista sul mondo
“Glocale”, come sintesi di apertura al “globale” e attenzione al “locale” è diventata un’etichetta di modernità molto diffusa (oggi è già molto post, rispetto a quando fu coniata). Uno dei primi veri “glocalisti”, ante litteram fu di sicuro don Franco Biffi. Questo uomo e prete di Caneggio – di cui si celebra in questo inizio di novembre il centenario della nascita – ha creato con la sua preparazione e le sue lungimiranti intuizioni – nuovi spazi e orizzonti: perfetto e concreto interprete di concetti cresciuti in valore come “identità, appartenenza e memoria”.
Conobbi don Franco quand’era già affermato e famoso, personalità di prestigio che godeva della frequentazione e della stima di Paolo VI. Era già stato:
- docente e vicerettore del Seminario San Carlo;
- Segretario cantonale dell’OCST (Organizzazione cristiano sociale ticinese) con determinante contributo a proiettarla fino a primo sindacato nel Ticino;
arciprete di Mendrisio; - Vicario generale del nuovo Vescovo, Giuseppe Martinoli;
- apogeo romano alla Lateranense.
Qualità subito rilevabili: capacità di cogliere i segni dei tempi e polso nelle decisioni. Un lontano sempre molto vicino: questo è stato don Biffi nelle lunghe stagioni a Roma: cittadino del mondo (a qualunque latitudine si trovasse, si sentiva – e ne dava riscontro – a suo agio). In parallelo, però, con un “imprinting” molto profondo di costante richiamo ai luoghi delle radici: ad esempio, ha tenuto per decenni una rubrica molto seguita sul settimanale dell’OCST Il Lavoro – che era anche una cartina di tornasole per i lettori e non solo – sui problemi di un tempo che stava premendo sull’acceleratore, lasciandosi alle spalle la civiltà contadina, quella che ha avuto come icone e cantori nella sua terra, divenuta poi in buona misura anche mia, Angelo Frigerio, Giuseppe Arrigoni e Gino Pedroli. Si firmava Elvezio Romano, anche questo un segno identitario molto preciso e marcato.

Monsignor Franco Biffi durante un incontro con i fedeli (Fonte: Parrocchie di Breggia)
Quando d’estate tornava nel suo paese d’origine, a Caneggio, aveva introdotto un incontro diventato tradizionale. Invitava i cronisti dei due giornali allora più diffusi nel Mendrisiotto a una familiare cena a casa del fratello. Per i tre anni in cui rimasi a Mendrisio ci andammo insieme, Sergio Colotti del Corriere del Ticino e io per il Giornale del Popolo. Voleva avere un report dal vivo su persone, vicende, opere, problemi e ci ragguagliava anche con la sua spiccata conoscenza. Erano gli anni in cui si dibatteva per il collegamento della Valle di Muggio con pendolo tra il Bonello ed Erbonne. Punto centrale su cui insisteva don Biffi: è una valle piccola e non può essere ulteriormente divisa. Lui parteggiava senza esitazione alcuna per Erbonne, via Scudellate, per cui gli rimase il rimpianto. Dal piccolo sapeva volare subito alto su problemi che andavano diventando massimi, dalla cultura alla sociologia, dalla storia alle implicazioni psicologiche.
L’attenzione al particolare: quella volta alla cascata…
Giusto per dire: quand’era vicerettore in Seminario, di fatto con funzioni di rettore, oltre alle attenzioni di sensibilità umana non comune, organizzava momenti, incontri, uscite a 360 gradi. Uno dei seminaristi poi diventato prete mi ricordava come nelle escursioni estive in montagna, di fronte a certi scenari della natura, faceva sostare il gruppo chiedendo quali emozioni nascessero da un paesaggio, una vetta, un sentiero nella roccia. Una volta ci si fermò davanti allo spettacolo di una cascata. Chiese ad ognuno l’impressione provata, poi raccontò la sua: un’immagine che avrebbe fatto gola anche ad un cesellatore della parola come Dino Buzzati. La geniale metafora creata da don Biffi: cascata = velo di sposa. È da antologia.

Monsignor Franco Biffi (Fonte: Fondazione Mons. Del-Pietro)
Anche negli ultimi anni si mantenne fedele alla sua riconosciuta grande disponibilità, compatibilmente con la malferma salute gli concedeva. Gli chiesi e lo convinsi a scrivere alcuni interventi anche per il GdP a sottolineatura di feste solenni o momenti particolari. Lui c’era: un esempio, anche se gli costava fatica.
Più volte il nome di Franco Biffi è stato nella rosa dei candidati per diventare Vescovo, in particolare dopo la rinuncia di mons. Ernesto Togni. Oltre che con Paolo VI, mons. Biffi aveva collaborato a lungo con Giovanni Paolo II nella stesura dell’enciclica “Laborem Exercens” (ricordo in questo contesto che don Franco riuscì a portare a Roma per una memorabile cena con il Papa la famiglia del nipote Ovidio Biffi, altra firma storica del GdP e poi di Azione, per anni come direttore). Ci rivedemmo con mons. Franco alla consacrazione episcopale di mons. Eugenio Corecco con ricevimento finale al Palacongressi di Lugano nella festa di S. Pietro, il 29 giugno 1986. Nella conversazione accennai alla prevedibilità della scelta di Corecco per l’apporto che aveva dato al Pontefice nell’elaborazione del nuovo Diritto Canonico con amicizia non formale. “Se è per questo lo conoscevo bene anch’io”, rispose non senza percepito rammarico.

La Chiesa di Caneggio il 15 agosto 1999 in occasione della festa per i 50 anni di Messa di don Biffi
L’ultima lezione dell’attaccamento di mons. Biffi al paese dal quale non s’era mai staccato – la sua bussola interiore ha sempre indicato la Val di Muggio – è stata la scelta di tornare per sempre a Caneggio, nel cimitero, in una tomba della massima semplicità, coerente fino in fondo al suo stile che rifuggiva dall’ostentazione e dalla visibilità, due eccessi-sindrome del presente. Dopo l’identità e l’appartenenza, ecco la memoria come riferimento finale in eredità, nel silenzio dentro un perimetro che parla.
Don Franco è stato un uomo e un prete che ha dato con generosità e con intelligenza a un’infinità di destinatari d’ogni dove, testimoniando la sua vocazione, vissuta come missione, con i significati annessi: donare, trasmettere, comunicare (che traduceva nel “mettere in comune”) e infine illuminare. La metafora più consona per lui è proprio la stella polare: guida simbolica, riconosciuta e riconoscibile, che accompagna alla meta nelle traversie delle notti.
Giuseppe Zois