Dal 7 agosto 2016 al 24 gennaio il MASI di Lugano, presso il LAC, ospita fino al 24 gennaio 2027 “Umberto Boccioni. Verso la liberazione futurista”, a cura di Cristina Sonderegger. La mostra dedicata al pittore calabrese prosegue un ciclo di approfondimenti sulla storia dell’arte del Ticino già dedicato ad Alexej von Jawlensky (2023) ed Ernst Ludwig Kirchner (2024). Il progetto restituisce le tensioni, le incertezze e le contraddizioni che precedono l’adesione di Umberto Boccioni al futurismo, movimento di cui sarà tra i principali fondatori e teorici. «Cerco, cerco, cerco, e non trovo. Troverò?», annota l’artista in una pagina del diario nel marzo 1907. Un interrogativo che racchiude l’inquietudine di quegli anni e attraversa l’intera mostra. Dalle prime prove del 1903-1904 al difficile triennio 1907-1909, fino alle soluzioni formali del 1911, il percorso segue il progressivo abbandono della lezione divisionista.
Al suo posto emerge un linguaggio capace di dare forma alla modernità. Il nucleo portante dei quindici lavori esposti alla mostra del MASI proviene in gran parte dalla collezione che la Città di Lugano ricevette in dono dagli eredi di Gabriele Chiattone, tipografo luganese e committente di Boccioni. Per Chiattone l’artista realizzò diversi progetti grafici tra il 1907 e il 1909. Furono anni di incertezze economiche e di ricerca stilistica ancora priva di un punto d’approdo, che solo la svolta futurista del 1910 avrebbe chiuso. Dalle pagine del diario emerge un giovane pittore insofferente verso il “sentimentalismo moderno” dei soggetti rurali – campi, casolari, boschi. Cerca già “il nuovo” e il “tempo industriale”. Eppure, è ancora attraverso quei soggetti, paradossalmente, che Boccioni insegue il consenso del pubblico e della critica. “Campagna romana”, detta anche “Meriggio” (1903), è tra le prime prove a olio esposte.
Presentata alla LXXIV Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma, nasce nel solco del divisionismo appreso da Giacomo Balla, suo maestro negli anni romani. Prima di venderla a Chiattone nel 1908, Boccioni interviene di nuovo sulla tela con una pennellata più rapida, che accende il colore. “Campagna lombarda”, o “Sinfonia campestre” (1908) ospita pennellate di colore puro che restituiscono ancora piante e insetti con precisione entomologica. In “Casolare” la pennellata si fa filamentosa e vibrante, come se il paesaggio fosse colto da un treno in corsa. La stessa sensibilità torna in “Contadini al lavoro” (o “Risaiole”), dal formato disteso e l’orizzonte alzato. In “Treno che passa” (1908) la sagoma di un convoglio a vapore irrompe nella scena come un’ombra fuggevole. Il quadro anticipa, per densità dinamica, i temi futuristi ancora di là da venire.
“Sera d’Aprile” (1908), paesaggio brumoso di periferia che l’artista definì fatto di memoria, segna un primo allontanamento dalla pittura en plein air verso un’immagine costruita per suggestione. Più avanti sul piano della ricerca si colloca “Nudo di spalle (Controluce)” del 1909: il ritratto della madre Cecilia Forlani, vista di spalle in un’inquadratura quasi fotografica. Nel “Ritratto femminile” (1911) l’integrazione tra figura e ambiente passa per il colore, liberato da ogni resa naturalistica e risolto in una vibrazione dinamica legata al linguaggio divisionista. Il passaggio decisivo si consuma in “Visioni simultanee” (1911). Boccioni vi tenta di rappresentare insieme le forme del mondo esterno e l’estensione temporale della vita interiore. La visione nasce dal confronto con il cubismo, scoperto durante il soggiorno parigino dell’autunno 1911.
Proprio allora Boccioni incontrò Filippo Tommaso Marinetti, con cui collaborò alla stesura del Manifesto dei pittori futuristi, letto per la prima volta l’8 marzo 1910 al Politeama Chiarella di Torino. Seguì, l’11 aprile dello stesso anno, La pittura futurista. Manifesto tecnico, sottoscritto insieme a Carlo Carrà, Luigi Russolo, Gino Severini e Balla. L’obiettivo, per gli estensori, era liberare l’artista moderno dai modelli del passato e volgerlo verso un mondo dinamico: la città, le macchine, il caos cittadino. Proprio i temi che la mostra di Lugano coglie allo stato nascente. Più di un secolo dopo la morte dell’artista, avvenuta nel 1916 a soli trentatré anni, la mostra sceglie di raccontare non il Boccioni già consacrato ai manifesti e alle tele più celebri. Racconta l’artista ancora incerto. Quello che si chiedeva se avrebbe mai trovato la propria strada.