Commento

Accordo quadro con l’EU: Il tempo non gioca a favore della Svizzera

Guglielmo Tell

La Svizzera si appresta a festeggiare, martedì prossimo, la Festa nazionale. Nelle loro allocuzioni c’è da scommettere che esponenti politici di UDC, Lega dei ticinesi, ma anche di alcuni ambiti conservatori, non si stancheranno di sottolineare come la Svizzera stia tenendo fieramente testa a quella che, ai loro occhi, è una mostruosa organizzazione molto burocratica e poco democratica, ossia l’Unione europea. In un anno di elezioni federali, sparare sull’EU è già di per sé uno sport attivamente praticato, visto che aiuta a raccogliere voti, giocando sulla paura di molti confederati nei confronti di tutto quanto viene da Bruxelles. E quest’anno non farà eccezione, a maggior ragione perché lo status quo sembra accontentare persino la maggioranza del Consiglio federale.

Meglio aspettare ancora, si dicono nella Berna federale. Tanto più che, nel giugno del prossimo anno, si terranno pure le elezioni europee.

In realtà questa strategia attendista, che non dispiace neanche alla maggioranza del Parlamento, è azzardata e pericolosa. Da un lato i negoziatori comunitari si troveranno di fronte, a partire dal 1 settembre, il sessantaduenne Alexandre Fasel, che è sì un abile diplomatico, ma è anche solo l’ultimo – dopo Yves Rossier, Jacques de Watteville, Pascale Baeriswyl, Roberto Balzaretti e Livia Leu (nel frattempo nominata ambasciatrice nientemeno che a Berlino!) – di una serie purtroppo lunga di validi responsabili dello scottante dossier negoziale europeo, tutti costretti a gettare la spugna, nonostante alcuni avessero raggiunto quelli che, in gergo ciclistico, si definirebbero “successi di tappa”. Certamente non la migliore posizione di partenza in un negoziato.

Dall’altro l’Unione europea può permettersi di attendere: in buona sostanza può fare a meno della Svizzera. Che gli svizzeri facciano chiarezza su come vogliono muoversi, poi si vedrà come rispondere – questa è la strategia di Bruxelles. E così negli ambienti comunitari nessuno si è stracciato le vesti quando, nel maggio 2021, in mancanza dell’Accordo quadro, la Svizzera è stata esclusa dal programma di ricerca Orizzonte Europa, mettendo a repentaglio il lavoro di parecchi ricercatori elvetici. Oppure quando, sempre nel 2021, l’accordo settoriale per il mutuo riconoscimento nell’ambito dei prodotti farmaceutici non è stato rinnovato, procurando non pochi problemi anche a vicini tradizionalmente inclini a considerare la Svizzera con un occhio di riguardo. Vicini come il Baden–Württemberg, unico Land tedesco ad aver adottato, già nel 2017, una propria strategia per i rapporti con la Confederazione. Lo scorso anno la Svizzera è diventata il secondo partner per importanza di Stoccarda nel commercio estero, con un volume di esportazioni che ha raggiunto i 20.8 miliardi di euro, a fronte di importazioni per 18.6 miliardi di euro – un incremento di quasi il 20% rispetto al 2021. Le principali categorie di prodotti importati sono i macchinari, i prodotti chimici – e quelli farmaceutici. È perciò evidente che il Baden–Württemberg abbia particolare interesse, nell’ottica di una pianificazione degli investimenti economici, a che la Svizzera faccia la prossima mossa, cosciente del fatto che, per quanto a Stoccarda si apprezzino i confederati, la partita si decide altrove, ossia a Bruxelles.

Cleto Pescia

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