Persone e storie

Addio a Fra’ Tommaso Ottaviani, storico patriarca Cappuccino

Per 40 anni era stato missionario in Amazzonia, rientrato nella terra di Francesco, aveva irradiato il suo “Pace e Bene” dal convento di Gualdo Tadino. È mancato alla vigilia dei suoi 99 anni. In un libro, “Il cantico dell’Umbria”, è stata ripercorsa la sua esistenza spesa a trasmettere serenità.

P. Tommaso nel convento di Gualdo Tadino, dove viveva.

P. Tommaso nel convento di Gualdo Tadino, dove viveva.

L’icona più completa, riuscita e francescana del cappuccino Tommaso Ottaviani è una vignetta del pittore, scrittore e umorista satirico Alberto Fremura che nel 2015 illustrò il calendario più famoso d’Italia, quello di Frate Indovino, quell’anno dedicato da P. Mario Collarini ai “Fioretti Cappuccini”. Con la sua geniale matita d’artista raffigurò il frate intento – nella scia di Francesco con il lupo di Gubbio – ad insegnare ad un più familiare cane il segno di croce. Era l’ultimo simbolico atto del lungo e fecondo ministero di Fra’ Tommaso, come amava firmarsi alla maniera antica, senza rischio di confondere il titolo conventuale con la preposizione. All’anagrafe civile il nome di battesimo era Lucio: e chi lo scelse per lui fu lungimirante e profetico.

Vignetta di Alberto Fremura per P. Tommaso

Vignetta di Alberto Fremura per P. Tommaso

Quarant’anni in Amazzonia

Fra’ Tommaso, mancato alla vigilia dei suoi 99 anni, che avrebbe compiuto il 27 ottobre prossimo, ha interpretato con coerenza il dovere-impegno di essere luce nel cammino suo, ma soprattutto nell’accompagnamento delle folle di fedeli che ha guidato. Non sembri un’iperbole l’uso della parola “folla”. Questo frate, ricevuta l’ordinazione nel 1954, partì presto per la missione più che secolare che i Cappuccini dell’Umbria avevano avviato in quella remota e vasta regione del Brasile. La sua vita laggiù disegnò un’estesa geografia che dall’Alto Rio Negro toccò Manaus (fu a lungo nella parrocchia di San Sebastiano), Cidade de Deus, Benjamin Constant, Santo Antônio do Içá e Amaturá. Lasciò l’Umbria nel 1955, rientrò la prima volta ad abbracciare i suoi nel 1962 e accumulò qualcosa come 40 anni, in situazioni e condizioni che narrate oggi hanno dell’inverosimile, sia per la dimensione avventurosa in senso pieno sia soprattutto per la povertà estrema, in continuità piena tra convento e territorio, quindi la gente che è sempre stata in cima alle sue preoccupazioni pastorali. Non parliamo dei rischi nell’attraversare foreste, navigare su carcasse di imbarcazioni lungo fiumi, alcuni neppure segnati sulla cartina geografica, tra giaguari, caimani, anaconda, vipere, piccoli animali velenosi, ma soprattutto le diffusissime zanzare, responsabili della morte di migliaia di persone per la trasmissione di malattie letali come la malaria e la dengue. In aggiunta non marginale, ha sofferto fame e non poca, (“Che bellezza, oggi si mangia qualcosa”), affezioni varie anche per scarsità di assistenza sanitaria e farmaci. Fra’ Tommaso ricordava spesso ciò che sentiva ripetere nei suoi spostamenti: «Il Brasile è grande, non c’è bisogno di correre».

P. Tommaso alla guida della sua storica Ford Rural nel 1963 a Manaus, nella foresta amazzonica.

P. Tommaso alla guida della sua storica Ford Rural nel 1963 a Manaus, nella foresta amazzonica.

Una vita in saio: 72 anni di Messa

In una toccante confidenza che dà lo spessore del suo animo candido e totalmente proteso a dare e aiutare, mi raccomandò con insistenza di scrivere la sua “gratitudine per la grazia di conoscere tanti fratelli che, pur vivendo nascosti nella foresta, lontani e spesso dimenticati dal mondo civilizzato, non disperano mai e anzi continuano ad attendere il domani. Altra tessera del suo immenso mosaico umano e spirituale: “Cristo mi sopporta da quasi un secolo…”. Lì c’è tutto il solco del suo fertile spendersi da operaio della prima ora nella Vigna, vocazione piena nella causa assunta, come traspare dal libro “Il cantico dell’anima”.

A fine Novecento era tornato a irradiare – il verbo è appropriato – la sua sconfinata fede nella Provvidenza in Umbria, per anni è stato stanziale nel convento di Gualdo Tadino, annesso al santuario della Madonna del Divino Amore. Fra’ Tommaso c’era sempre, c’era per tutti e senza limiti d’orologio, stringeva anche sui tempi dei suoi pranzi e cene per prolungare la sua disponibilità a confortare, aiutare, sostenere, incoraggiare. Questi e altri erano i verbi della sua quotidianità: sorprendeva anche per la familiarità che aveva preso con la tecnologia moderna della comunicazione, mai stanco di apprendere qualcosa di nuovo per i suoi messaggi di speranza e di grande sensibilità, con orientamento fisso sulla generosità e misericordia di Dio. Non a caso tra le sue parabole più amate c’era quella del “figlio prodigo”.

P. Tommaso con P. Mario Collarini, direttore del Calendario di Frate Indovino e delle edizioni EFI che gli pubblicò il libro "Il cantico dell'anima"

P. Tommaso con P. Mario Collarini, direttore del Calendario di Frate Indovino e delle edizioni EFI che gli pubblicò il libro Il cantico dell’anima

Metteva nostalgia di Dio

In anni e anni di frequentazione quasi regolare nella collaborazione giornalistica alle varie iniziative di Frate Indovino non ho mai visto un tratto, neppure passeggero, che si possa avvicinare alla contrarietà o all’irritazione. Era un frate che davvero metteva nostalgia di Dio. Con lui se ne va il decano – ma per me era un vero patriarca per affabilità e buon senso – tra i Cappuccini della ex-Serafica Provincia, il più anziano anche come data d’ingresso nella famiglia dei frati.
Ora si sarà ricomposto Lassù con il gruppo di Frate Indovino: l’iniziatore P. Mariangelo da Cerqueto, il suo successore P. Mario Collarini, il Provinciale di molte iniziative editoriali P. Ennio Tiacci, poi Alberto Fremura che lo ritrasse a catechizzare il lupo e l’altro vignettista storico, Severino Baraldi. Ripensando oggi, nel momento dell’addio, credo che un intero Calendario gli sarebbe spettato di diritto, per meriti acquisiti sul campo.

Giuseppe Zois

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