
Marco Blaser (Fonte: RSI)
Una colonna storica della comunicazione nella Svizzera italiana e da qui per l’oltre-San Gottardo e oltre-confine, in Italia. È un addio che mette nostalgia: Marco Blaser è stato tra i padri storici della Radiotelevisione, un principe unanimemente riconosciuto del teleschermo, da dove è stato uno dei volti più noti, stimati e anche benvoluti per la signorilità con cui conduceva le trasmissioni – di ogni genere – dal dibattito allo spettacolo. Non c’è stato campo dove non si sia impegnato in prima persona e con puntuale successo, prima di arrivare al vertice. E anche qui ha lasciato un corale rimpianto alla sua partenza, quando scatta e comanda la legge della pensione. Che per Marco non fu un addio al mondo che era stato suo e in cui era brillata la sua stella: da divulgatore abilissimo ha continuato a primeggiare ovunque decideva e sceglieva di essere: sempre e dovunque con disponibilità esemplare, portando l’alto DNA del suo talento, della sua intelligenza che plasmavano la sua esperienza e la sua squisita sensibilità.
Lo stile è l’uomo
Sempre elegante nello stile, dialogante con tutti pur avendo ferme e chiare le sue idee, sorretto da rara e difficilmente imitabile capacità di mediazione, anche in operazioni e confronti non sempre facili o dall’esito scontato. Possedeva un’abilità invidiata e invidiabile. Non solo, ma era entrato nelle consuetudini familiari fin dalle prime apparizioni nella neonata TV: composto, misurato, accogliente con gli ospiti – una folla, a fine carriera – di nomi autorevoli, prestigiosi a vario titolo, di ogni provenienza geografica e sociale, culturale, politica, ma anche scientifica. Restano indimenticabili le cronache di Marco con Eugenio Bigatto sulla conquista della Luna, fino al primo sbarco il 20 luglio 1969. Con la stessa disinvoltura si intratteneva con i divi del cinema o della canzone, a suo perfetto agio comunque e dovunque.

Marco Blaser ed Eugenio Bigatto durante la trasmissione sul primo allunaggio nel 1969 (Fonte: RSI)
Appena lasciò la sua scrivania di direttore a Comano, presi contatto per averlo come firma nobile del Giornale del Popolo: gli precisai subito che poteva fare il Johann Cruijff a spartito libero, come il semidio olandese, icona mondiale del calcio totale, altro che campo largo. Per uno come lui non c’erano – e non ci furono mai – limiti di sorta. Accettò senza neppure concordare alcuna condizione economica da quel gran gentlemen che era. Sempre sul pezzo, un mito anche in questo: per tutta la mia direzione. Fui io una volta – quando Marco ancora teneva saldo lo scettro TSI – a dirgli di no per un dibattito sul nascente settimanale Il Caffè, dove come quotidiani ci si sarebbe dovuti schierare contro la new entry sulla scena. La mia obiezione – poi condivisa – fu che non ci si poteva opporre a un arricchimento dell’offerta informativa, dopo che come quotidiani ticinesi non eravamo stati in grado, dopo più di una riunione in materia, di mettere a punto un settimanale della domenica, anche come alternativa al Mattino della Domenica di Giuliano Bignasca e Flavio Maspoli.

Marco Blaser preannuncia la tv a colori nel 1968 (Fonte: RSI)
Anticipatore d’intuito
Era lungimirante nella lettura di fatti, problemi, personalità e personaggi e la sua agenda alla fine era un librone di nomi che – con lui e spesso grazie a lui – erano approdati nei primi studi televisivi di Paradiso, poi a Besso e quindi a Comano. Lui sapeva cogliere in anticipo e in profondità anche i cambiamenti che veloci andavano maturando nel pianeta della comunicazione. C’era da prevederli, dalla sua postazione, ma si doveva anche organizzare in anticipo il futuro, per quanto possibile, e strutturarsi per ciò che andava maturando sotto l’impulso in accelerazione crescente della tecnologia. Ecco ad esempio un’anticipazione che fece al riguardo della carta stampata: «Il nostro microcosmo non offre lo spazio per un quotidiano gratuito. Il pendolarismo in grado di generare un gettito pubblicitario capace di coprire i costi di una simile operazione non esiste da noi… Nell’immediato futuro continuerà a mancare una presenza editoriale italofona nazionale».

Marco Blaser in un fermo immagine tratto dal documentario RSI Qui Marco Blaser del 2018
Sono infinite le tessere dello sconfinato mosaico umano e professionale di Marco Blaser e sono in molti a poter ricordare alcune tessere personali di questo gran signore negli innumerevoli ambiti in cui si è avuto modo di avvicinarlo, frequentarlo, conoscere le sue doti, la sua caratura di cui non sfuggiva ormai più niente, dopo averlo visto dal vivo, ma soprattutto dal televisore, per anni e anni, fino al punto da essere diventato un parente stretto adottivo. Un ultimo piccolo ma significativo tratto della sua identità, che ha sempre spaziato ben oltre il perimetro locale per essere ante litteram un glocale. Anche quand’era con gli impegni tracimanti, si prendeva il tempo per correre a portare – con la sua presenza – il riconoscimento di un impegno e la gratitudine per quanto fatto, piccolo o grande, verso la Radiotelevisione svizzera di lingua italiana, come amava sottolineare nell’accezione completa. Una sera d’autunno a Mendrisio si teneva la presentazione di un libro di Angelo Frigerio, uno degli ultimi del “Sciur Maestru”. Un po’ trafelato, con l’immancabile sciarpa bianca al collo, Marco volle esserci a portare la sua amicizia e il suo grazie all’antica voce che aveva fatto spaziare la poesia dai campi di maggengo e dalla peronospora dei filari di vite fino alle case dell’ultimo paese di Valle. Marco Blaser era anche questo. Forse inimitabile.
Giuseppe Zois
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Marco Blaser (Fonte: documentario RSI “Qui Marco Blaser” del 2018)
La TSI come forza motrice di dialogo e di integrazione
Questo che segue è lo stralcio da una delle ultime interviste che realizzai con Marco Blaser, pubblicata in un approfondimento della rivista “Forum” nel settembre del 2017 con diverse voci, dalla comunicazione alla politica, dal mondo sindacale a quelli psico-sociale e religioso. Filo conduttore: “Migrazione e integrazione: focus sul Ticino”. Se tra il secondo dopoguerra e la metà degli anni Sessanta del Novecento, in soli 20 anni, 6 milioni di italiani fecero le valigie, nel solo 2014 ancora 170 mila italiani avevano lasciato il Paese per andarsene all’estero, ma questa nuova ondata si colloca in una fase nuova e in un tempo e in un contesto radicalmente diversi. Blaser diede la sua lettura dei radicali intervenuti nel balzo epocale intervenuto. Interessante questa rilettura con i nomi portati dalla TSI a Besso e a Comano e l’evoluzione nelle modalità della stessa comunicazione.
«Abbiamo vissuto momenti molto appaganti. Siamo stati in grado di agganciarci a 600 mila Italiani in Svizzera che seguivano puntuali Un’ora per voi e che avevano stabilito un buon rapporto con noi da oltre San Gottardo. Ricordo una telefonata del Consigliere federale Friedrich Traugott Wahlen, proprio agli inizi della nostra TV, in cui ci riconosceva l’impegno profuso per smussare spigolosità nella convivenza fra svizzero-tedeschi soprattutto, ed emigranti italiani. Ci accreditava come fautori e costruttori di dialogo e di integrazione. Allora non c’erano i satelliti che portavano i segnali televisivi dell’Italia in Svizzera. Per essere informati su quanto accadeva in Italia i mezzi privilegiati erano la nostra radio e la nostra TV. Con Bixio Candolfi e Grytzko Mascioni abbiamo avuto la fortuna di poter contare su personalità di primo piano della cultura italiana, specialmente nella realizzazione di dibattiti e di incontri. Il riferimento principale era su Milano, con giornalisti ospiti regolari a Besso e a Comano: da Enzo Biagi a Mario Cervi, da Ettore Mo a Tiziano Terzani che portavano anche ventate di esperienza e di umanità. Una mia tenace convinzione, che si traduceva in ostinata raccomandazione, era quella di non cedere mai alle mode, per esempio quella insopportabile dell’urlato, degli scontri che finiscono spesso in insulti. Al nostro pubblico non sarebbe piaciuto, non faceva e non fa parte della nostra cultura, del nostro modo di vivere e per altro non avevamo neppure personaggi con le propensioni a questo genere di dibattiti, fatti di scontri più che di incontri. Noi abbiamo mantenuto la nostra linea e abbiamo ricusato l’urlo per favorire riflessioni pacate. È stata tutta una costruzione di momenti nella linea maestra di un solido dialogo elvetico».

Due pionieri della TSI: Leo Manfrini stringe la mano a Marco Blaser. (Dal libro Leandro Manfrini e Tiziano Terzani inviati speciali in guerra e pace)
«Mantenuti i contorni della presentabilità»
«In questi ultimi dieci anni – constatava Marco Blaser, e siamo nel 2017 – abbiamo vissuto un forte ricambio di giornalisti e collaboratori della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana. Molte delle firme che hanno fatto e segnato l’informazione sono andate in pensione, si sono fatte sotto le new-entry che forse non hanno assorbito tutto quello che noi avevamo potuto imparare e capire nelle nostre stagioni e poi adagio adagio trasmettere. Credo che questo lo si sia colto e mi auguro che nello spazio dei prossimi 2 – 3 anni si possa formare ancora una volta una squadra adeguata ai tempi. Gli anni Ottanta-Novanta penso siano stati i migliori dal punto di vista del linguaggio televisivo».
Secondo Marco Blaser «oggi siamo molto meno eleganti, in parte rovinati dal bisogno di fare ascolto, di vincere, di arrivare primi. Si è fatto molto meglio e con più efficacia in momenti difficili come quelli di James Schwarzenbach. Che portava avanti le sue idee, faceva la sua campagna, ma era un gentleman con cui ci si confrontava comunque nel rispetto e con signorilità. Oggi siamo caduti in quella moda del confronto dialettico trasformato in partita, con toni alti e concessioni alla spettacolarità e alla caduta di stile, tutto va bene purché serva a caricare la contesa. Alla Televisione siamo tuttavia riusciti a mantenere un buon livello, pur avendo avuto momenti difficili con l’irruenza e le intemperanze della Lega. Non sempre ce l’abbiamo fatta a contenere gli eccessi ma, anche in un decennio caldo, mai si è scesi ai livelli che si sono visti e si vedono su taluni canali della TV italiana. Il dibattito pubblico nella RSI mantiene i contorni della presentabilità».
Giuseppe Zois