
Don Antonio Mazzi
Ho perso il conto delle serate, dei dibattiti, degli incontri nelle scuole fatti con don Antonio Mazzi a tutto campo da Chiasso alla Valle Blenio nel Ticino e in mezza Lombardia, soprattutto a Bergamo; in contemporanea, anche l’accompagnamento e la sottolineatura di alcuni libri, con buon successo di diffusione, a partire dal primo, Pinocchio e i suoi fratelli (Piemme, 1993). Scrivo questo per dire una cosa importante sulle molte qualità di questo prete che, rimasto orfano presto, odiava i preti, fino a diventare poi, a modo suo, un’icona sacerdotale, un Don Bosco Moderno in mezzo a centinaia poi migliaia di giovani, avvicinati e poi accolti nella sua numerosa flotta in navigazione di recupero. Di una cosa v’è certezza acquisita: la disponibilità a spostamenti anche remoti, in località discoste, generoso nel portare il suo messaggio di educazione. L’architrave del suo metodo: l’ostinata e mai allentata scommessa sulle capacità di riscatto dei ragazzi che bussavano alle sue molte porte aperte, sulla responsabilità e sul sacrificio, anche delle famiglie, soprattutto la forza decisiva e dirompente della speranza. Un suo messaggio a lungo e con insistenza rilanciato: “È sicuramente più difficile attraversare l’oceano che il proprio cuore, ma per la vita è più importante attraversare il proprio cuore che l’oceano”.

Le notti e l’uomo del lampione
Dove giungeva, sempre con folte platee di pubblico o di scolaresche ad ascoltarlo, con la sua creatività immaginifica, portava “scatti” efficaci nel far passare poi ciò che più di tutto gli premeva, cioè l’idea del riscatto, anche nelle notti più buie dell’esistenza. Ecco allora figure come il re, il vanitoso, l’ubriacone, l’uomo d’affari; il lampione e l’uomo che lo accende, il giardino delle rose fiorite con le immancabili spine, la volpe da Saint Exupery, il mercante di perle preziose. Bacchettava su certi modelli: il complesso-vetrina, la sindrome della visibilità quindi l’apparire, la seduzione di certi mezzi, il mito dell’eleganza, la differenza tra il vedere ed essere visti, il protagonismo alla maniera di quelli che chiamava Ambre, Fiorelli e Fiorellini. Faceva oscillare il suo pendolo tra la vergogna e il pudore, il rumore e il silenzio, l’imbarazzo e il rispetto di sé e degli altri, la disinvoltura comportamentale e il rimorso. E avanti con le patologie più diffuse e in crescendo: “Non ho tempo”, il contare, il successo, l’avere a discapito dell’essere, il dramma delle lancette, il paradosso di certa assurda economia del tempo (fino a non mangiare più oppure troppo), il richiamo scatenante del palcoscenico. E ancora: le sirene dell’effimero, i sacchi vuoti, i “senza sostanza”, gli istanti fuggenti, gli enigmi, la mancanza di radici, l’approdo in disperate solitudini… Vi contrapponeva come metafora “l’uomo del lampione”: l’obbedienza, la fedeltà, il volontariato, la solidarietà, il senso di un cammino.

Don Antonio Mazzi
Tra sferzate e carezze
Don Mazzi era un vortice di sferzate e di carezze. Fra le prime: la ripetitività, ragazzi-fotocopie, gli specchi per le allodole, i karaoke, le parole sopra le righe, i fuori contesto; nel secondo elenco, la ricerca dell’originalità, la relazione, il legame con gli altri, la prossimità, l’intuizione, il senso dell’appartenenza e l’identità. Poi domande scottanti per quando si torna a casa dopo una serata con lui, il mattatore che faceva presa nella TV cosiddetta dei professori: quanto e come riusciamo a scorgere oggi il bambino che abbiamo davanti, ad ascoltarlo, a capirlo, andando oltre gli schemi preconfezionati e di massa che la società tecnologica e noi, che ne siamo imbevuti, abbiamo sul bambino stesso?
Ogni volta, ogni serata era un’avventura ed era difficile a volte stargli dietro nelle sue lungimiranti fughe in avanti, ricche anche di battute che stemperavano un po’ l’atmosfera. Non esitava neppure nel mandarle a dire, come quando in TV con Mara Venier, colta in contropiede, provocò il Mago Otelma, quello delle “stelle siano con te”, mandandolo a fare il gelataio.

Don Antonio Mazzi con Giuseppe Zois (Foto: Jo Locatelli)
I poveri per maestri perché…
Quanti ricordi alla moviola della memoria! Don Mazzi non c’era solo per gli applausi a scena aperta, c’era anche con la sua carica di spiritualità, per i momenti forti dell’anno sul calendario delle feste – Avvento e Natale, Pasqua e Quaresima – ma anche per quelli feriali negli oratori. È stato dappertutto: in particolare a Lugano, dov’era diventato una firma del “Giornale del Popolo” dei miei tempi, ma anche nel Locarnese e in Capriasca, a Tesserete, in scuole, dall’Istituto S. Maria a Bellinzona alle medie di Barbengo. Instancabile, lo si chiamava e lui rispondeva, si metteva in viaggio, sempre positivo, da vero motivatore. Mi scrisse in una lontana confidenza: “La mia vita spesa tra i poveri a vario titolo mi ha fatto capire che stavo sbagliando tutto. I poveri sono maestri meravigliosi perché non sanno di esserlo. Mi hanno insegnato che i veri deboli sono i lupi, i leoni, le bestie feroci… Questi leoni abitano costosissimi recinti, sbuffano e soffiano come treni senza freni, spalancano bocche raccapriccianti anche se con dentiere costosissime. Per fare quattro salti abbisognano di gabbie rinforzate, tendoni, fanfare, televisioni. Pachidermi sfaticati, faticosamente fotogenici, inaffidabili, malati di divismo da baraccone. Sono questi a lungo andare i perdenti, i deboli, perché troppo pieni di sé e carichi di paccottiglie che li imprigionano”.
Dopo aver sentito in dirette moltiplicate storie di recuperi giudicati quasi impossibili, eppure riusciti, dopo essere stato testimone di esistenze riconsegnate alla dignità del vivere, mi sono consolidato in una sua certezza condivisa: la libertà non va rimossa, nemmeno durante la sua ricerca. Ammonimento che resta attuale e merita una riflessione. A “exodus” terreno compiuto, mi sento di dire: grazie don Antonio per quello che hai fatto e per esserci stato.
Giuseppe Zois