Commento

Affari, economia e diplomazia: tris ticinese sul Dragone

È un libro scritto a sei mani, La mia Cina (Armando Dadò Editore 2025), che approccia in tre maniere il Dragone. Tito Tettamanti vede la Cina come un campo, tra i tanti, del gioco d’affari dell’imprenditore. Secondo il finanziere occorre sapersi muovere secondo le regole in atto per avere successo, anche se è necessario nell’approccio al viaggio avere una curiosità da mercante che teoricamente è stata utile per i commerci e il contatto tra i popoli. Per il giornalista Alfonso Tuor il legame con la Cina è familiare, dal momento che sua moglie è originaria di quel paese. Il suo approccio è influenzato dai sentimenti che ne derivano, anche nella sfera coniugale. L’intervento più lungo e approfondito è quello dell’ex ambasciatore Bernardino Regazzoni, già plenipotenziario a Roma, Parigi e Pechino, che rappresentava gli interessi della Svizzera nel paese asiatico, tra contatti ufficiali e protocollari, politica, società e cultura.

Il primo capitolo è quello di Tettamanti, che parla delle sue Cine. Ne identifica quattro: al primo posto Hong Kong, dove era sbarcato per fare affari. Un’opera d’arte splendida e di grande pregio, la definisce l’ex capo di Fidinam. Excursus sulle riforme nella Cina continentale di Deng Xiaoping dopo le follie di Mao Zedong. L’autore racconta delle case popolari, della priorità vissuta, degli uffici statali, del timore dei cinesi nei confronti dello Stato. Ma non rimpiange il fatto che in Occidente gli affari esigono anzitutto la libertà e l’assenza di coercizione. Tettamanti definisce la Cina una realtà complessa e poco decifrabile. Operare in Cina è molto difficile. È forse l’attaccamento alla libertà personale la cosa più preziosa che Tettamanti sottolinea. Il finanziere ha conosciuto l’ambasciatore elvetico Erwin Schurtenberger e racconta la storia di Frederik Zuellig; dunque, non manca di ammirare Margaret Thatcher.

Alfonso Tuor ha un approccio più legato alle questioni economiche. Parla dell’entrata della Cina nella WTO avvenuta nel 2001. Ma anche del passato, del sistema scolastico, delle questioni demografiche, del sistema piramidale e confuciano classico del paese e del ruolo del Partito Comunista. Poi le grandi rivoluzioni del Novecento, il ruolo della famiglia in questa cultura millenaria, dunque le migrazioni interne ed esterne, i cambi di abitudine e la parità tra uomo e donna. Tuor è molto critico rispetto alla politica del figlio unico che oggi presenta il suo conto. Un capitolo è dedicato al PCC che ha stabilito un contratto sociale con la popolazione. A cui il partito promette un miglioramento delle condizioni di vita, la garanzia dell’ordine sociale, un forte sviluppo e l’impegno di crescere a livello internazionale – i cinesi aborrono il caos. Passa in rassegna tutti i presidenti prima di arrivare all’oggi.

Jiang Zemin ha accelerato il processo di riforme, mentre Hu Jintao ha attuato la riforma universitaria ma è passato nell’ombra, anzi è stato accusato di aver trascurato il partito e di aver allentato il controllo sociale. A questo ci ha pensato Xi Jinping, il restauratore del potere del PCC. Iniziò la sua carriera eliminando i quadri che non erano in linea con la sua visione con la grande scusa di una grande operazione anticorruzione che ebbe il sostegno della popolazione. Sotto l’attuale presidente, avverte Tuor, le relazioni con Washington sono peggiorate così come le condizioni interne. Le nuove tecnologie hanno sviluppato la capacità di controllo del partito. Anche il giornalista economista esprime le sue preoccupazioni per l’eventuale invasione di Taiwan, dal momento che oggi la Cina tiene alla sua effettiva capacità industriale, alla forte crescita delle esportazioni e della spesa dedicata alle questioni militari.

Non me ne vogliano gli altri due autori, ma il capitolo più sostanzioso, anche perché copre la metà del libro, è quello dell’ex ambasciatore. Che in maniera molto franca e schietta racconta non soltanto la sua vita (tentò il concorso diplomatico e lo vinse, la vita gli ha sorriso, come ha scritto). Ma anche approfondisce in maniera divulgativa diversi aspetti della sua esperienza nel paese del Dragone. Appassionato di carte geografiche, Regazzoni ha studiato filosofia ed è sempre stato spinto dalla fame di andare a vedere. «La carriera è come la vita e alla fine diventa la vita». Dà anche consigli: impegnarsi e le idee un giorno torneranno utili. La missione in Cina è stata l’ultima per il ticinese, che ha concluso in gloria un paio d’anni fa la carriera. Il suo racconto si snoda a partire dalla sua missione di servizio del paese.

Consegnate le credenziali, l’ambasciata pechinese accolse Regazzoni. Essa è in termini di personale la più importante della rete diplomatica svizzera. La presenza economica elvetica in Cina è apprezzabile. Ci sono seicento imprese svizzere in Cina e la Cina è il terzo partner economico del paese. Rappresenta il 6,5 per cento del commercio estero della Svizzera, il 2 per cento degli investimenti diretti. Il commercio con l’UE rappresenta il 58 per cento degli scambi esteri e quello con gli Stati Uniti, al secondo posto, il 13 per cento. Un accordo di libero scambio tra Berna e Pechino è in vigore dal 2014. Nessun paese europeo ha uno strumento tale con la Cina, eccettuata l’Islanda. Il che vuol dire conseguire possibilità di sviluppo commerciale. Non le manda a dire Regazzoni: l’atteggiamento spregiudicato di Donald Trump in materia commerciale contro la Svizzera ha creato un terreno più favorevole all’accettazione di Pechino.

Il riconoscimento da parte di Berna della RPC nel 1950 ha avviato buone premesse per le relazioni. La Cina coltiva la memoria e questo gioca a suo favore nelle relazioni del soft power. Come per la Svizzera, anche la Cina punta molto sull’innovazione. Ma nell’ultimo decennio è stata la sicurezza che ha prevalso in maniera assoluta, a scapito dell’economia, come visto durante la pandemia. La dottrina di Xi è un po’ quella della messa in sicurezza di tutto. Il PCC e la sua presa sullo Stato e la società è una priorità assoluta, appunto questo serve per arginare il contenimento della Cina imposto dai paesi occidentali e a rivendicare Taiwan, considerato affare interno del paese. L’arrivo a Pechino di Regazzoni avvenne in una giornata di forte nevicata. L’aeroporto era deserto per via del Covid che tuttavia non colpì il corpo diplomatico. I diplomatici si riunivano come dei carbonari nel vicinato.

Ma in tempi normali l’ambasciatore gira molto. Shenzhen è la metropoli dove hanno sede gran parte delle aziende tecnologiche, da Tencent a Huawei. Villaggio di 30mila abitanti nel 1980, oggi conta diciotto milioni di persone. Chongqing è la città più popolosa al mondo, con 30milioni di persone. A Chengdu la Svizzera ha attuato un progetto di cooperazione con l’Accademia Cinese delle Scienze. Tianjin è a cento chilometri da Pechino e di fatto ne è il suo porto. Poi viaggio in Tibet, l’unica regione del paese in cui per viaggiare è necessaria un’autorizzazione. La storia è nota: annessione del territorio della RPC nel ‘50-‘51, il sollevamento del ‘59 fino allo statuto di regione autonoma. Il Tibet è una delle cinque regioni autonome del paese, la sola dove il gruppo etnico non Han è maggioranza. La questione tibetana è regolarmente oggetto delle discussioni in Parlamento a Berna, ricorda Regazzoni.

La comunità tibetana in Svizzera, quattromila membri, è la più numerosa di tutto il nostro continente. Altro discorso è quello dello Xinjiang, altro tassello doloroso per la Repubblica, che vide una sommossa violenta nel 2009 a Urumqi, dunque gli attentati terroristici di matrice uigura nel 2008 e 2014, dunque le risposte governative sproporzionate. Più di un milione di persone furono internate nei campi di rieducazione. Ed è difficile per un ambasciatore ricordare queste questioni, specialmente quando ci si trova davanti a figure come Xi e il potente ministro degli Esteri Wang Yi. Ma anche Qin Gang, con cui Regazzoni ha avuto un buon rapporto dal momento che venne alla festa del primo di agosto nel 2019. Ministro degli Esteri alla fine del 2022, cadde in disgrazia dopo appena sei mesi con l’accusa di una liaison con un’anchorman tv di Pechino.

La questione tecnologica è al centro della strategia Cina adottata dal DFAE nel 2021. Diversi passaggi sono critici a proposito di spionaggio e attacchi, nonché dei diritti dell’uomo. E qui è scritto che la Svizzera in caso di dubbio prenderà sempre le parti della libertà, passando sopra il dibattito piuttosto sterile sulla questione della neutralità come comportamento in relazione alle relazioni internazionali, da separare rispetto alla neutralità di opinione che non è un obbligo di imparzialità ed è tuttavia libera. Poi Regazzoni parla anche della questione dei dottorandi cinesi, che si è posta di Zurigo alla fine del 2024, quando al Politecnico federale sono stati esclusi alcuni studenti perché beneficiari di borse di studio sospette. Oggi in Svizzera rimane soltanto un Istituto Confucio presso l’Università di Ginevra. Anche Regazzoni ribadisce che nulla della Repubblica si può capire se non si comprende che il PCC è il centro del sistema.

Xi lo aveva specificato nel 2017, dove partito, governo, esercito, società, formazione, est, ovest, sud, nord e centro sono guidati dal PCC. Il partito è sopra ogni cosa. Nel 2019 lo scopo è stato quello di perfezionare la guida del partito sul Congresso, il governo, gli organi di supervisione, i tribunali, le autorità di ispezione, le forze armate, i raggruppamenti di popolazione, imprese ed istituzioni. Questo andrebbe a scongiurare una delle grandi paure della Cina, ovvero il caos. Se Deng ammetteva un certo margine tra la rivendicazione del controllo da parte del PCC e lo sviluppo dell’individuo, tra la libertà di arricchirsi, ma anche delle arti, questi spazi oggi sono assenti. Ecco che scende in campo il Regazzoni filosofo: il marxismo (meno lotta di classe, più sviluppo delle condizioni del popolo) e il leninismo (il partito instaura una dittatura del proletariato) sono fondamentali per capire la realtà cinese odierna.

La Cina non è uno Stato di diritto e non conosce la separazione dei poteri. Ma la società è diversa, è cambiata, ha progredito. È più materialistica e consumistica. Evolve rispetto al concetto di società armoniosa verso un riavvicinamento al confucianesimo, dunque una rivalutazione della storia imperiale in senso prettamente nazionalistico. Infine, uno sguardo all’oggi. Con l’abbandono del TPP, che escludeva la Cina, nel 2017, oggi il paese spadroneggia nella regione. Il “Made in China 2025”, lanciato dal governo cinese nel 2015, mirava a trasformare la fabbrica del mondo in una potenza manifatturiera globale e così è stato. La guerra commerciale di Trump costituisce una risposta al problema di una Cina che cerca di limitare le dipendenze dall’estero. Ma il progetto “Made in China 2025” è stato un successo. Si guardi il settore dei veicoli elettrici, delle energie rinnovabili, delle costruzioni navali, delle telecomunicazioni, dei droni.

Tuttavia, gli aiuti di Stato, finanziari e fiscali, hanno agevolato questo risultato. Con il 17 per cento della popolazione mondiale, la Cina oggi produce il 35 per cento dei beni manifatturieri e in merito all’export è al primo livello, il 12 per cento a livello globale. La Cina è il primo grande esportatore. Difficile parlare di decoupling, che però è arrivato già in settori in cui la Cina è leader tecnologico, pensiamo al Great Firewall. Infine, l’asse tra Russia e Cina sembra destinato a durare, “senza limiti” come è stato definito. La Russia non è mai stata così economicamente dipendente da Pechino come lo è ora. Il bilancio commerciale bilaterale è raddoppiato dall’inizio della guerra in Ucraina. E questo spariglia le carte a favore della Cina, che può contare su un alleato prezioso e antagonista essenzialmente degli Stati Uniti.

Amedeo Gasparini

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