Rossobruni (UTET 2026) di Stefano Cappellini parte da un’osservazione del presente. Neofascisti e nostalgici del bolscevismo combattono in Ucraina dalla stessa parte. Militanti storici di sinistra propugnano politiche draconiane sull’immigrazione. Reduci delle lotte per il Terzo Mondo si saldano a derive del sovranismo di destra. È quella zona di confine e di convergenza tra estremi politici che Cappellini chiama rossobrunismo, un fenomeno che, scrive, affonda le radici nella Francia dell’Ottocento. E trova un interprete di eccezione in Benito Mussolini. Non esiste una definizione univoca. Rossobruni sono stati, nel tempo, i socialisti nazionali francesi, i sindacalisti rivoluzionari francesi e quelli italiani, i fascisti di sinistra, i nazionalbolscevichi tedeschi. Il termine nasce come insulto. “Rouge-brun”, scrive Cappellini, fu il marchio affibbiato negli anni Ottanta su Le Monde alla Nuova Destra di Alain de Benoist, per definire il fascista che si traveste da comunista.
L’arsenale propagandistico dei rossobruni, spiega l’autore, abbellisce le autocrazie ammantandole di ideali di giustizia ed equità sociale. In realtà, rafforza il comando di una élite attraverso un nemico esterno e teorie cospirazioniste. È «capace di presentare idee reazionarie e oscurantiste sotto forma di progressismo e anticonformismo». Le radici, per Cappellini, affondano nella Francia della Terza Repubblica, tra scandali giudiziari e un montante senso di rivalsa antitedesco. Uno dei primi interpreti del socialismo nazionale fu Maurice Barrès, nelle file del partito di Georges Boulanger, già ministro della guerra travolto dall’incriminazione per tentato golpe. Barrès fondò il giornale La Cocarde e teorizzò un’idea socialista da purgare dal veleno liberale. Nel 1889 il giornalista Édouard Drumont, tra i suoi ispiratori, fondò la Lega Antisemita e scrisse La France Juive, definendo il capitalismo prodotto diretto del semitismo. I socialisti nazionali francesi si ritrovarono compatti durante l’affare Dreyfus.
Erede di questa corrente fu Charles Maurras, fondatore dell’Action française, per cui non esisteva alcun compromesso tra socialismo nazionalista e istituzioni democratiche. Dalle sue file uscì Georges Valois, ammiratore di Mussolini, quindi il sindacalista Georges Sorel, ideologo della distruzione di ogni potere statale. Maurras, condannato all’ergastolo dopo l’occupazione nazista, commentò la sentenza con una frase amara: «È la vendetta di Dreyfus». In Italia, quando Mussolini fonda nel 1919 i Fasci di combattimento, il programma di San Sepolcro è, scrive Stefano Cappellini, un perfetto concentrato di rossobrunismo. C’è la socializzazione dei mezzi di produzione e il rifiuto della democrazia». Vent’anni dopo, nella Repubblica di Salò, Mussolini tenta un velleitario ritorno alle origini con la Carta di Verona, affiancato da Nicola Bombacci, ex dirigente comunista convinto di poter realizzare l’unione delle due rivoluzioni di inizio secolo. Bombacci sarà fermato a Dongo e le sue ultime parole furono «Viva Mussolini! Viva il socialismo!».
In Italia, Enrico Corradini fonda nel 1903 la rivista Il Regno per radicare il nazionalismo nella nascente borghesia italiana. Arturo Labriola, tra i sindacalisti rivoluzionari, si scontra con Filippo Turati sulla linea riformista del partito. L’impresa di Gabriele D’Annunzio a Fiume spinge molti sindacalisti nelle braccia del Fascismo. Lo scrittore Curzio Malaparte, amico di Piero Gobetti e ammiratore dello squadrista Roberto Farinacci, resta convinto che Fascismo e Comunismo siano due facce della rivolta. Intimo di Italo Balbo, coltiva un fondo di insoddisfazione verso l’involuzione borghese del regime. Un’altra scuola interna al fascismo, quella dello scrittore Berto Ricci sul periodico L’Universale, non immagina un ritorno alla democrazia. Dopo la guerra, lo scrittore sardo Stanis Ruinas auspica un’alleanza tra repubblichini e partigiani contro un’Italia capitalista alleata di Stati Uniti e Gran Bretagna. Nel 1950 viene arrestato per istigazione alla rivolta armata.
In Germania, ricostruisce l’autore, il programma che Adolf Hitler scrive nel 1919 insieme ad Anton Drexler e all’economista Gottfried Feder prevede la nazionalizzazione dei grandi gruppi industriali l’espropriazione delle terre, accanto alla promessa di misure contro i presunti nemici della Germania – ebrei e stranieri. L’antisemitismo hitleriano, nota l’autore, deve molto allo scrittore Houston Stewart Chamberlain – genero di Richard Wagner – e alla melanconica visione della storia di Oswald Spengler, per cui l’Occidente vive una lunga decadenza della civiltà. All’interno del partito nazista, i fratelli Strasser – nella cui corrente militava anche il giovane Joseph Goebbels – spingono per la nazionalizzazione dell’industria pesante. Hitler li liquiderà. Otto Strasser fonderà il Fronte Nero, mentre il fratello Gregor Strasser sarà ucciso nella notte dei lunghi coltelli. Lo scrittore Ernst Jünger, che rifiuterà un seggio parlamentare offertogli da Hitler in persona, si avvicina invece al primo nazionalbolscevismo tedesco di Heinrich Laufenberg e Friedrich Wolffheim.
Ernst von Salomon partecipa al complotto che porta all’assassinio di Walther Rathenau, fondatore della AEG, ucciso da Erwin Kern ed Ernst Techow perché ritenuto uno dei trecento savi di Sion. Dopo l’incendio del Reichstag, di cui Hitler incolpa i comunisti e liquida i rappresentanti del partito della linea anticapitalista delle origini. Ernst Niekisch, arrestato dalla Gestapo nel 1937, sopravvive sognando fino alla fine uno stato eurasiatico dalla Russia fino ai Paesi Bassi. Nel 1939, scrive Cappellini, Hitler realizza comunque il sogno dei nazionalbolscevichi firmando il patto Molotov-Ribbentrop. Lo scenario si porta, nella seconda parte del volume, ai nostri tempi. Il nazionalbolscevismo, per Cappellini, trova oggi il suo erede più fedele nella Russia di Vladimir Putin. Quando nel 2014 il presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovich viene destituito dal parlamento, Mosca reagisce con una prima aggressione paramilitare. La “persecuzione” della popolazione russofona viene presentata fantasiosamente come un “genocidio” per giustificare l’invasione.
L’ideologo di riferimento è Aleksandr Dugin, che nel 1994 fonda insieme a Ėduard Limonov il Partito nazionalbolscevico russo, partito dichiaratamente fasciocomunista. Ammiratore dei fratelli Strasser e di Ernst Röhm, Dugin viene spesso definito ideologo di Putin, definizione che Stefano Cappellini giudica puntualissima quanto ai contenuti, meno quanto a un rapporto diretto tra i due. L’operazione in Donbass, scrive, si colloca al perfetto incrocio tra ambizioni neozariste e nostalgie sovietiche. E per questo riesce a far vibrare le corde dell’estrema destra come quelle dell’estrema sinistra. Anche perché, nota l’autore, «il giudizio benevolo sulla dissolta Unione sovietica è un tratto distintivo della convergenza rossobruna». Sul fronte italiano contemporaneo, Cappellini elenca tra le figure più folcloristiche del rossobrunismo. Nomi come Marco Rizzo, Manlio Di Stefano, Alessandro Di Battista, Michele Santoro, Moni Ovadia, Vauro Senesi, Massimo Cacciari, Franco Cardini, Luciano Canfora, Gianni Alemanno, Nicolai Lilin, Angelo D’Orsi, Pino Arlacchi, Diego Fusaro, Franco Cardini.
Il M5S finisce, secondo l’autore, per trascinare i suoi militanti dentro una propaganda di antiscientismo, complottismo e antiparlamentarismo. Non mancano gli agganci internazionali. Sahra Wagenknecht rivendica di non essere né di destra né di sinistra. Negli Stati Uniti il complottismo No Vax, osserva Cappellini, non nasce nelle bettole dell’ultradestra, bensì in chat e siti progressisti. Cappellini rintraccia infine una delle porte d’ingresso del fenomeno nel movimento No Global e nel terzomondismo a cui fa riferimento Naomi Klein, che lanciò una moda culturale. Quando Beppe Grillo, a Genova nel dicembre 2013, grida dal palco «Cari giovani, non espatriate, cospirate!», Cappellini vi legge similitudini con QAnon. Tra i critici della globalizzazione compaiono anche voci di tutt’altro segno, come il linguista Noam Chomsky e Marco Revelli, accanto allo stesso de Benoist, cultore di Antonio Gramsci. È proprio il terzomondismo, conclude Cappellini, «il tetto che sfuma le differenze di campo fino ad annullarle».
Amedeo Gasparini
Rossobruni (UTET 2026) di Stefano Cappellini parte da un’osservazione del presente. Neofascisti e nostalgici del bolscevismo combattono in Ucraina dalla stessa parte. Militanti storici di sinistra propugnano politiche draconiane sull’immigrazione. Reduci delle lotte per il Terzo Mondo si saldano a derive del sovranismo di destra. È quella zona di confine e di convergenza tra estremi politici che Cappellini chiama rossobrunismo, un fenomeno che, scrive, affonda le radici nella Francia dell’Ottocento. E trova un interprete di eccezione in Benito Mussolini. Non esiste una definizione univoca. Rossobruni sono stati, nel tempo, i socialisti nazionali francesi, i sindacalisti rivoluzionari francesi e quelli italiani, i fascisti di sinistra, i nazionalbolscevichi tedeschi. Il termine nasce come insulto. “Rouge-brun”, scrive Cappellini, fu il marchio affibbiato negli anni Ottanta su Le Monde alla Nuova Destra di Alain de Benoist, per definire il fascista che si traveste da comunista.
L’arsenale propagandistico dei rossobruni, spiega l’autore, abbellisce le autocrazie ammantandole di ideali di giustizia ed equità sociale. In realtà, rafforza il comando di una élite attraverso un nemico esterno e teorie cospirazioniste. È «capace di presentare idee reazionarie e oscurantiste sotto forma di progressismo e anticonformismo». Le radici, per Cappellini, affondano nella Francia della Terza Repubblica, tra scandali giudiziari e un montante senso di rivalsa antitedesco. Uno dei primi interpreti del socialismo nazionale fu Maurice Barrès, nelle file del partito di Georges Boulanger, già ministro della guerra travolto dall’incriminazione per tentato golpe. Barrès fondò il giornale La Cocarde e teorizzò un’idea socialista da purgare dal veleno liberale. Nel 1889 il giornalista Édouard Drumont, tra i suoi ispiratori, fondò la Lega Antisemita e scrisse La France Juive, definendo il capitalismo prodotto diretto del semitismo. I socialisti nazionali francesi si ritrovarono compatti durante l’affare Dreyfus.
Erede di questa corrente fu Charles Maurras, fondatore dell’Action française, per cui non esisteva alcun compromesso tra socialismo nazionalista e istituzioni democratiche. Dalle sue file uscì Georges Valois, ammiratore di Mussolini, quindi il sindacalista Georges Sorel, ideologo della distruzione di ogni potere statale. Maurras, condannato all’ergastolo dopo l’occupazione nazista, commentò la sentenza con una frase amara: «È la vendetta di Dreyfus». In Italia, quando Mussolini fonda nel 1919 i Fasci di combattimento, il programma di San Sepolcro è, scrive Stefano Cappellini, un perfetto concentrato di rossobrunismo. C’è la socializzazione dei mezzi di produzione e il rifiuto della democrazia». Vent’anni dopo, nella Repubblica di Salò, Mussolini tenta un velleitario ritorno alle origini con la Carta di Verona, affiancato da Nicola Bombacci, ex dirigente comunista convinto di poter realizzare l’unione delle due rivoluzioni di inizio secolo. Bombacci sarà fermato a Dongo e le sue ultime parole furono «Viva Mussolini! Viva il socialismo!».
In Italia, Enrico Corradini fonda nel 1903 la rivista Il Regno per radicare il nazionalismo nella nascente borghesia italiana. Arturo Labriola, tra i sindacalisti rivoluzionari, si scontra con Filippo Turati sulla linea riformista del partito. L’impresa di Gabriele D’Annunzio a Fiume spinge molti sindacalisti nelle braccia del Fascismo. Lo scrittore Curzio Malaparte, amico di Piero Gobetti e ammiratore dello squadrista Roberto Farinacci, resta convinto che Fascismo e Comunismo siano due facce della rivolta. Intimo di Italo Balbo, coltiva un fondo di insoddisfazione verso l’involuzione borghese del regime. Un’altra scuola interna al fascismo, quella dello scrittore Berto Ricci sul periodico L’Universale, non immagina un ritorno alla democrazia. Dopo la guerra, lo scrittore sardo Stanis Ruinas auspica un’alleanza tra repubblichini e partigiani contro un’Italia capitalista alleata di Stati Uniti e Gran Bretagna. Nel 1950 viene arrestato per istigazione alla rivolta armata.
In Germania, ricostruisce l’autore, il programma che Adolf Hitler scrive nel 1919 insieme ad Anton Drexler e all’economista Gottfried Feder prevede la nazionalizzazione dei grandi gruppi industriali l’espropriazione delle terre, accanto alla promessa di misure contro i presunti nemici della Germania – ebrei e stranieri. L’antisemitismo hitleriano, nota l’autore, deve molto allo scrittore Houston Stewart Chamberlain – genero di Richard Wagner – e alla melanconica visione della storia di Oswald Spengler, per cui l’Occidente vive una lunga decadenza della civiltà. All’interno del partito nazista, i fratelli Strasser – nella cui corrente militava anche il giovane Joseph Goebbels – spingono per la nazionalizzazione dell’industria pesante. Hitler li liquiderà. Otto Strasser fonderà il Fronte Nero, mentre il fratello Gregor Strasser sarà ucciso nella notte dei lunghi coltelli. Lo scrittore Ernst Jünger, che rifiuterà un seggio parlamentare offertogli da Hitler in persona, si avvicina invece al primo nazionalbolscevismo tedesco di Heinrich Laufenberg e Friedrich Wolffheim.
Ernst von Salomon partecipa al complotto che porta all’assassinio di Walther Rathenau, fondatore della AEG, ucciso da Erwin Kern ed Ernst Techow perché ritenuto uno dei trecento savi di Sion. Dopo l’incendio del Reichstag, di cui Hitler incolpa i comunisti e liquida i rappresentanti del partito della linea anticapitalista delle origini. Ernst Niekisch, arrestato dalla Gestapo nel 1937, sopravvive sognando fino alla fine uno stato eurasiatico dalla Russia fino ai Paesi Bassi. Nel 1939, scrive Cappellini, Hitler realizza comunque il sogno dei nazionalbolscevichi firmando il patto Molotov-Ribbentrop. Lo scenario si porta, nella seconda parte del volume, ai nostri tempi. Il nazionalbolscevismo, per Cappellini, trova oggi il suo erede più fedele nella Russia di Vladimir Putin. Quando nel 2014 il presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovich viene destituito dal parlamento, Mosca reagisce con una prima aggressione paramilitare. La “persecuzione” della popolazione russofona viene presentata fantasiosamente come un “genocidio” per giustificare l’invasione.
L’ideologo di riferimento è Aleksandr Dugin, che nel 1994 fonda insieme a Ėduard Limonov il Partito nazionalbolscevico russo, partito dichiaratamente fasciocomunista. Ammiratore dei fratelli Strasser e di Ernst Röhm, Dugin viene spesso definito ideologo di Putin, definizione che Stefano Cappellini giudica puntualissima quanto ai contenuti, meno quanto a un rapporto diretto tra i due. L’operazione in Donbass, scrive, si colloca al perfetto incrocio tra ambizioni neozariste e nostalgie sovietiche. E per questo riesce a far vibrare le corde dell’estrema destra come quelle dell’estrema sinistra. Anche perché, nota l’autore, «il giudizio benevolo sulla dissolta Unione sovietica è un tratto distintivo della convergenza rossobruna». Sul fronte italiano contemporaneo, Cappellini elenca tra le figure più folcloristiche del rossobrunismo. Nomi come Marco Rizzo, Manlio Di Stefano, Alessandro Di Battista, Michele Santoro, Moni Ovadia, Vauro Senesi, Massimo Cacciari, Franco Cardini, Luciano Canfora, Gianni Alemanno, Nicolai Lilin, Angelo D’Orsi, Pino Arlacchi, Diego Fusaro, Franco Cardini.
Il M5S finisce, secondo l’autore, per trascinare i suoi militanti dentro una propaganda di antiscientismo, complottismo e antiparlamentarismo. Non mancano gli agganci internazionali. Sahra Wagenknecht rivendica di non essere né di destra né di sinistra. Negli Stati Uniti il complottismo No Vax, osserva Cappellini, non nasce nelle bettole dell’ultradestra, bensì in chat e siti progressisti. Cappellini rintraccia infine una delle porte d’ingresso del fenomeno nel movimento No Global e nel terzomondismo a cui fa riferimento Naomi Klein, che lanciò una moda culturale. Quando Beppe Grillo, a Genova nel dicembre 2013, grida dal palco «Cari giovani, non espatriate, cospirate!», Cappellini vi legge similitudini con QAnon. Tra i critici della globalizzazione compaiono anche voci di tutt’altro segno, come il linguista Noam Chomsky e Marco Revelli, accanto allo stesso de Benoist, cultore di Antonio Gramsci. È proprio il terzomondismo, conclude Cappellini, «il tetto che sfuma le differenze di campo fino ad annullarle».
Amedeo Gasparini